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Carmelo Antinoro © 2008

 

IL TERRITORIO DI FAVARA E IL CENTRO STORICO

di Carmelo Antinoro

 

 

IL TERRITORIO DI FAVARA

di Carmelo Antinoro

(estratto da G. Lentini: Favara dalle origini ai nostri giorni)

 

Il territorio del Comune di Favara ha una estensione di 81,02 Kmq. e confina, per buona parte, con quello di Agrigento, tranne che per un tratto di circa 2 Km sul versante orientale, contermine al territorio di Naro, comprendente gli ex feudi Falsirotta, Malvizzo e Deli (v. foto), oltre ad un breve tratto a settentrione, confinante col territorio di Aragona.

 

Ex feudo Deli

 

Ex feudo Deli

 

Ex feudo DeliL'estremo lembo sud dell'abitato di Favara dista dal mare Mediterraneo 7 Km, mentre l'altezza orografica media dell'area urbanizzata è di 330 metri s. l. m.

Il territorio comunale comprende le seguenti contrade: S. Rocco, Piana, Piana Nuara, Guardia, Itria, Rinella, Ramalia, Ramalia Piana, S. Benedetto, S. Vincenzo, Orti, Orti Mulino, Vallone degli Orti, Pellittera, Monsù, S. Calogero, Giardinelli, Calvario, S. Francesco, Falso, Gelardo Marino, Pietra della Croce, Ciccione, Burgelamone, Molinelli, Nicolizie, Pioppitello, Priolo, Rocca Mezzana, Poggio Muto, Cannatazzo, Gentiluomo, Castellana, Ortata, Contrino, S. Anna, SS. Sacramento, Ticchiare, Vallone di Favara, Roccarussa, Faccipinta, Falsirotta, Burraiti, Lucia, Terreforti, Cannatello, Crocca.

Nel 1843 furono separati dal Comune di Girgenti gli ex feudi:

Scintilia (salme legali 299);

Pioppo (salme legali 786);

Stefano (salme legali 186);

Fontana degli Angeli (salme legali 48);

Mezza Croce (salme legali 47);

Perciata (salme legali 85);

Poggio di Conte (salme legali 348);

che vennero aggregati al territorio di Favara.

 

 

Carte dei feudi

 

N.

feudi

Salme legali

N.

feudi

Salme legali

1

territorio del Comune di Favara

1.350

12

Spedale (terr. Girgenti)

40

2

Malvizzo (terr. Naro)

250

13

S. Pietro(terr. Girgenti)

20

3

Deli (terr. Naro)

480

14

Chimento (terr. Girgenti)

130

4

S. Gregorio (terr. Naro)

150

15

Burraitotto (terr. Girgenti)

200

5

Cianciana (terr. Naro)

80

16

Grancifone (terr. Girgenti)

250

6

Poggio di Conte (terr. Girgenti)

348

17

Narbone (terr. Girgenti)

550

7

Pioppo (terr. Girgenti)

780

118

Val di Lupo (terr. Girgenti)

330

8

Saraceno (terr. Girgenti)

40

19

Burrainiti (terr. Girgenti)

840

9

Petrusa (terr. Girgenti)

700

20

Stefano (terr. Girgenti)

186

10

Caltafaraci (terr. Girgenti)

70

21

Pirciata (terr. Girgenti)

55

11

Gibilitumolo (terr. Girgenti)

30

22

Fontana degli Angeli (terr. Girgenti)

48

 

Carta dei feudi e contrade

1

ex feudo Burraiti

2

ex feudo Falsirotta

3

c.de Gelardo

Marino

Sanfilippo

4

c.da Zonzella

5

c.de S. Anna

Marino

6

c.de Priolo

Ortata

Zolfare

7

c.de Pietra della Croce

Pioppitello

Faccipinta

Crocca

8

c.da Falso

9

c.da S. Francesco

10

c.de Guardia

Calvario

Piana

11

c.da Piana dei Peri

12

c.da Ramalia

13

c.da Guardia

14

ex feudo S. Benedetto

15

c.de

Ciccione Burgelamone

 

Nel territorio scorrono tre torrenti: San Benedetto, Iacono e Burraiti, generalmente asciutti nel periodo estivo e a carattere irregolare e straripante durante le piogge.

Il torrente S. Benedetto scaturisce dall’ex feudo Scintilia, attraversa gli ex feudi S. Benedetto e Pioppo ed entra nel territorio di Agrigento, nell’ex feudo Petrusa. L'acqua che anticamente, durante il periodo invernale, scorreva in questo torrente, permetteva il funzionamento di due mulini.

Nel torrente Iacono, in contrada Deli, si innesta un altro piccolo fiume, proveniente dal territorio di Naro e, per questo, ne ha assunto il toponimo. La culla del torrente si trova in territorio di Castrofilippo, nell’ex feudo Margiovitale, ed entra nel territorio favarese attraversando gli ex feudi Pioppo e Poggio di Conte. Anche questo torrente alimentava diversi mulini.

Il torrente Burraiti attraversa a destra l'ex feudo omonimo e a sinistra l’ex feudo Mandrascava, in territorio di Agrigento.

Il territorio di Favara appartiene al miocene superiore ed è formato da alternanze di marne e argille sabbiose e salate grigio-azzurre. Sopra la marna, in diversi punti, si trova la serie gessosa solfifera, rappresentata da stratificazioni del miocene superiore limitato in basso dai tripoli e in alto dai trubi ed in particolare:

- tripoli, con vasti depositi di fondi marini remotissimi;

- calcare compatto alquanto siliceo;

- calcare solfifero con intercalazioni di marne bituminose (tufi);

- arenozzolo;

- gessi;

- calcare marnoso a foraminiferi (trubi).

Il sottosuolo del territorio di Favara è ricco di giacimenti di zolfo e molte miniere erano attive sin dai tempi più remoti; oggi non esistono più miniere attive. In contrada Priolo esistevano tre miniere: una nel colle di Gelardo, l’altra nel versante di Castellana, sottostante al cugno di Gelardo, e la terza in contrada Castronovo dove sono stati ritrovati una gran quantità di ittioliti (pesci fossilizzati) e fossili vegetali disposti in piani orizzontali, fra lamine schistose. Vicino a quest'ultima, in un colle calcareo denominato Violata, diversi anni fa, un fossile di elephas primogenius pietrificato è stato rimosso in frantumi dalla roccia (i resti oggi si trovano nel museo Gemmellaro di Palermo). Altri avanzi vegetali e ittioliti sono stati rinvenuti in contrada Priolo.

 

IL CENTRO STORICO

di Carmelo Antinoro

 

Sull'origine di Favara

Non esistono notizie certe sull'origine dell'attuale città di Favara.

L'opinione storica più accreditata sarebbe quella che Favara è nata come semplice borgata all'ombra del castello Chiaramonte, favorita soprattutto dalla presenza della fonte Canali e dalla vicina fonte Giarritella (della cui esistenza, sotto i Chiaramonte, si esprimono forti dubbi).

Notizie frammentarie ci fanno sapere che, a seguito della conquista della Sicilia da parte degli arabi, nell'anno 827 d. C., sorse sulle dolci vallate del monte Caltafaraci un Rehal-Fewwâr (casale Favara), di cui tenne il governo Hibn-Hawwâsci. Un riferimento a detto casale si rincontra nell'atto di donazione dello stesso, fatto dalla contessa Marchisia Prefolio, risalente al 1299, in favore del monastero di Santo Spirito di Girgenti, dove si legge che confinava con il casale di Favara. Non è da trascurare il fatto che sul versante che guarda Agrigento delCostruzione con inglobate parti dell'antica torre Caltafaraci monte Caltafaraci si ergono ancora i resti di una torre di tipologia araba-normanna (circa 100 mq di base e 12 m d’altezza), nell’800 inglobata in una costruzione più ampia (v. foto a sx). Nella zona più alta della montagna sono ancora visibili resti di insediamenti, fortificazioni e necropoli di varie epoche storiche (v. Civiltà scomparse).

