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Carmelo Antinoro © 2008

 

CIVILTÀ SCOMPARSE

di Carmelo Antinoro

 

Indice

1 - I Sicani;

2 - Ritrovamenti preistorici nella piana dei Peri e sulla vallata S.

      Francesco

3 - L'insediamento di Caltafaraci;

4 - Il sepolcro della Ticchiara;

5 - La necropoli di Stefano;

6 - La villa romana-bizantina di contrada Saraceno;

7 - La villa romana-bizantina di contrada Stefano;

 


1 - I Sicani

I reperti più antichi confermano la presenza in Sicilia di identità etniche appartenenti a tre diversi gruppi: Elimi, Sicani e Siculi.

Da quanto riportato dagli storici greci e latini, è possibile dedurre che i Sicani comparvero in Sicilia nel Neolitico e che furono una popolazione autoctona o iberica. Recenti studi medici hanno anche individuato caratteri simili tra Sicani e Berberi: in comune il particolare del colore chiaro degli occhi e dei capelli.

I Sicani si stanziarono poco per volta su tutto il territorio della Sicilia chiamandola Sicania. Erano un popolo mite, dedito all'agricoltura (a loro è attribuita la scoperta del grano e la sua coltivazione, legato al mito di Cerere e della figlia Proserpina) e alla pastorizia, ma non mangiavano carne di animali, coprivano i corpi dei morti di ocra e li bruciavano su pile di legno.

Recenti scoperte hanno convalidato il rapporto dei Sicani con la civiltà minoica, mentre non sono tuttora chiari i rapporti con i vicini Elimi.

Tracce della civiltà dei Sicani si hanno negli ori ritrovati a Sant'Angelo Muxaro, anelli con incisioni zoomorfe.

Lo storico greco Tucidide, vissuto verso la fine del V secolo a.C., riporta quanto scritto da Antioco di Siracusa, autore di una storia della Sicilia dalle origini fino al 424 a.C.: "Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono... I primi abitatori dopo di loro sembra che siano stati i Sicani, a loro dire anteriormente ai Lestrigoni e ai Ciclopi per il fatto che erano autoctoni, mentre secondo verità erano Iberi scacciati dai Liguri dal fiume Sicano nell'Iberia. E quindi da loro l'isola fu chiamata Sicania, mentre prima era chiamata Trinacria: anche ora abitano la Sicilia, nelle parti occidentali... Giunti in Sicilia (i Siculi), grosso popolo com'erano, vinsero in battaglia i Sicani li scacciarono verso le parti meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia invece di Sicania.» (Tucidide VI, 2, 3, 4 Storia).

Le origini dei Sicani sarebbero quindi iberiche, questo perché proprio nell'odierna Spagna esisteva un fiume chiamato Sicano.

Dionigi di Alicarnasso (I, 22), riportando un parere di Ellanico, narra che Siculi, Elimi e Ausoni giunsero in Sicilia tre generazioni prima della guerra di Troia (quindi intorno al 1270 a.C.) e cacciarono i Sicani, popolazione di pastori e agricoltori, nella parte occidentale dell'isola.

Diodoro Siculo narra l'arrivo di Liparo, figlio di Ausonio, alle isole Eolie (V, 6, 7), aggiungendo che i Sicani «abitavano le alte vette dei monti e adoravano Venere Ericina».

Altre notizie storiche sulle origini dei popoli siciliani le abbiamo da Pausania e Strabone e dalla letteratura latina. L'importanza di questi autori è data dal fatto che essi utilizzarono, nella loro esposizione dei fatti, il lavoro di storici locali più antichi, quali Timeo di Tauromenio, Filisto di Siracusa e Antioco di Siracusa.

Da quanto detto e trascritto dagli storici si evidenzia che fra un autore e l'altro non ci sono grosse differenze riguardo alla successione degli stanziamenti e la distribuzione sul territorio. Gli unici problemi sono quelli di datazione.

Diodoro Siculo indica l'inizio della Storia dei Sicani con il re Cocalo o Kokalos, che regnò su Kamikos (Camico).

Quasi tutti gli storici greci e latini concordano col fatto che i Sicani fossero di origine iberica; solo Timeo (riportato da Diodoro V, 6, 1-3) indica i Sicani come popolazione autoctona, insediati in origine su tutta l'isola, dediti all'agricoltura, furono sospinti nelle parti occidentali a seguito di una forte eruzione dell'Etna che ricoprì vaste zone dell'isola, e dopo alcuni scontri con i Siculi giunsero ad una serie di trattati che definivano i confini dei reciproci territori.

