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26 Marzo 2018

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Albero genealogico dei favaresi nel mondo

 

New     di Carmelo Antinoro

 

 

 

 

 26 Marzo 2018 Valentino Parlato

 

 

 

 

 

 

 

 25 Marzo 2018 Note di una passeggiata ciclistica nel 1898

 

 

 

 

 

 

 

 3 Novembre 2016 Luca Conoci vittima della ferocia umana

 

 

 

 

 

 

 

Dipinto di Maurizio CarloniUna breve storia (di Giacomo La Russa)

La storia di un quadro, di un uomo e di un paese. Il quadro l’ha dipinto il pittore Maurizio Carloni (Cingoli 22-11-1941 – Pavullo 2001). Un gruppo di case cesellate sulla cima di un monte circondato da valli e da una striscia di mare lontano. Trasferitosi bambino a Bologna, il pittore ha dovuto portare con sé l’idea del villaggio come dimensione oltre che come luogo, come anima prima ancora che territorio. Giovanissimo è poi venuto in Sicilia per insegnare e, come intuisco dalle poche note biografiche rintracciate su internet, per conoscere un mondo che lo ispiri, che ne appaghi l’inquietudine, il bisogno di sapere e di dire. E il desiderio, io penso, di raccontare un angolo di terra. Il suo cambiamento. La sua perdita e il suo dolore. Perché c’è già tutto questo nella tela che, in occasione di una mostra organizzata presso i Padri Vocazionisti, compra mia madre. Un pugno di visi smarriti, impauriti che si stringono attorno a Pauliddru Portolano, il banditore cieco che si erge al centro, il vestito spiegazzato, la pesante tracolla di cuoio, il tamburo variopinto, i leggeri mazzuoli tra le dita, il capo che implora verso il cielo, la guancia scavata e la bocca appena schiusa come una ferita da cui sembra partire un grido. Sono loro, sullo sfondo di una violenta parete rossa che il pittore ha voluto surreale, i personaggi di strada che, come il coro di una tragedia greca, dicono di un paese che si trasforma e si perde, che diventa moderno e dimentica se stesso. Che abbraccia il cemento e cancella la pietra. Che abbatte i confini e smarrisce la sua forma antica. Sono loro che, senza nemmeno saperlo, ci dicono di una civiltà che è povera ma non ha smesso di produrre e di un’altra in cui si starà meglio ma solo per consumare. Così, anche i due contadini, relegati in un angolo della tela, su muli che sembrano zigzagare sopra i gradini sconnessi di una vecchia scalinata, sono rimpiccioliti, appesantiti, marginali, anonimi, sconfitti. “Eravamo colleghi al magistrale”, mi dice mia madre per telefono quando le chiedo qualcosa sull’autore. “Stava dalle parti di San Calogero”, continua lei che, nonostante tutto, non si rassegna e vuole che io sappia, “aveva preso una casa in affitto. E ne ho conosciuto anche la moglie e la figlia. Era ancora una bambina quando è andato via”. In basso, appena sotto il pugno chiuso di Ntò Ntò che stringe una cicca sbilenca e guarda verso il mondo di fuori col muso apparentemente duro e un po’ animalesco, tracciata in bianco, accanto al nome del pittore, c’è la data: ’65. Ed è questo, dunque, il quadro che sono andato a recuperare nella vecchia casa colonica dove sono cresciuto, ai margini del paese, in una di quelle rare incursioni durante le quali, di tanto in tanto, respiro un’altra aria e mi riapproprio di qualcosa. Muovendomi cauto e silenzioso tra pareti umide, mura scrostate, scale di legno impolverate, libri abbandonati e pavimenti antichi che provano a raccontare ancora qualcosa. Ma questa volta ho deciso di staccarlo dal muro dove si trova da oltre cinquant’anni, in salone, appena dietro la porta, e di portarlo via, di caricarlo sulla macchina e di tenermelo qui, in casa, coi personaggi che, bambino, vedevo vagare per strada e con lo scorcio di quel paese di cui ho avuto la fortuna di cogliere le ultime tracce prima che venisse inghiottito da una modernità senz’anima.

 

 

 

 

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