Da quanto detto si può dedurre che i due casali erano in vita nello stesso periodo, ma nulla si sa sulla loro reale ubicazione. Non va tralasciato, però, un particolare importante, l'uso immutato del termine Favara del luogo abitato ancora prima del 1299 e successivamente alla fondazione del castello che potrebbe fare intendere la sopravvivenza del sito prima sotto gli arabi e due secoli dopo l'arrivo dei normanni, probabilmente sotto Carlo I d'Angiò, con i Chiaramonte, e nella fattispecie con Federico II Chiaramonte, che secondo gli studiosi, avrebbe fondato il castello a Favara intorno al 1270. La data 1270 riferita dagli storici, non è stata mai suffragata da un documento, anche se la matrice chiaramontana è inconfutabile per via dell'armi lasciate da questa nobile famiglia in molte parti del manufatto.

Per poco più di un secolo il paese fu sotto il dominio dei Chiaramonte, i quali esercitarono il mero e misto imperio (diritto di amministrare giustizia civile e criminale), privilegio revocato nel 1398, qualche anno dopo la decapitazione di Andrea Chiaramonte e sotto la baronia di Guglielmo Raimondo Montecateno (o Moncada).

In quel periodo e fino alla metà del sec. XVI Favara, ancora allo stato embrionale, risultava costituito da una manciata di anime.

Nel 1376 Favara contava 51 fuochi e 40 nell’anno 1439. Tra i centri abitati del circondario di Girgenti, Favara era uno dei più piccoli, come risulta dalla tabella di seguito riportata. 

 

FEUDI

1376

1439

Pietra d’Amico

20

 -

Burgio

36

50

Favara

51

40

Sambuca

 -

60

S.   Stefano

67

10

Muxaro

82

 

Racalmuto

136

50

Cammarata

 -

400

Licata

456

600

Bivona

 -

472

Caltabellotta

514

 -

Naro

943

500

Sciacca

1028

 -

Girgenti

1560

800

 

Nel primo censimento ufficiale del 1548 si contavano appena 500 abitanti e 90 case; in quello del 1570 gli abitanti erano 1726, distribuiti in 441 famiglie, con una media di 3,91 componenti per famiglia. Quanto detto equivale a dire che in 22 anni la popolazione era cresciuta del 345%. L'ascesa non si fermava e nel censimento del 1583 si contavano 2.095 abitanti distribuiti in 562 famiglie, con una media di 3,73 componenti per famiglia ed una crescita rispetto al primo censimento del 1548 del 419%.Non vi sarebbero dubbi neanche sul fatto che questa sarebbe da legare ad un jus populandi.

Il notevole incremento demografico avvenne in un periodo storico successivo al 20 luglio 1557, giorno in cui Giovanna De Marinis, figlia di Pietro Ponzio e Stefania Moncada, prendeva possesso della baronia di Favara con suoi vassalli e pertinenze, assieme a quelle di Muxaro, Guastanella, Gibillina, Burraiti e Cantarella, quest'ultimo in territorio del Salto ed in prossimità del fiume Platani, lo Steri di Girgenti (i cui resti risultano inglobati nel seminario vescovile), assieme ad alcune gabelle. Per l'occasione veniva redatto l'inventario di tutti i redditi relativi al feudo di Favara, derivanti da gabelle, beni mobili ed immobili, nonché dei privilegi, danari, valori, arredi, animali e quant'altro esistente all'interno del castello.

 

Nascita e sviluppo dei quartieri del Centro Storico di Favara

Il centro storico di Favara nei secoli scorsi risultava diviso in quartieri. Quelli principali erano: Madrice a sud e S. Antonio a nord, divisi dalla via Lunga (rinominata via Umberto, in onore del Re d'Italia Umberto I di Savoia, subito dopo la sua uccisione, avvenuta a Monza il 29 luglio 1900) che, partendo a valle, dalle spalle del Conzo (luogo di concia delle pelli fino alla prima metà del 1800), si incrociava nella zona media con la strada Nuova (corso V. Emanuele - aperto nella seconda metà del 1800), costeggiava da Badia (collegio di Maria, antica residenza dei De Marinis), fino ad arrivare al Calvario.

Questi due principali quartieri erano, a loro volta, suddivisi in altri quartieri (in rarissimi casi chiamati contrade), la presenza dei cui toponimi ci indica, nella maggior parte dei casi, la nascita e sviluppo di un quartiere, spesso legato ad una emergenza architettonica di particolare rilevanza dal punto di vista sociale e urbanistico.

L’origine e la permanenza di questi toponimi, nelle linee generali, ci tracciano lo sviluppo del centro storico di Favara

 

Per il quartiere Madrice sono da menzionare:

·      Il quartiere S. Nicolò, il cui toponimo riscontriamo ancora oggi, è legato al nucleo più antico, il cui elemento testimoniale principale lo ritroviamo nella omonima chiesa, già in vita nel XIV sec.

·      verso la fine del 1500 riscontriamo anche i quartieri della Pubblica Piazza, della Madrice antica, della Madrice nuova (o Chiesa nuova), dei Pagliai, di S. Lucia, del Castello e quello della Fontana. I toponimi Madrice antica e Madrice nuova, legati chiaramente ad una fase di radicale ristrutturazione della chiesa madre, scompaiono subito, così come il toponimo Castello. Il motivo di questa scomparsa è dovuto alla nascita di nuove emergenze architettoniche come punti di riferimento topologico per la città, ma anche al subentro di toponimi sostitutivi.

I toponimi Fontana e S. Lucia scompaiono dalla tradizione popolare nella prima metà del 1600.

Il toponimo Pubblica Piazza scompare nella seconda metà del 1800, quando il Comune decide di assegnare a questo luogo il nome dello statista Camillo Benso conte di Cavour.

Il quartiere dei Pagliai scompare come toponimo verso la fine del 1600;

·      Fra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 si riscontrano i toponimi SS. Rosario e SS. Cosma e Damiano, con chiaro riferimento alla nascita delle due chiese a nord-est della Pubblica piazza. Quello del SS. Rosario cade in disuso verso la fine del 1600, con la decadenza della stessa chiesa, completamente abbandonata in questo periodo e ricostruita nel 1705. Il toponimo SS. Cosma e Damiano cade invece in disuso all’inizio della seconda metà del 1600.

·      Nella prima metà del 1600 compaiono i toponimi Canali e S. Vito, che ritroviamo ancora oggi;

·      All’inizio del 1700 troviamo i toponimi: S. Calogero, della Croce (in alcuni casi Calvario), Piazza madrice.

 

Per il quartiere S. Antonio sono da menzionare:

·      Il toponimo S. Lucia verso la fine del 1500, che perdura fino alla prima metà del 1600 e che coinvolge a sud, anche il quartiere della Madrice.

·      Il toponimo della Croce dalla fine del 1500 i poi. Dai primi del 1700 il luogo viene chiamato Calvario. Il toponimo della Croce, all’interno di quello di S. Antonio, lo si riscontra con oltre un secolo di anticipo rispetto a quello della Madrice, perché la zona cominciò ad essere urbanizzata inizialmente sul lato nord. La differenza fra Croce e Calvario sicuramente sta ad evidenziare che la Croce impiantata in quel luogo nella fase di sviluppo del paese, nei primi del 1700 cominciò a funzionare come calvario, con le sacre funzioni di conduzione del Cristo alla Croce, subito dopo la ricostruzione della chiesa del Rosario, i cui lavori vennero completati nel 1711. Dai registri di questa chiesa risulta infatti che, ogni anno, per il Venerdì Santo, il Cristo veniva sceso dalla Croce della cappella del Crocifisso, all'interno di questa chiesa, per essere condotto al Calvario.