Tutti gli storici concordano sul fatto che i Sicani fossero un gruppo etnico precedente ai Siculi e molto probabilmente anche agli Elimi. Questi ultimi erano alcuni esuli troiani e focesi, sfuggiti agli Achei, i quali si fusero con i sicani, stanziandosi nell'estrema parte occidentale dell'isola (Erice, Segesta).

I Siculi arrivarono dallo stretto di Messina attorno al 1000 a.C. Conoscevano già il bronzo ed il ferro, ernoa numerosi e organizzati, in fuga dal popolo campano degli Osci, con un nuovo e potente mezzo da guerra: il cavallo.

Della scrittura utilizzata dai Sicani non si hanno tracce, nessun reperto archeologico che possa essere di supporto a quanto affermato dagli storici greci. Anche i ritrovamenti archeologici sono scarsi, quelli che si fanno risalire a prima del 1400 a.C. si limitano a piccoli orci in ceramica difficilmente collocabili in un contesto storico. I principali centri dei Sicani sono Iccara, Inico, Indara e Camico. Sui Monti Sicani esistono infinite tracce di questo popolo, ceramica, strumenti di lavoro e decorazioni da Sant'Angelo Muxaro a Himera, da Morgantina a Caltabellotta.

 


 

2 - Ritrovamenti preistorici nella piana dei Peri e sulla vallata S. Francesco

Il 17 febbraio 1897, mentre il barone Antonio Mendola faceva scavare dei fossi per piantare mandorli alla Piana ha trovato un sotterraneo antichissimo, forse un’abitazione preistorica. Il giorno successivo ha fatto scavare fino a tre metri di profondità ed ha rinvenuto delle grotte e camminamenti lunghi per più di quattro metri, come buchi o gallerie di zolfare, come grandi cave di pietra abbandonate. Dopo aver fatto ripulire il suolo, fino ad un certo punto, ha rinvenuto una terra fina, grassa, nerastra e grigia, con ceneri miste, qua e là, con pietre affumicate, come se fossero servite da focolari. C'erano dei cocci, sia di vasi grossolani, che di mattoni o altro piano. Alcuni erano di creta cruda, altri mal cotti. Un pezzo (giara) con manico l’ha fatto conservare. Si trattava di stoviglie di un colore rosso acceso, come quelle dell’uomo preistorico. Vi erano ossa umane e di animali, di adulti e bambini, costole umane, un pezzo di bacino, ossa di cani e di coniglio, l’intera mascella di un cane a lungo muso, ossa di bove e di cavallo. Nel suolo c’era come una specie di selciato di grosse pietre. Di queste pietre, in questa collina Piana, anche in superficie se ne trovavano molte. Ci stava un punto che dovette essere o una grande strada o una piazza selciata e poi interrata e nascosta dalle erbe. Il barone ha provato a fare altri fossi per impiantare i mandorli nelle adiacenze e c’era la stessa terra grassa e un poco fetida, dotata di un particolare odore speciale di sfacelo di cadaveri antichissimi. Non ha trovato una sola moneta o un’arma di pietra.

Il 20 ottobre 1904 mentre il barone Antonio Mendola faceva scavare dei fossi per piantare mandorle, in vetta alla Piana, nelle vicinanze della guardiola dell’aia rinvenne una tomba già violata e sconvolta da tempo, con avanzi di cocci di creta mal modellata e mal cotta, che forse rappresentavano una collana disfatta e grossolana composta di pelle bucata e di altri pezzi interi, collegati in origine da fili o budella di animali, oltre a pezzi di stoviglie grossolane e spezzate in frantumi, con poche ossa.

Il 28 ottobre, a distanza di circa 100 metri sono stati rinvenuti due scheletri adagiati sopra uno straterello, spesso  10 cm, di terra bianca friabile come calce. I cadaveri erano ad una profondità di circa 50 cm. In origine dovettero essere appena a 10 cm. Sopra c'era uno strato di terra nera alluvionale. I cadaveri erano collocati sullo stesso piano, uno col cranio a sud-ovest e l’altro a nord-est. Non c’era altro, a parte un pezzetto di selce rossa. Il barone Mendola ha fatto raccogliere e conservare i frantumi delle ossa fradice per il tempo. Un cranio era pieno di terra. Non c’erano monete e nemmeno un letto di pietre. Ha trovato solo una scheggia informe di selce rossa e un pezzo di creta semicotta informe.

Il 25 gennaio 1906, mentre il barone faceva rivoltare la terra alla Piana del Peri per piantarci il vivaio degli ibridi (trattasi della sua collezione di viti) ha trovato una lucerna di creta cotta, già usata chissà da quanto tempo, come si vedeva dai bordi che circondavano il lucignolo. In quelle lucerne bislunghe, a navetta, sopra c’era, in rilievo, un caprone o lepre che correva, del tutto simile a quella trovata nelle profonde viscere della zolfara Ciavolotta da Francesco Miccichè e dallo stesso regalata al barone Mendola e depositata nel suo museo. La lucerna del Miccichè riportava impresso un cane di belle forme.

Il 20 novembre 1906, mentre si vangava la terra alla Piana per realizzare il vivaio degli ibridi venivano trovati, in linea prolungata, molti cocci di vasi grossolani di anfore o giare, manici e culotti di anfore a forma conica e molto acuta. Si è anche trovata una lucerna un poco più grossolana di quella ritrovata nel vangato contiguo nel mese di gennaio. C’erano pezzi di anfore con impressioni fatte prima della cottura della creta e con lettere.

 


 

3 - L'insediamento di Caltafaraci

Caltafaraci (volgarmente dai favaresi chiamato Muntagnedda - piccola montagna) è un colle (531 m. s. l. m. il punto più alto) situato a nord-ovest della città di Favara e dà il nome a tutta la contrada che in realtà è divisa in quattro parti: Caltafaraci, Montagna Grande, Rificia e Saraceno.

 

La città di Favara vista dall'acropoli di Caltafaraci

 

Secondo l'etimologia araba il nome è formato dalle due parole: Calta (in arabo Kal'at - che significa castello - infatti di un castello si ammirano i ruderi in cima al colle) e Faraci che qualche studioso lo riferisce al proprietario del castello. G. M. Calvaruso (Rivista Akragas, n. 1, anno I) lo vorrebbe derivato da “qal’at farag” (lontano dall’abitato). Nella “cronaca di Cambrige” si parla della presenza di un Farag nel breve periodo 951-952. Nessun documento storico però ci conferma la tradizione che un Farag o Faraci fosse proprietario di un castello sul colle Caltafaraci. Se il castello si attribuisce al Faraci, la fabbrica della rocca si collocherebbe intorno al 950 d. C. Michele Amari ci parla di un Farag che visse in Sicilia fino alla seconda metà del XIII secolo, conoscitore della lingua araba e della medicina.

Secondo l'etimologia greca la parola "Calta" non si identificherebbe in alcuna radice; la più vicina per assonanza sarebbe k£rta (leggi: carta) che è un avverbio e significa "fortemente, assai"; mente "Faraci",  potrebbe derivare da c£rax, c£racoj (leggi: càrax, càracos), cioè "luogo cinto di steccato, trincea, campo, accampamento" (carace è anche un pesce). Si potrebbe pensare invece a f£ragx, f£raggoj (leggi; fàranx, fàrangos), che significa: "burrone, dirupo, baratro, spaccatura".

La tradizione vuole che la contrada Caltafaraci venisse anche chiamata Gibilitumolo che, secondo quanto ci riferisce Calvaruso, deriverebbe dalle parole arabe giabal (montagna) e tamn (sicuro). Tale nome viene anche dato ad un piccolo monte, (nelle carte I. G. M. Montagnella) che è una continuazione, a sud-est, di Caltafaraci.

Su Caltafaraci in passato sono sorte diverse leggende, fra queste quella, come già detto, che il colle sia appartenuto ad un nobile cavaliere di nome Faraci, il quale soleva passare le ore di sollazzo cantando: da qui il toponimo dialettale favarese Cantafaraci. Si racconta anche quella dei 25 pulcini d’oro che vivono sul colle, ma che non si farebbero vedere mai di giorno.

La zona di Caltafaraci presenta ancora oggi tracce di abitazioni trogloditiche e soprattutto sepolture sicule e preelleniche che sono sparse in tutta la contrada, in particolare nel lato sud del colle, cioè la parte detta propriamente Caltafaraci, che si affaccia sul lembo estremo della città, fino al cimitero di Piana Traversa.

Queste sepolture che il popolino volgarmente chiamava "grutti di li saracini" sono state barbaramente spogliate di tutto, probabilmente per via di una antica tradizione, secondo cui il colle custodirebbe un immenso tesoro.

In pochi decenni tutto è stato distrutto. Cocci di vasellame decorato si trovano sparsi ovunque nella contrada.

Sul fronte della roccia si trovano tombe del secondo millennio prima di Cristo. Le grotte piccole o a forno hanno un'altezza di circa un metro e una larghezza di circa 1,50 -2,00 metri. La forma è piuttosto circolare.

I primi uomini, che non conoscevano la fabbrica, si fermavano in punti strategici che potevano offrire loro una certa sicurezza.

La civiltà nell'Isola durò quasi 15 secoli e si divise in tre periodi:

-  1 periodo)Tracce di tombe e grotte a sud di Caltafaraci Neolitico (2000-1500 a. C.) - che dei propri villaggi lasciò pochissime tracce, lasciando, per il culto dei morti, indelebili ricordi nelle migliaia di cellette simili a forni o alveari, scavate nei calcari del sud-est dell'Isola, dalla valle del Simeto alla provincia di Agrigento.