Risulta curioso, ma abbastanza significativo, un fatto accaduto nella metà del 1700, quando un gruppo di persone dimoranti nel quartiere Calvario hanno scritto al Vescovo mons. Andrea Lucchese Palli evidenziando che altre persone residenti nella zona di S. Francesco pretendevano di piantare un Calvario nella omonima collina. Gli abitanti del Calvario hanno fatto sapere al Vescovo che da tempo immemorabile la funzione della deposizione del corpo di Gesù si svolgeva nel loro quartiere, in alto del paese, e, di conseguenza, non potendo coesistere due calvari nello stesso paese, la richiesta non trovò l’avallo del Vescovo.

I due toponimi d’individuazione del luogo coesistono ancora oggi nelle due forme originarie: Croce e Calvario.

·      Il toponimo Carmine lo riscontriamo a partire dall’inizio del 1600, cioè dopo la cessione del complesso conventuale ai frr. Carmelitani da parte dei frr. Francescani e dopo il loro trasferimento presso il nuovo convento sulla collina S. Francesco.

Il toponimo Carmine permane anche oggi.

 

Fuori dal Centro Storico ritroviamo:

·      Nella prima metà del 1600 il toponimo S. Francesco, legato al nuovo quartiere nato in quella contrada, abbandonato nella seconda metà del 1700.

·      Nei primi del 1700 il toponimo Giarritella, ancora oggi esistente.

·      Nella seconda metà del 1800 i toponimi Guardia (in qualche documento riscontrato anche nei primi del 1700, ma come contrada) e S. Rocco, legati all’espansione urbanistica a nord-est dell’abitato. 

Nel 1888 venne abbattuta la roccia di S. Rocco per ricavarne brecciame e sistemare il piano di Giarritella. Scomparvero in tale occasione anche gli avanzi dell’antica chiesa di S. Rocco.

Tra il 1892 e 1893 il Comune pianificava la costruzione dell’area denominata di S. Rocco delimitata dalle vie V. Emanuele, Cappello, Giarritella e S. Rocco.

 

Sistemazione di strade interne e questioni igieniche

Nella seduta del 20 ottobre 1839 la Decuria sollevava l’opportunità, contestualmente ai lavori di sistemazione delle fonti, di levare un masso situato sul piano della Giarritella che sporgeva deformemente sulla strada di recente fatta sino alla così detta infilatura a pian terreno, arrizzare entrambe le mura della nuova strada della Giarritella in tutta la estensione, e sino a terra dalla parte esterna d’ambi i lati, e sino al suolo della strada dalla parte interna, accommodare tutto il tratto della strada, che dalla cantoniera della casa di Violino andava a terminare, ed attaccare colla strada da costruirsi, ossia sino allo stretto, selciare nuovamente tutta la strada che dalla detta cantoniera di Violino andava a terminare alla porta piccola della chiesa del SS. Rosario.

Il 12 giugno 1840 il Sindaco Angelo Lombardo proponeva alla Decuria(2) la riparazione della strada che partendo dall’arco Mendola, attraversava la piazza del Carmine ed andava ad uscire nella strada della Guardia, la cui spesa prevista era di ducati 93.90, da prelevarsi dall’aumento dei dazi sulla carne e sul macinato. La necessità di dette riparazioni, scriveva il Sindaco era dettata dal fatto che era fra le più importanti del Comune, che serviva per il commercio ed a mettere in comunicazione i quartieri più popolosi cioè quello della piazza e quello del Carmine, considerando che le aggiudicazioni dei dazi sopra detti offrivano realmente un fondo di risparmio capace di far fronte alla spesa necessaria per le riparazioni della predetta strada.

La relazione del capo mastro marammiere Carmelo Indelicato del 2 giugno 1840 riguardava il tratto di strada che aveva inizio dal cantone della casa di d. Saverio Fasulo e terminava alla figurella dei gessari (oggi non più esistente) ed in particolare:

1.   tratto di strada che cominciava dal cantone di Raimondo Bellavia che ammontava a canne 11 e considerato il lastricato a grana 25.onze  2.75;

2.   da detto cantone fino al cantone della casa di Giuseppe Ferraro Spitello per canne 45 a grana 25 a canna.onze 11.25;

3.   da detto cantone di Ferraro fino al cantone della bottega di mastro Antonio Patti per una lunghezza di canne 31, a grana 20 a canna onze  6.20;

4.   in più, per situare in ogni canna di longitudine una catena di testette di punta prezzata onze  2.20;

5.   un giacatone di testetti di punta, accoppate, atti a formare la faccia del selciato onze 15.40;

6.   da detto cantone fino alla casa di mastro Francesco Cascio canne 50 a grana 20 onze 10;

7.   da detta casa di mastro Cascio fino al cantone della casa di d. Paolo Fanara per la larghezza di palmi 12 e canne 42 onze  9.45;

8.   per smantellare  la terra e portarla a livello onze  1.50;

9.   dal suddetto cantone di Fanara fino alla figurella dei gessari canne 83 a grana 25 onze 20.75;

10.per spianare in detta strada dei gessari il letto di pietra, incominciando dalla figurella  ed uscire fuori dalla strada della Guardia , compreso l’abbassamento della linea centrale della strada di fronte la figurella di un palmo e quattro canne, cominciando a linea di corpo di biffa ed uscire fuori nel punto predetto dalla guardia la cui lunghezza era di canne 45, a grana 45 a canna, onze 14.40.

La Decuria approvava la delibera per i lavori in dette strade.

Con officio del 26 agosto 1840 l’Intendenza di Girgenti trasmetteva al Sindaco di Favara l’approvazione del suddetto intervento.

Il Sindaco rendeva noto che il 13 settembre 1840 nella sala della cancelleria comunale, alle ore 21 doveva avere luogo la seconda subasta per la definitiva aggiudicazione dell’appalto delle suddette opere. Nella prima subasta rimaneva aggiudicatario mastro Vincenzo Lentini di Antonio, con l’aumento di canne 10 di lastricato in più rispetto a quello contenuto nella relazione, da costruirsi a discrezione del Sindaco e secondo le condizioni espresse nel primo manifesto affisso al pubblico in data 28 agosto 1840. Il 2 dicembre 1840 il Sindaco trasmetteva all’Intendenza gli atti di aggiudicazione dell’appalto.

Con circolare del Ministro, Segretario di Stato degli Affari interni del 23 settembre 1840 trasmessa tramite l’Intendenza di Girgenti veniva chiesto al Comune di Favara un elenco riguardante lo stato di degrado delle strade e l’elenco delle contravvenzioni effettuate, nonchè il risultato dei giudizi pronunciati. Il Sindaco rispondeva che che le strade di Favara erano quasi del tutto distrutte e necessitavano di interventi e che i guasti non erano avvenuti per causa di particolari persone, per cui conveniva l’autorizzazione di una certa somma da impiegarsi per la costruzione di strade e per interventi diretti al mantenimento delle stesse.

Con lettera del 30 gennaio 1841 il Sindaco Angelo Lombardo comunicava all’Intendenza che a seguito di alluvioni sin era verificato lo sprofondamento di un tratto di strada in prossimità della chiesa di Maria SS. del Rosario, che dalla piazza conduceva alla fonte Giarritella, rendendola impraticabile. Tale strada era considerata una delle principali, poichè permetteva alla popolazione di recarsi alla fonte per attingere acqua. Faceva così redigere una relazione dal capo mastro marammiere Carmelo Indelicato, che prevedeva lavori per una spesa complessiva di ducati 2 e grana 70, con prelevamento delle somme dal fondo delle imprevedute. La relazione recitava: primariamente ho trovato dissestata la detta strada in canne nove..... Vi si deve formare una catena di testette nel centro di detta strada situata di punta ben accoppate con ancora altre catene in piano ostruite di pietra rotta ad appoggiare alla catena maestra per lo spazio di palmi 4 in una catena all’altra; inoltre doveva essere formato il fondamento prodotto dall’alluvione con pizzolame di pietra di gesso bene ammataffato ed indi formarsi il selciato di sopra di pietra forte secondo i dettami dell’arte, quali 9 canni di selciato considerato prima ascende a canne 30.

Il 4 marzo 1844 il Sindaco dott. Calogero Miccichè comunicava all’Intendente: a norma dei di lei ordini, con sommo mio piacere vengo a manifestarle che di già sono attivati i lavori della strada che conduce alla fonte della Giarritella e che la medesima è ridotta quasi al suo termine; io animato dal di lei propizio nello agevolare questi amministrati e del pari da parte mia mi sono cooperato a meglio completare questa parte di lavori sulla cennata strada che viene da quella della fonte a comunicare colla piazza, la quale è quella medesima da servire pella strada rotabile comunale che da Girgenti conduce a Favara e da quest’ultima alla traversale di Castrofilippo; io nell’umiliarle l’anzidetto vengo ad esporle che la suddetta strada che s’interseca nella Comune, partendo dalla piazza sino alla fonte cennata da più di un anno da questi comunali si è fatto lecito di commettere alquante occupazioni ed usurpazioni  in diversi punti di essa strada colla costruzione di gradini, piccoli fabbricati ed altro, oltrecchè questi sono da ostacolo pella costruzione della strada in parola, sembrano anche mostruose all’occhio, domentre tale strada servir dovrà pella traversa anche manca di larghezza, per quanto non puorsi affatto esercitare la ruotazione dei carri e quinci è dimestieri che venghino le suddette usurpazioni demolite e ridursi nel primiero loro stato. Attesa quindi la mia umiliata domanda, supplico lei sig. cavaliere Intendente, acciœ si degni permettere che si demoliscano le usurpazioni illecite di sopra, per indi passarsi alla costruzione della strada in favella.

Con lettera dell’11 marzo 1844 il Sindaco dott. Calogero Miccichè comunicava all’Intendenza di aver dato corso alla circolare del precedente dì 10, mediante la quale si ordinava di attivare in tutti i Comuni le opere pubbliche per dare anche lavoro alla povera gente. In particolare evidenziava che con due distinti rapporti del dì 18 aveva rimesso a codesta Intendenza due relazioni accompagnate dalle delibere decurionali che riguardavano, una gli acconci e ripari nelle fonti dell’acqua di Giarritella e Canali, comprese le strade d’accesso a dette fonti, l’altra riguardava la costruzione del campo santo. Detti lavori, in generale, erano considerati i più urgenti.

L’Intendente autorizzava i lavori per la sistemazione delle strade che conducevano alle due fonti. Il Sindaco restava comunque interessato a far sorvegliare l’esecuzione di tali lavori da parte dei deputati delle opere pubbliche e dai Decurioni collaboratori, prendendo nota dei faticanti.

Con una lettera del 19 aprile 1845 il Sindaco Miccichè faceva sapere all’Intendente: Or è un anno che la strada della piazza di questa Comune conduce alla pubblica fontana detta la Giarritella, delle cattive condizioni in che erasi ridotta, veniva accommodata, e resa anzi rotabile. Pel considerevole attrito a cui essa va soggetta pel passaggio di numerosi animali, si è deteriorata in guisa che non riparandosi di presente, corre rischio di rovinarsi del tutto, e così, oltre che una strada cotando interessante ritornerà di nuovo ad uno stato impratticabile, saranno come spesi invano li ducati 381 che l’anno scorso s’impiegarono. Per l’intervento nella suddetta strada il Sindaco chiedeva il contributo volontario di alcuni proprietari ed il prelevamento di una quota dalla cassa comunale.

C'è da evidenziare che frequentemente, col passaggio di carri il brecciame si triturava fino a ridursi in polvere, con gravi disagi per gli abitanti del luogo soprattutto nella stagione estiva. Nella stagione invernale invece le frequenti piogge producevano un’azione di dilavamento del manto superficiale ed in determinati casi, per mancanza di canali di raccolta sotterranei l’acqua trascinava la ghiaia verso valle, rendendo la strada impraticabile. Si ravvisava pertanto la necessità, almeno una, due volte all’anno, di spargere nuovo brecciame sulle strade, soprattutto su quelle in pendenza.

In data 20 aprile 1847 il Sindaco Giuseppe Cafisi comunicava all’Intendente: Trovandosi ammanito il breccione per la strada interna che dal fonte di Giarritella mena alla pubblica piazza mi credo nel dovere di rassegnarglielo, acciocchè, possa se lo crede, autorizzare che venga sparso sulla strada sudetta sino al punto in cui si riserbava Ella di disporre in avvenire, se debba accommodarsi la nuova, o l’antica strada. Al che non si è fatta nè si farà alcuna novazione, giusta i suoi cenni sino a novello suo ordine.

            Con lettera dell’11 settembre 1847, il Sindaco Cafisi trasmetteva all’Intendente l’autorizzazione alla spesa di ducati 11.83 con allegata perizia, per l’esecuzione di alcuni lavori nelle strade, con prelevamento delle somme dalla rata del macino.

Il 2 settembre 1954 si riuniva la Decuria, la cui maggioranza manifestava la necessità della esecuzione dei lavori secondo la relazione del capo mastro marammiere Benedetto Sajeva. Detta relazione prevedeva la sistemazione di alcune strade, con possibilità d’impiego di più braccia di quanto potevano impiegarsene per la ricostruzione della pila; con l’impiego di molti ragazzi nella ricerca delle giache, a differenza delle balate per la pila che prevedeva solo alcuni pezzi e la manodopera di qualche mastro scalpellino. Per non parlare poi del trasporto di dette balate e della calce che dovevano essere trasportati necessaiamente con carretti, con gravi svantaggi per diversi calcinari e povera gente a cui veniva a mancare lavoro. Ma i tre decurioni d. Salvatore Cafisi, d. Giosuè Valenti e d. Pasquale Salamone insistevano sulla ricostruzione della pila che fra l’altro era malconcia., Considerate le divergenze emerse sui lavori da eseguire, il Sindaco Gaetano Giglia il 31 gennaio 1854 scriveva all’Intendente per la decisione finale.

Il 27 aprile 1868 il Sindaco Gerlando Vaccaro per prevenire una eventuale epidemia di tifo già sviluppatasi in Comuni viciniori a Favara, emetteva un’ordinanza diretta a togliere tutti i concimi ed erbe esistenti sulle strade. Si faceva inoltre divieto di depositare dette materie per le strade e per la esecuzione della suddetta ordinanza venivano incaricati gli agenti della forza publica e gli agenti comunali.