-  2 periodo) Età del bronzo (XV-X sec. a. C.)- Fase evolutiva della civiltà, con l'introduzione in larga scala del bronzo, rarissimo nel primo periodo.

-  3 periodo) Età del ferro (X-V sec. a. C.) - Si affermò la civiltà protogreca e greca. In questa fase le popolazioni furono debitrici all'elemento greco impostosi, della sua evoluzione, della sua redenzione civile.

Tra i frantumi di vasellame che si trovano a Caltafaraci si cita da un coltello di selce, un pugnaletto di rame, alcuni vasi rozzi e rossastri in c.da Guardia-Cappello, sul declivio del colle, dove sono stati pure ritrovati dei vasi a fuso del periodo romano dal II sec. a. C. al III sec. d. C., pendagli ornamentali, due cucchiaioni, un vaso a bicchiere monoansato e una pisside globale, tutti, a parte i vasi fusiformi, di creta rossastra, poco consistente, friabile e senza decorazioni. In altro sito è stata trovata una lucerna discoidale aperta ombelicata afferenti al 1 e 2 periodo.

Dalla finezza del vasellame trovato in un dato punto dello stesso colle, si può affermare che per tutti i tre periodi Caltafaraci è stato abitato. Ma l'abitazione continuò ancora, perché si riscontrano avanzi di sepolcri e di tegole (dalla fine del VI sec. a. C. alla fine del V sec. a. C.).

Col progredire dei secoli ci fu altro uso di sepolture e di abitazioni.

Non possiamo concepire un salto tra il V secolo a. C. e il V dell'era Cristiana, poiché Caltafaraci offriva tale sicurezza che non tanto facilmente poteva essere abbandonato dai greci che soppiantarono le popolazioni sicane e sicule, e di ciò si ha prova. Troviamo infatti nel versante occidentale del colle delle case scavate nella viva pietra, per lo più di forma quadrata. Una che si conserva in più perfetto stato delle altre, misura m. 6x5 e mostra ancora il sito d'ingresso e gli scalini interni ed esterni che ad essa conducevano. L'altezza dei muri rocciosi misurano adesso m. 2, 5, ma originariamente doveva essere maggiore. Di queste case se ne ammira una quantità considerevole, quasi tutte attaccate le une alle altre ed interessano tutta le cresta rocciosa che si affaccia sul versante nord-est (v. foto)

 

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

 

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

 

Resti di abitazione sulla cresta nord-est di Caltafaraci

 

Cresta nord-est di Caltafaraci su cui si trovano le abitazioni

Cresta nord-est di Caltafaraci su cui si trovano le abitazioni Cresta nord-est di Caltafaraci su cui si trovano le abitazioni

 

Tracce d'intonaco sono ancora visibili sulle pietre che delimitano l'ambiente interno di uno di questi cameroni. Si tratta dello strato di rinzaffo a base di calce, cocci di laterizio e pietrico (v. foto).

Queste abitazioni, secondo il prof. Paolo Orsi, potrebbero risalire al Tracce di intonaco di parete in uno del cameroni di Caltafaraciperiodo bizantino, in cui la Sicilia era malsicura e gli abitanti preferivano vivere sui monti per non essere facilmente offesi.

Secondo lo storico dr. Eugenio Valenti questi cameroni potrebbero invece risalire all'ultimo periodo (età del ferro), oppure all'inizio della dominazione greca in Sicilia. Questo perché i greci che seguirono i siculi e sicani appartennero ad un periodo in cui vi erano più mezzi per poter scavare questa grande quantità di pietra, ma anche perché, col crescere del numero di abitanti, si dovette sentire la necessità di creare realizzare altri ricoveri più spaziosi e sicuri.

Che i bizantini abbiano poi abitato i medesimi cameroni e si siano soffermati per lungo tempo sul colle, lo testimoniano le numerose tombe bizantine che, specialmente nel versante ovest e sullo stesso colle, a confinare coi cameroni, ancora si osservano.

Le sepolture bizantine sono pure incavate nella viva pietra e differiscono di molto da quelle sicule. Infatti sono ubicate in terreno piano e scoperto e mostrano chiaramente il margine su cui posava il coperchio di pietra. La forma è di una vera cassa mortuaria. Per un buon tratto sono concatenate le une alle altre.

La via di accesso a questa borgata sarebbe stata come lo è ancora oggi, semplicemente dalla parte occidentale, essendo da due parti inaccessibile per lo scoscendimento delle rupi e dalla terza per la continuazione del monte che va a finire quasi a picco.