Tra i lavori che il Comune dava in appalto sono da evidenziare: nel 1871 quello per lo sgombero delle strade dai fanghi a Paolo Bosco e lavori di sfangatura delle pile relative alle fonti Canali e Giarritella ad Anna Schembri; pulizia della casa dell’acqua, sfangatura del ponte del Conzo, trasporto di bricciale, eliminazione delle carogne d’animali e bisogni igienici dalle strade; lire 7,56 al dott. Salvadore Spadaro per pillole che servirono pello avvelenamento dei cani; nel 1872 il Comune faceva esito di lire 41,60 a Calogero Chiodo per aver fatto togliere le carogne per le strade e lire 6 ad Angelo Annaccarato per aver fatto un fosso ove seppellire diverse carogne d’animali; lire 11,40 per spesa di trattamento agli ingegneri che si recarono in Favara per formulare il progetto estimativo delle opere sulle condutture d’acqua della fonte Giarritella; lire 15,90 per far fronte alla spesa del nuovo fonte; lire 40,60 per num. 8 rosoni del fonte Giarritella; lire 8 a Salvatore Re per cimento alla fonte Giarritella; lire 315 a Delfio Sajeva per costruzione della strada Giarritella; lire 5.545,55 per condutture dell’acqua in Giarritella; lire 2.569,64 a Domenico Sajeva per lavori nelle condutture e lire 977,78 per selciato in Giarritella

In data 31 dicembre 1874 il Prefetto trasmetteva una lettera scritta dal consigliere provincilae sulla igiene pubblica che recitava: Il malcontento e dico meglio il malumore generale degli abitanti del Comune per la riprovevole incuria che il Municipio ha adottato a sistema, su quanto riguarda la nettezza del paese è giunta a tal segno da far sino temere delle pubbliche manifestazioni ostili al Municipio medesimo, ed è perciò che io crederei mancare al mio dovere se non ne rendessi preventivamente intesa la S. V. Ill.ma. Ciò che vi è qui di ammasso di lordume, d’immondizia in fermento, di loti, di fanghi e di sozzure inqualificabili, non solo nei chiassi, nei vicoli, e nei cortili, ma eziando nelle vie principali e nelle piazze, è assolutamente indescrivibile. Dapertutto un lezzo di cloaca, un fetore insopportabile che ammorba l’atmosfera e di conseguenza l’umanità che in essa deve respirare. Le febbri intermittenti sono all’ordine del giorno; non vi è famiglia che non abbia uno o più ammalati; si consuma qui ogni giorno tanto solfato di chimico da far dire ad uno dei medici principali che si spreca più di quello che di carta bollata; e quel che è peggio che le intermittenti si presentano già col carattere delle perniciose e sinanco delle tifoidee, così da esserne tutti preoccupati. I medici sono i primi a proclamare altamente che causa di tutto ciò son le sozzure anticennate, e che ove dal Municipio non si rimedi prontamente dovrà egli poscia esser chiamato responsabile della vita di tanti suoi amministrati. Intanto dovunque non si parla che di questo deplorevole stato di cose; ogn’uno maledice all’Amministrazione pubblica del Comune, e questo, non ostante le private e pubbliche circostanze resta impassibile ed indifferente come ciò lo riguardasse. Io non so se alla S.S. Ill.ma siano pervenuti di tali reclami, ma è certo che si è trattato di sporgerle in firmato dei medici del Comune. Intanto io adempio al mio dovere di prevenirla di quanto sopra non senza manifestarle da mia parte che tutto quanto di orrendo e di micidiale potrebbe esserle riferito sul proposito, sarebbe sempre inferiore del vero, e che dal municipio si volesse e si potrebbe con poca spesa, purchè il lavoro fosse giornaliero, tenere relativamente pulito il paese.

All’inizio dell’anno 1875 la situazione igienica a Favara era divenuta insostenibile, tanto che alcune lettere di protesta arrivarono al Prefetto riguardanti lo stato deplorevole in cui versava il Comune relativamente alla pubblica igiene, nonchè sulle frequenti febbri intermittenti che si sviluppavano (lettera del Sindaco Gaetano Mendola del 7 gennaio 1875 indirizzata al Prefetto). Il Prefetto con una nota del 5 luglio 1875 disponeva l’invio di un consigliere provinciale. Il Mendola cercava di sminuire il contenuto della lettera con una sua nota, in cui diceva: Coloro che nel rappresentare simili notizie non tengono calcolo del vero stato di questo paese brevemente le faccio conoscere. Favara quantunque un paese popoloso, pure le sue strade, che sono in pendio ed in piano, molte mancano della regolare salciatura, e gli abitanti ne fanno tutti uso. Venute le prime pioggie nell’autunno, che vogliono essere sempre copiose, ne nasce per necessaria conseguenza che in qualche strada si formino delle agglomerazioni fangose, che i carri a ciò destinati trasportano fuori dell’abitato. Ed infatti nel nostro bilancio comunale sono state stanziate L. 1000 per nettamento delle strade. Nel dicembre 1874 dietro le prime pioggie si era già dato mano al diffangamento delle strade; ma sopravvenute poi continue intemperie, non si ha avuto più aggio di continuare la fattica, ed ora da tre giorni a questa parte che il tempo si è al quanto buonacciato si è spinta la fattica della pulizia delle strade con tutte attività triplicando e quatruplicando di persone e carretti, onde subito, e sino alle somme stanziate in bilancio, fossero tolti i fanghi dal paese. Mentre tale lavoro già era avviato, giunse la sua nota succalendata; e siccome altro mezzo non vi à che il suddetto, così ho creduto regolare ieri con il mio telegramma, di pregare la S. S. di sospendere l’invio del consigliere sanitario. perchè si spera fra poco spendervi tutte quelle somme che si crederanno necessarie per ottenere l’intero nettamento delle strade del Comune. Che Favara poi in ogni principio di Autunno sia soggetta alle febbri intermittenti, questo è vero; non è vero però, che nell’autunno ultimo 1874 sia stata assoggettata dippiù, per la poca igiene nel Comune, e ciò è tanto vero, che in quest’anno ultimo 1874 e nello autunno i decessi sono stati molto meno degli anni passati, come rilevasi dalla qui appresso distinta:

ottobre  62           48

novembre 77        33

dicembre 58         31

E’ con i sudetti ragguagli, che io ieri nel mio telegramma in cui pregava di sospendere l’invio del consigliere, usava l’espressione che aveva date tali notizie alla Regia Prefettura esagerava. La mancanza di Sindaco, dell’assessore anziano sig. Cafisi perchè ammalato, dell’assessore sig. cav. Gerlando Vaccaro perchè assente dal Comune, e dell’altro assessore sig. Fanara che vi ha renunziato, m’ha costretto pel bene del Comune di pubblicarmi il peso dell’intiera Amministrazione Comunale. Ma l’intempestiva misura adottata dalla D. S. comunicatami con la nota del 5 corrente mese, mi ha fatto determinare a dare le mie dimissioni dalla carica, di cui questo Consiglio Comunale m’aveva onorato. In seguito di ciœ prego la S. S. voglia facoltare la riunione straordinaria del Consiglio Comunale per la nomina degli assessori mancanti nell’intelligenza però che nel caso dell’assessore anziano sig. Cafisi non si stabilisca in salute ne rimarrà al posto fintantocchè verranno nominati i nuovi assessori, e ciœ perchè non venisse a giacere del tutto l’azienza Comunale.

Nella seduta del 9 maggio 1875(3) l’assessore dr. Gerlando Giudice chiedeva la parola e diceva: sono ormai quattordici anni che le Amministrazioni Comunali sono rette da libere Istituzioni e provvedono da loro al miglioramento del paese. Il Comune di Favara fin’oggi non ha saputo migliorare le proprie condizioni e spingere le opere pubbliche del paese in un grado da potere stare a fronte ad altri comuni della Provincia. Il paese difetta generalmente di strade, e di miglioramenti nelle sue piazze, di teatro , e di tutto ciò che ha bisogno per chiamarsi civile un paese di diciottomila anime. Favara in fatto di opere pubbliche è assai indietro a fronte d’altri Comuni, e questa popolazione con ragione reclama il miglioramento, ed è forza seguire il progresso della civiltà moderna. Le risorse del Comune sono scarse, i mezzi ordinari insufficienti. Quindi fà luogo provvedere con altri mezzi straordinari per

4.   idem nella strada Contino-Giarritella;

5.   idem nella strada Attanasio e di Stefano;

6.   riparazioni nelle strade vicino il Conzo;

quali sono di ben poca cosa a fronte alle altre strade del Comune che la loro riparazione è necessaria:

1.   apertura della strada provinciale;

2.   sistemazione della piazza;

3.   costruzione del teatro ed altre opere di simil natura v’abbisognano altre somme importanti, quindi fa duopo procedere nel bilancio venturo con altri mezzi straordinari ciœ per contrattazione di un mutuo ed emissione di cartelle;

A seguito di questo discorso la Decuria deliberava:

1.   resta autorizzata la esecuzione della strada Piscopo-Canali;

2.   riparare la fonte vecchia in Giarritella;

3.   per le altre strade si avranno la preferenza quelle i di cui prontisti maggiormente concorreranno nella spesa.