Sul punto più alto di Caltafaraci Acropoli su Caltafaraci c'è l'acropoli della città greca, a dominio del bacino in cui scorre il fiume Akragas, su cui qualche decennio fa sono stati condotti degli scavi (v. foto a dx). Essa si presenta come una vera e propria fortezza, le cui mura di cinta poste a quote dividevano anche a terrazzare il costone roccioso che guarda Agrigento, da cui Caltafaraci dista pochi chilometri.

Dagli scavi è emerso che all'acropoli si accedeva attraverso una stradella che si incuneava nella roccia e che superava, mediante alcuni gradini intagliati nella roccia, delle pendenze notevoli.

Lungo il cammino la stradella era sbarrata da tre porte prima di arrivare al pianoro sommitale dell'acropoli, difeso da un poderoso muro e da tre torrioni.

Lo scavo della porta III, quella che permetteva l'accesso alla parte sommitale, con le sue sovrapposizioni stratigrafiche ha dato testimonianze significative sulla vita dell'insediamento antico situato sul colle di Caltafaraci. Sono stati rinvenuti frammenti di ceramica incisa ed impressa della Cultura protostorica di Sant'Angelo Muxaro-Polizzello, che documentano una presenza indigena sul colle prima dell'arrivo degli Akragantini, che si può collocare cronologicamente nella prima metà del VI sec. a. C. sulla base di ceramica classificabile nel medio-corinzio.

Sembra accertato che nel corso del VI sec. il colle di Caltafaraci sia diventato sede di phrourion di Akragas forse già al tempo di Falaride. A questo momento vanno riportati i resti di un muro di cinta ritrovato in uno strato arcaico, il quale fu utilizzato probabilmente fino alla distruzione cartaginese che si abbatté su Akragante nel 406 a. C. e che pare non abbia risparmiato l'insediamento di Caltafaraci, come documenta uno strato di distruzione depositatosi sul piano di calpestio della porta del VI-V sec. a. C. e di cui fa Mura dionigiane crollateparte integrante in muro citato. Questo muro  realizzato con massi di pietra calcarea ed abbandonato dopo la distruzione del 406, costituì in seguito, il piede per la successiva fortificazione dionigiana, cioè di un muro di cinta ad una quota più alta (v. foto a sx).

Della porta di età arcaico-classica si è rinvenuto il piano di calpestio costituito da pietrisco marnoso livellato con un foro incavato nella roccia per l'inserimento del palo dello stipite. Su questo piano si è depositata una striscia di bruciato, come traccia del livello di distruzione cartaginese.

In età dionigiana si procedette ad una risistemazione della cinta muraria dell'acropoli e della relativa porta d'ingresso.

Il piano di Calpestio della porta dionigiana viene notevolmente rialzato con un riempimento costituito da terreno argilloso e detriti. La porta medesima viene sistemata nel punto in cui il muro di fortificazione curva e si congiunge col costone roccioso dalla parte sud-est.

In un momento ancora da precisare, nella seconda metà del IV sec. a. C. la fortezza ha subito una violenta distruzione, come documenta uno strato spesso circa 16 cm, costituito da detriti di intonaco e da bruciato che servirono da riempimento per il soprastante piano di calpestio per il ritorno alla vita di questa fortezza, la cui fine è attestata dall'ultima distruzione avvenuta nel corso del III sec. a. C.

In sezione l'abbandono è documentata da un deposito prevalentemente argilloso contenente intonaci con pezzi di argilla che potrebbero appartenere all'alzato del muro dionigiano, ma che man mano è crollato in basso.

Il muro dionigiano di Caltafaraci presentava lo zoccolo lapideo e l'alzato in mattoni crudi.

Questo antico centro akragantino, la cui funzione poteva essere quella di proteggere la città dei templi lungo quella via interna che in età romana collegava Agrigento a Catania, fu abbandonato a seguito della distruzione che si può ipotizzare entro la prima metà del III sec. a. C. e non oltre la prima guerra punica.

Lo scavo della spianata sommitale dell'acropoli haCisterna sul pianoro dell'acropoli di Caltafaraci evidenziato miseri resti di strutture abitative del IV/III sec. a. C. e una serie di cisterne intonacate, scavate nella roccia, di uso probabilmente militare (v. foto a dx).

In età dionigiana su questa spianata si procedette ad una vasta opera di colmatura e livellamento che ha quasi del tutto cancellato ogni traccia di vita precedente.

È stata rinvenuta una certa quantità di ceramica impressa della Cultura di S. Angelo Muxaro-Polizzello riferibile a strutture molto incerte di capanne forse circolari.

Frammenti di ceramica databile nel medio e tardo corinzio attestano una occupazione dell'acropoli in età arcaica.

Lo scavo dell'acropoli ha fornito diverse monete in bronzo: 7 esemplari di Siracusa, 5 di Agrigento, 5 di Kainon e 1 siculo-punico.