4.   autorizzare la Giunta a fare eseguire un piano d’arte per tutte le strade del Comune abbisognevoli di riparazione fino a 20 mt. del perimetro delle ultime case del Comune per ciò aversene la spesa preventiva occorrente;

5.   presentare un progetto onde potersi avere i mezzi per far fronte alla spesa bisognevole per la costruzione, e riparazioni delle strade sudette, mercè un mutuo, oppure l’emissione di cartelle, provvedendo il tutto ciò per l’ammortizzazione del capitale, e pagamento degli interessi annuali, nella compilazione del bilancio 1876.

In data 13 maggio 1875 si riuniva il Consiglio Comunale(4) con all’ordine del giorno: Pulizia delle strade interne del Comune. L’assessore dr. Gerlando Giudice, ottenuta la parola, diceva:..... in certe strade, maggiormente nella stagione estiva è impossibile il transito stante le esalazioni fetide provenienti dalle urine, che si vanno a gettare in quelle strade, ciò verrebbe a togliere, se ad esempio dei paesi in cui la civiltà ha fatto gran passi, si costruissero dei pisciatoj nei punti comunisti, ed ove, per le abitudini, vanno ad orinare.

Il Consiglio, ritenendo esatta l’osservazione del Giudice, deliberava la costruzione di dodici pisciatoi nei punti che la giunta doveva indicare, incominciando dalla pubblica piazza, con il pubblico delle somme dell’art. 67 delle opere pubbliche comunali.

Nel verbale allegato all’esercizio finanziario dell’anno 1876 veniva riportato che per il problema dell’igiene pubblica, pur non avendo raggiunto i traguardi desiderati, si erano avviate delle procedure propositive mediante l’appalto delle riparazioni e sistemazione di molte strade.

Nel 1881 si faceva esito di lire 17 a Cojo Luigi per aver ridotto a brecciame mc 20 di pietra da utilizzare per la manutenzione della strada Giarritella; nel 1880 lire 7 a Gioacchino Messina per sotterramento di 40 carogne rinvenute nelle pubbliche strade e lire 4,80 per un fossato per il seppellimento delle stesse; lire 5.204,68 a mastro Benedetto Sajeva per opere fatte nella strada che da Fedele conduce in Giarritella; Lire 562,50 ad Angelo da Naro per trasporto dei massi per la costruzione del nuovo fonte; lire 6 per trasporto di tubbi per il nuovo fonte.

Nel 1884 si erano iniziate alcune pratiche con una società per l’impianto di pozzi neri e per l’espurgo degli stessi. Detto passo, come evidenziato dall’Amministrazione nel bilancio di fine anno, rappresentava un passo avanti sull’annosa questione dell’igiene pubblica.

Nello stesso anno il Comune per la nettezza urbana assegnava lire 160 e 65 centesimi ad Antonio Crapanzano per affitto di num. 40 carrette e lire 208 a Salvatore Sciortino per altre 52 carrette; lire 4 a Maria Salamone per 20 scope; lire 6 a Francesco La Russa per fornitura di 10 pale di ferro ai pubblici spazzini.

Con rapporto del capo delle guardie municipali del 15 maggio 1886 veniva evidenziato che nel vallone di Favara ed in particolare nel tratto compreso fra il ponte del Conzo e la via che conduceva dalla piazza Canali allo stazzone, lungo il cammino delle acque, in due punti si erano formati due stagni dannosi per la salute pubblica, a causa dei continui miasmi e le fetide esalazioni che emanavano.

Con altro rapporto del dì 17 successivo il perito comunale aggiunto Antonio La Russa esponeva che i ristagni d’acqua erano reali e la causa era dovuta allo scarico delle acque che dalla fonte Giarritella si riversavano nel vallone che il cui percorso, in alcuni punti, si trovava ostruito da materiale proveniente dalla frana  verificatasi l’inverso scorso sotto la strada intercomunale Favara-Palma.

Per porre rimedio a tali inconvenienti il perito evidenziava la necessità di deviare le acque di scolo provenienti dalla nuova fonte Giarritella mediante una nuova cunetta da realizzare sotto il ponticello dello stradale, nelle terre dei sigg. Carmela Liotta vedova Cavaleri e figli, in modo tale da scaricare le acque nel letto dell’antico vallone che lambiva gli orti dal lato d’occidente e che, passando per la zona antistante lo scannatoio, vicino al magazzino di Amedeo Bruccoleri poteva immettersi in una condotta sotterranea e le portava fuori dall’abitato, oltre il ponte Cicchillo.

Dietro incarico del Sindaco il perito comunale si apprestava ad eseguire la descrizione e l’estimo dei terreni, la cui spesa per l’esproprio la faceva ascendere a lire 16,40, per un totale di mq. 40,00.

Detti terreni, in particolare, avevano una forma allungata e costeggiavano lo stradale Favara-Palma, ad un livello più basso, a cominciare dal ponticello esistente nel piano Giarritella, verso il secondo ponticello situato sul lato oriente ed all’estremità dello stesso piano.

Nonostante la promessa di un lauto compenso da parte del Sindaco ai proprietari dei terreni, questi contrastarono fortemente l’iter di esproprio, poiché essendo ortolani, traevano un utile da detti ristagni d’acqua che utilizzavano per la irrigazione dei terreni.

 

Denominazione delle strade e numeri civici

Per oltre cinque secoli Favara, sin dal primo sviluppo, è rimasta sprovvista di toponomastica; d'antronde non se ne ravvisava la necessità fino a quando il nucleo urbano era composto da pochi fuochi (famiglie).

Prima della toponomastica ufficiale, gli elementi che contraddistinguevano una strada, un vicolo, un cortile, una piazza erano le famiglie più o meno in vista e, in alcuni casi, le attività ed altri elementi testimoniali come le chiese, le fonti, le scuole, etc. Così, ad es., quella che oggi risulta denominata via Pirandello, prima si chiamava strada degli studi per il fatto che nel palazzo di Gaspare Giudice, meglio conosciuto "di donna Gesuela", vi fu una scuola elementare; l'attuale via Piave prima era chiamata strada Giudice per detta famiglia; la strada D'Angelo per l'omonima famiglia che dimorò a Favara dalla fine del 1500 all'inizio del 1900; via Lombardi per la famiglia Lombardi; via Belmonte per l'omonima famiglia che dimorò a Favara tra la seconda metà del 1600 fino alla fine del 1800; via Mendola per la Famiglia dei baroni Mendola che dimorò a Favara dalla fine del 1600 fino al 1965; via Cafisi per la famiglia omonima che dimorò a Favara dall'inizio del 1700 fino al 1973; via principe di Baucina per Biagio Licata che si fregiò di tal titolo nel 1872; il c.le Mulè per la omonima famiglia presente a Favara dall'inizio del 1600 a tutt'oggi; via Miccichè per l'omonima famiglia presente a Favara dalla prima metà del 1600 a tutt'oggi; c.le e v.lo Dulcetta per l'omonima famiglia presente a Favara già nel 1500 e tutt'oggi esistente; l'attuale via Matteotti prima si chiamava "strada Giarritella"; l'attuale via Umberto prima si chiamava "strada lunga", etc.