Le monete di Siracusa coprono un periodo di tempo che va dalla fine del V sec. a. C. al 287 a. C. I tipi ricorrenti sono:

-  testa femminile/quadrato inciso con ruota (415-405 a. C.);

- testa di Atena/astro tra due delfini (fine V-367 a. C.) - Moneta Moneta siracusanaraffigurante per alcuni la ninfa Aretusa per altri la regina Demarete moglie di Gelone. La moneta fu coniata per celebrare la storica ed epocale battaglia di Himera del 480 a.C. nella quale le gloriose truppe Siracusane sconfissero il nemico Cartaginese ed imposero a questo un accordo molto oneroso. Si sostiene che sotto la spinta della moglie di Gelone i siracusani imposero agli sconfitti la cessazione dei loro riti con sacrifici umani, questa richiesta fu un grande esempio di civiltà e ci fa onore del nostro glorioso passato.

-  testa di Atena/ippocampo (2 esemplari) (307-287 a. C.);

-  testa di Zeus/aquila (3 esemplari) (307-287 a. C.);

Gli esemplari agrigentini si datano dal 338 al 241 a. C. e sono caratterizzati dai seguenti tipi:

- testa di Zeus/fulmine (338-287 a. C.);

- testa di Zeus/aquila (287-275 a. C.);

- testa di Apollo/2 aquile (2 esemplari) (279-241 a. C.).

Le monete Kainon caratterizzate dal cavallo corrente sul D/, e dal grifo sul R/, sono presenti sia nel tipo più arcaico privo di simboli, sia in quello successivo con astro e cavalletta. Esse si datano in età dionigiana.

La moneta siculo-punica presenta sul D/ la testa di Core a s., e sul R/ il cavallo corrente. Di zecca incerta della Sicilia occidentale, si può datare intorno al 336/300 a. C.

Il sito sembra dunque essere stato caratterizzato in un primo tempo, tra la fine del V e la fine del IV sec. a. C., da numerario siracusano affiancato quasi subito dagli esemplari firmati Kainon.

Dopo la metà del IV sec. la moneta agrigentina sembra sostituire quasi del tutto le zecche precedenti.

Se i dati fossero riferibili alle monete ritrovate nell'area dell'acropoli, Caltafaraci sarebbe morta attorno alla metà del III sec. a. C., probabilmente in concomitanza con gli eventi della prima guerra punica.

Un elemento importantissimo che potrebbe aprire nuovi spiragli sul sito di Caltafaraci è dato dalla presenza di consistenti conci intagliati di calcarenite agrigentina (materiale del tutto estraneo al luogo) e spesse tegole in laterizio, sparsi tra la vallata e il pianoro sull'estremità nord del colle di Caltafaraci e che farebbe supporre la preesistenza di templi e costruzioni destinati al culto (v. foto).

 

Tegole di probabile epoca romana

Conci di tufo

Conci di tufo

Conci di tufo

Conci di tufo

Conci di tufo

 

Ma se la dominazione bizantina va dal secolo V al IX d. C., per Valenti sembrerebbe provato che sul sito di Caltafaraci i cameroni vennero abitati fino al secolo XII ed anche dopo.

Arriviamo così alla dominazione araba (fine sec. IX), periodo in cui, secondo il Valenti, il colle viene chiamato Caltafaraci.

Dopo l’anno mille Caltafaraci continuò ad essere abitato e alla fine del XIII sec. lo troviamo in possesso di Marchisia Prefolio, madre di Federico II Chiaramonte, primo feudatario della terra di Favara, come si legge nell’atto di fondazione del monastero di S. Spirito di Girgenti.

Dal XIV sec. la contrada di Caltafaraci dovette essere abbandonata ed è probabile che i suoi abitanti siano scesi a formare il primo nucleo nel feudo di Favara, già in possesso di Federico II Chiaramonte, il quale vi fece fabbricare il castello.

Una consistente presenza di pietrame, sparso e a cumuli, si trova sul terreno, a valle della cresta rocciosa interessata dalle abitazioni di cui sopra (v. foto). Ciò farebbe supporre che tra la fine del periodo bizantino e durante il periodo arabo, gli abitanti di Caltafaraci, siano scesi ad abitare quella zona.