Solo tra la fine del 1836 e l'inizio del 1837, in relazione alle valutazioni dei fondi urbani, la Direzione per lo Rettificamento del Catasto fondiario delle due Valli di Girgenti e Caltanissetta sollecitò più volte il sindaco di Favara don Antonio Fasulo a provvedere alla numerazione delle porte ed alla denominazione delle strade con tinta nera ad olio, in modo tale da procedere alla opportuna verifica del Catasto fondiario del Comune e di conseguenza alla valutazione delle case, per i cui lavori era stato incaricato il controloro Miraglia. Il Sindaco giustificò i ritardi perchè l'intendente non approvava siffatti lavori in pittura, anzi ordinò di eseguirli con mattoni, tramite appalto a pubblico incanto.

Intorno alla metà del mese di maggio 1837, il Sindaco riuniva la Decuria per esporre la circolare con cui veniva disposta la perizia per la spesa dei mattoni, gesso e manodopera che ammontava a 75 onze. Tali lavori non ebbero compimento per i costi elevati ed il 19 ottobre dello stesso anno venne incaricato il perito Carmelo Plicato per la redazione di una perizia che prevedesse la esecuzione dei lavori con tinta nera a sguazzo e non già ad olio per risparmio di spese. Secondo la perizia la spesa ammontava ad onze 23, di cui 9.10 per manodopera e 1.20 per calcina, tarì 18 per sabbia, tarì 11 per ql. 1 e rotoli 10 di olio di lino e tarì 12 per rotoli 1 di terra nera. Il controloro disapprovò detta soluzione perchè sarebbe stata di poca durata pretendendo la tinta ad olio. Ma gli avanzi del controloro Miraglia sembra non abbiano avuto buon esito, considerato che il giorno successivo venne dato incarico a mastro Carmelo Pancucci per la esecuzione dei lavori, affiancato da mastro Emanuele Galante, perfetto conoscitore delle strade, vicoli e cortili di Favara.

 

Planimetria del Centro Storico di Favara

 

ABACO DEMOGRAFICO DI FAVARA DAL 1548 AL 1999

anno

nati

decessi

matrimoni

abitanti

media nascite

media decessi

media matrimoni

1548

-

-

-

500

-

-

-

1570

-

-

-

1.726

-

-

-

1583

-

-

-

1.095

-

-

-

1590

150

77

-

-

136

90

-

1600

88

100

38

-

129

100

34

1610

215

60

61

-

202

62

54

1620

222

134

43

-

174

112

46

1630

179

136

54

-

179

-

45

1640

220

133

57

2.731

210

114

42

1650

189

63

45

-

188

97

37

1660

211

141

65

-

193

99

52

1670

229

135

59

-

206

117

52

1680

212

186

30

-

219

159

30

1690

249

102

46

-

219

151

49

1700

255

155

72

-

250

187

60

1710

218

139

59

-

255

150

55

1720

260

215

62

-

245

203

74

1730

193

262

59

-

228

236

41

1740

274

153

68

-

297

177

79

1750

280

477

63

-

292

315

60

1760

328

323

85

-

335

265

75

1770

276

309

115

-

285

293

85

1780

359

253

77

-

334

263

71

1790

330

240

46

-

304

249

47

1800

297

264

55

-

300

299

60

1810

349

236

96

-

315

407

69

1820

437

294

29

-

396

280

48

1830

406

401

64

9.590

392

378

56

1840

446

257

116

10.500

390

352

83

1850

498

410

138

11.585

494

352

138

1860

590

457

149

12.084

569

380

124

1870

640

525

166

15.233

680

438

150

1880

587

558

115

16.160

664

558

139

1890

731

477

156

18.448

692

478

164

1900

860

504

179

20.403

852

458

177

1910

1.003

484

191

-

983

531

194

1920

1.036

430

354

21.723

997

787

265

1930

818

353

178

20.301

787

425

201

1940

839

386

169

20.403

824

446

150

1950

794

250

201

25.645

782

328

158

1960

670

178

281

29.261

723

206

215

1970

638

239

288

31.160

625

216

270

1980

511

241

284

33.050

577

241

285

1990

477

221

241

33.552

541

216

246

1999

392

228

220

32.408

453

224

234

 

Recuperare il Centro Storico di Favara

Prendo spunto da quel pochissimo che è stato detto dai candidati a sindaco di Favara domenica 29 aprile 2007 presso la sala del Collaro del Castello Chiaramontano. Il candidato uscente ha detto che il Comune può intervenire solo per le strutture e gli spazi pubblici e non sulle proprietà private; un  altro candidato ha detto che si impegnerà a restringere la perimetrazione del Centro Storico. Entrambe le risposte sono riduttive e sbagliate, perché ne l’uno, ne l’altro hanno capito il valore e la ricchezza che può rappresentare il Centro Storico di Favara per Favara e i Favaresi.

Per capirne l’importanza e il valore bisogna discostarsi dal carattere di rigidità strettamente legato alla componente di monumentalità e intenderlo come un tessuto intriso di valori. Palazzi signorili, chiese, conventi, tessuto edilizio minore, cortili, vie, piazze, attività, usi, costumi, tradizioni popolari ed altro ancora sono le componenti preziose e imprescindibili per comprendere il valore del Centro Storico, apprezzarlo e amarlo come un comune patrimonio che i nostri avi ci hanno lasciato.

Purtroppo i legislatori del Governo centrale e regionale non hanno mai preso in seria considerazione una normativa di tutela. Nel 1960 una occasione di dibattito sul tema è stata offerta dal Convegno di Gubbio, ma si è fermata sulle posizioni del restauro conservativo, mentre l’anno successivo, con la stesura della cosiddetta Carta di Gubbio, la salvaguardia dei Centri Storici è stata relegata semplicisticamente al corretto uso del P. R. G., strumento - e il tempo ci ha dato ragione - incapace, da solo, di cogliere la complessità dei problemi del Centro Storico.

Nel 1964 la Commissione d’indagine Franceschini ha definito i Centri Storici “Beni Culturali” che devono essere conservati perché testimonianza di momenti fondamentali della cultura del nostro paese.

Nel 1968, nel convegno di Ascoli Piceno da parte dell’ Associazione Nazionale Centri Storici e Artistici (A. N. C. S. A.) è stato evidenziato, per la prima volta, il rapporto intercorrente fra la questione socio-economica e quella storico-culturale, in un processo, dove i Beni Culturali non possono essere conflittuali con i modelli di sviluppo.

Nel 1970, nel successivo Seminario di studi dell’A. N. C. S. A. tenuto a Gubbio per una revisione critica del problema, i Centri Storici non sono stati definiti soltanto Beni Culturali, ma anche economici e qualificati come "risorsa".

Nel 1971, lungo questa linea, nel congresso dell’ A. N. C. S. A. la questione dei Centri Storici è divenuta un obbligo di natura politico-culturale, su cui l’anno successivo si è tentato di articolare il quadro politico riconducendone il livello operativo agli Enti gestionali pubblici (Stato, Regioni, Enti Locali).

Mentre da una parte, negli anni “70, gli Enti gestionali, in forma embrionale ed a singhiozzo iniziavano a dibattere la questione dei Centri Storici, dall’altro lato, questi ultimi iniziavano a subire un processo di trasformazione, deterioramento ed abbrutimento con l’uso scellerato, indiscriminato ed incontrollato di metodologie e materiali impropri che nulla hanno da vedere con i modelli di sviluppo evidenziati nel convegno di Ascoli Piceno del 1968.