 

Pietrame sparso sul terreno immediante a valle del colle Caltafaraci

 

Pietrame sparso sul terreno immediante a valle del colle Caltafaraci

     

Notizie in parte tratte da:

Eugenio Valenti, Notizie su Favara, Caltafaraci presso Favara, rivista "La Siciliana", anno IV, n. 9, sett. 1915; anno V, N. 12, genn.-febbr. 1920 e anno VII, n. 1, genn. 1924; Rivista Sicania, genn. 1914 e dic. 1917, anno II e anno V, n. 1 e 12;

Eugenio Valenti su appunti di Storia, Tradizioni Popolari e Varie (raccolte dal prof. Giovanni Zirretta direttore del museo civico di Agrigento, anni 1927-1960;

G. Castellana, Favara, Caltafaraci, BCA Beni Culturali e Ambientali Sicilia anno IX-X, n. 3, 1988-1989.

 


 

4 - Il sepolcro della TicchiaraVasi del sepolcro della Ticchiara

La grotta sepolcrale castellucciana della Ticchiara costituisce la propaggine del primo rilievo montuoso della collina Priolo, a sud della città di Favara. La scoperta avvenne nel 1956, a seguito di azioni di cava. Era una piccola grotta carsica costituita da tre camerette affiancate utilizzate come sepoltura, databile nel Bronzo Antico Siciliano.

Nella grotta furono trovati i resti scheletrici di circa 50 individui ed un corredo funeraio di 90 vasi ceramici assimilabili allo stile Partanna, ma di fattura geometrica più schematica (v. foto). Trattandosi di sepoltura collettiva probabilmente familiare, i vasi dovettero essere collocati in un lasso breve di tempo, tale da non superare tre o quattro generazioni.

La tipologia di detto sepolcro si differenzia dalle altre di questo periodo, nella generalità dei casi a grotticella, presenti anche in aree limitrofe a quella ritrovata. Questa differenza induce a pensare che la grotta sepolcrale della Ticchiara sia da collegare alle pratiche sacrificali che si praticavano in modo consistente come ad es. nella frammentazione rituale delle ossa, oltre che per la qualità non comune dei corredi.

Non è da escludere il collegamento del rito con l’attività mineraria di estrazione e fusione dello zolfo, considerato che uno dei vasi del corredo conteneva zolfo fuso, sicuramente utilizzato per un sacrificio lustrale. Risulta pure possibile pensare che la grotta, con le sue diramazioni, in origine fosse stata una miniera; d’altronde la contrada Priolo anticamente è stato un bacino minerario importante.

 

(Sunto e foto estratti dal libro di Giuseppe Castellana: La grotta Ticchiara ed il castellucciano agrigentino, Regione Siciliana, Ass.to Reg.le BB. CC. AA., 1997)

 


 

5 - La necropoli di Stefano

La necropoli di Stefano interessa soprattutto due rocche collinari, ai cui piedi si sviluppa un primo lembo di 43 tombe a fossa stretta, scavate nel calcare secondo una disposizione a gradinata. Il gruppo di tombe più consistente è costituito da quelle ad arcosolio, a quote diverse, lungo la parete delle rocche, senza una regolare successione, ma sfruttando gli spazi delle pareti dei costoni. La tipologia comune è quella ad arcosolio a due loculi (ne sono presenti 20) e a tre loculi (ne sono presenti 10). Un arcosolio presenta quattro loculi. Un altro è composto da 6 loculi. Pochi cocci ritrovati, soprattutto frammenti di lucerne africane, e tracce di mosaici del tardo IV sec. d. C., ci indicano che la necropoli era utilizzata tra il IV e il VI sec. d. C. (v. foto). L'esistenza di un casale in quei luoghi è accertata nel 1320 (ACA, Pergaminos, Jaume II 3834 ex inf. Laura Sciascia) e nel 1408 (Gregorio, Bibliotheca, II, p. 491).

 

Necropoli di Stefano

Tombe ad arcosolio in c.da Stefano
Tombe ad arcosolio in c.da Stefano
Tombe ad arcosolio in c.da Stefano

Tombe a terra in c.da Stefano

 

Rocca di Stefano

Tradizione vuole che il toponimo “Stefano” dato alla rocca, che come dice G. Straforello “domina coi suoi precipizi scagliosi la valle nella direzione nord-est”, trovi riferimento nella morte di un certo Stefano caduto mentre in quel posto andava a caccia di cornacchie. Tra le foto della Rocca Stefano riportate in basso, in quella a destra  si vede l'imboccatura della galleria della preesistente strada ferrata che collegava Favara con Naro, costruita all'inizio degli anni "20 dello scorso secolo.

 

Rocca di Stefano
Rocca di Stefano e galleria con strada ferrata degli anni "20 del XX sec.