In Sicilia incombe su questa problematica un vuoto assoluto. La L. R. 70/1976 sui quartieri di Ortigia e Agrigento ha definito i Centri Storici siciliani "Beni Culturali, sociali ed economici da salvaguardare, conservare e recuperare con interventi di risanamento conservativo".

Nel 1977 la L. R. n. 80 sulle norme di tutela, valorizzazione e l’uso sociale dei beni culturali ed ambientali del territorio della Regione siciliana nessuna menzione fa dei Centri Storici, così come la L. R. 40/1981.

Nel 1978 la definizione della L. R. 70/1976 è stata ripresa dalla L. R. n. 71 dove all’art. 55 è stata evidenziata, per i nuovi edifici nelle aree rese libere semplicemente, la necessità del rispetto per l’ambiente circostante.

In quaranta anni di vita politica, dalla metà degli anni “60 dello scorso sec. ai nostri giorni, i Comuni non sono stati in grado di applicare, per povertà culturale, per clientelismo politico e chissà per quali altri scellerati motivi, quelle poche regole che il legislatore aveva dato. Quaranta anni di lassismo politico ha prodotto nei Centri Storici - e quello di Favara ne è un triste esempio - uno stravolgimento dell’assetto tipologico e morfologico che non si era mai verificato nella storia, col conseguente degrado di interi comparti e l’esodo degli abitanti, soprattutto delle generazioni più giovani.

I Piani di Recupero di cui alla L. 457/1978, nella generalità dei casi, non hanno avuto, attuazione e, cosa altrettanto grave, il legislatore non ha mai individuato un Ente preposto al controllo dei Centri Storici, per cui tutto è stato lasciato all’arbitraria attività dei Comuni, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Anche gli Enti preposti alla fornitura di energia elettrica, reti telefoniche ed altro, hanno fatto la loro parte imbrattando e violentando il tessuto storico con passaggio di fili, tralicci anche sui monumenti.

Il labile controllo attuato dalle Soprintendenze siciliane è stato represso qualche anno fa dall’Ass.to Reg.le BB. CC., AA. e P. I. sulla scorta di una banale motivazione legata all’8° comma dell’art. 55 della citata L. R. 71/1978, secondo cui le concessioni per costruzioni non comprese in zone o piani di recupero e ricadenti nelle zone di cui al primo comma del citato art. 55, non sottoposte alle prescrizioni del D. M. 1444/1968, sono rilasciate, previo nulla osta della competente Soprintendenza, che dovrà valutarne l’ammissibilità in relazione alle esigenze di tutela. In realtà il D. M. 1444/1968, lo sanno tutti gli addetti ai lavori, non riguarda assolutamente questioni di tutela, ma regola semplicemente i limiti di densità edilizia, altezza e distanze fra i fabbricati. Come se ciò non bastasse, alle ataviche carenze legislative si associano le errate interpretazioni di legge da parte di dirigenti ignoranti.

La triste realtà, oggi, sulla tutela e recupero del Centro Storico, è che dobbiamo constatarne il totale fallimento. L’attuazione dei Piani di Recupero in Sicilia riguarda pochissimi Comuni e, così come i Piani Regolatori Generali, quei pochi che arrivano all’approvazione risultano antiquati, superati, a causa dei lunghi tempi impiegati e dell’attività edificatoria incontrollata, al degrado e, perché no, alle demolizioni forzate per ragioni di pubblica incolumità.

Ma allora che fare?

Esaminiamo, in sintesi, la situazione del Centro Storico di Favara.

Intanto dobbiamo superare il concetto fortemente riduttivo evidenziato a pag. 7 delle direttive del P.R.G. di Favara, dove il Centro Storico viene relegato alla semplice definizione di “FAVARA ANTICA, priva di caratteri monumentali”, questo, non per parere personale, ma per ciò che è scaturito da trenta anni di studi e convegni. È errato, oggi, pensare di risolvere la questione del Centro Storico come semplice recupero del tessuto edilizio esistente. Il recupero deve essere il risultato di un’insieme di processi sinergici di studi e interventi, tendenti a cogliere le identità espressive e variegate di una cultura secolare che ha manifestato il proprio essere attraverso una moltitudine di indicatori, vie, cortili, vicoli, tessuto architettonico, da quello afferente la sfera sociale più povera a quella più ricca, attraverso le variegate sfaccettature; usi, costumi, tradizioni popolari, da quelli laici a quelli religiosi; la toponomastica rappresenta, in molti casi, un bagaglio notevole se diligentemente rapportato con la storia e il tessuto urbano (in proposito v. l’articolo sulla via Belmonte). Il processo storico demografico sin dal suo nascere, relazionato ai quartieri e quello delle attività socio-economiche e commerciali sono altri elementi da non sottovalutare nel lavoro di analisi e di sintesi della pianificazione del recupero del Centro Storico.

Occorre, sin da subito, pensare ad un Piano di Recupero per il Centro Storico di Favara contestualmente al P.R.G., sulla scorta della “zona Omogenea A” già perimetrata (e non da restringere), iniziare ad acquisire il supporto cartografico di base tenendo conto dei vari indicatori. Ma attenzione a pensare di concepire detto Piano come mero strumento urbanistico, sarebbe un fatale errore.

Oggi, più che mai, per le problematiche ormai vaste ed improrogabili, occorre pensare ad un apparato tecnico dell’Amministrazione che si dedichi esclusivamente alle questioni del Centro Storico, e perché no, possibilmente con un “Assessorato al Centro Storico”, così come è stato fatto in alcune grandi città.

Nelle more della redazione del P. R. G. e di Recupero l’Amm.ne, attraverso l’Ass.to al Centro Storico, ritengo possa iniziare dei processi d’intervento fattivi. Fra questi penso che si possa, in via sperimentale, iniziare ad individuare qualche comparto e promuovere un’azione di recupero, nel rispetto di quanto già disposto dalle norme d’attuazione del P.R.G. L’intervento dovrà avere come finalità il recupero del bene per la permanenza degli stessi abitanti o per cederlo in compravendita od in affitto a famiglie o coppie in cerca di prima casa, a studenti universitari (visto il divario del mercato con Agrigento) od altro, da stabilire con apposita regolamentazione. Il recupero e la rivitalizzazione potrà avvenire secondo le seguenti procedure:

1. individuazione del comparto e delle ditte proprietarie, convocazione ed illustrazione dell’iniziativa comunale;

2. acquisto, esproprio e/o stipula di convenzioni fra il Comune ed i privati proprietari, anche per tramite le imprese;

3. redazione del progetto e intervento di recupero;

4. pubblicizzazione, cessione in vendita o affitto del comparto recuperato a privati.

La progettazione ovviamente dovrà tenere conto delle esigenze delle famiglie che dovranno abitarvi, per cui potranno accorparsi e fondere, se necessario, due o più vecchie cellule abitative, nel rispetto soprattutto dell’assetto tipologico esterno originario, dei prospetti e delle coperture.

All’attività edilizia dovrà essere applicata un’adeguata regolamentazione dell’attività commerciale, possibilmente attraverso un Piano Commerciale, che privilegi all’interno del Centro Storico attività selezionate e ammissibili ed un piano parcheggi compatibile e sostenibile.

Le finalità raggiunte saranno certamente molteplici: recupero, riqualificazione e rivitalizzazione del patrimonio edilizio esistente, ripresa delle attività commerciali, controesodo della popolazione dalla periferia verso il centro, ma non solo, tutto questo si tradurrà in un miglioramento della qualità della vita, in svariate occasioni di lavoro e per diversi decenni.

Per il Comune (qualora non coinvolga imprese esterne) la spesa è sostanzialmente iniziale, poiché i proventi del primo intervento serviranno per il secondo, il secondo, il terzo e così via.

 

Geneo Storia Favara