Rocca di Stefano

 

Sunto tratto da un articolo di Giuseppe Castellana pubblicato in BCA Sicilia – Beni Culturali e Ambientali, anno IX-X, n. 3, 1988-1989

 


 

6 - La villa romana-bizantina di c.da Saraceno*

L’area archeologica della “villa romana” (v. foto) è situata in c.da Saraceno, a qualche centinaio di metri dall’estremità nord-ovest dell’abitato di Favara, alle spalle del cimitero di Piana Traversa. Era in una posizione dominante rispetto alla vallata, dove anticamente si sviluppava la via Agrigentum-Catina, che collegava l’insediamento del Saraceno alla costa agrigentina ed ai caricatori di grano. La stessa via, nelle zone interne dell’isola serviva la massa Philosophiana, dove si collocava la stazione romana (meglio conosciuta come villa del Casale) di Piazza Armerina. zona archeologica della villa romana in c.da Saraceno

Dagli scavi condotti negli anni 1984-1985, 1989 e 1992 dal dott. G. Castellana emergono fasi storiche di vita della villa romana fino alla trasformazione in casale arabo.

La struttura è nata in epoca romana, tra il II e gli inizi del IV sec. d. C., come villa residenziale con schema a peristilio/cortile, con un complesso termale con mosaici bicromi, con un’area a giardino con vasche, forse per pesci, e annesso complesso agricolo.

In epoca tardo-costantiniana la villa è stata ricostruita, ma successivamente distrutta, probabilmente a causa dei terremoti tra il 365 e 371 d. C.  L’insediamento, limitatamente al settore agricolo venne sottoposto a rimaneggiamenti e la vita si protrasse nel V sec. d. C. Pavimento ad opus spicatum di epoca bizantina

La villa continuava a vivere in epoca bizantina, dalla metà del VI sec. alla seconda metà del VII sec. d. C. circa, con pavimenti ad opus spicatum in cotto (v. foto a sx), con la costruzione di una chiesetta cristiana (di cui ancora oggi si osservano le strutture basamentali).

In età tardo-bizantina sono stati effettuati diversi aggiustamenti con battuto di terracotta ed impasto derivante da tegolame e paglia, in parte riutilizzato nella fase successiva. Parte delle nuove strutture ricoprono quelle precedenti, con un massiccio piano di pietra calcarea e acciottolato che serviva da pavimento, riferibile al periodo fra l’VIII ed inizi del IX sec. d. C. Questo strato, comprende le strutture murarie, immediatamente sottostanti all’humus agricolo moderno, in molti casi intaccato dall’aratura tradizionale.

Alla conquista araba e al periodo arabo-normanno, dalla seconda metà del IX al X sec. d. C., sono riferibili i reperti ceramici in sigillata africana e la distruzione da incendio, con relativi crolli. L’ultima fase di vita della villa, ormai casale, è stata quella sveva, dall’XI al XIII sec. d. C., datata dalle monete sveve di Federico II e ceramica invetriata rinvenute.

Da questo periodo il casale venne abbandonato. L’abbandono può farsi risalire alla politica antisaracena di Federico II di Svevia che fu causa, in Sicilia, della fine di numerosi casali arabi, con la fondazione di nuovi borghi ai piedi di strutture fortificate (il caso di Favara è rappresentato dal castello dei Chiaramonte, ai cui piedi è nato un nuovo borgo che diede origine alla città attuale).

Per dovere di cronaca occorre dire che il casale arabo di c.da Saraceno èTorchio nella masseria Cafisi sulla villa romana caduto nell’oblìo dal periodo arabo-svevo fino a quando i Cafisi decisero di fondare una villa suburbana sui resti storici della villa e, a quanto pare, sugli ambienti signorili. Il terreno di c.da Saraceno pervenne ai Cafisi nella seconda metà del 1700. Stando agli atti notarili ritrovati, la villa Cafisi sarebbe stata realizzata tra il 1825 ed il 1840, ma non è da escludere qualche preesistenza di tipologia prettamente agricola (nella foto a dx il torchio del palmento). Le ultime ad ereditare il luogo di terre di c.da Saraceno (di oltre 52 ettari) con “un fabbricato colonico detto Casina, composta di diversi vani a pian terreno ed al primo piano e sette case coloniche sparse nei vari appezzamenti di cui era composto il latifondo”, sono state le sorelle Mariastella, Sinfarosa, Giulia e Assunta. Da qui si evidenzia che fino al 1901 l’intera struttura comprendeva due elevazioni fuori terra (oggi sono tre nella parte signorile). Nel 1925 avvenne una spartizione e la villa Cafisi con relative pertinenze venne assegnata a Giulia. Nel 1938 la proprietà di c.da Saraceno è passata in proprietà a Bosco Calogero e successivamente ai figli. Da qualche anno è proprietà del demanio regionale.

Una cosa importante a questo punto va detta.: prima della fondazione del castello chiaramontano la storia di Favara è nel buio assoluto. Gli storici parlano dell’esistenza di un casale arabo denominato Rehal (casale) Fewar (Favara). Nell’atto del 1299, di fondazione del monastero di S. Spirito di Girgenti da parte di Marchisia Prefolio, si cita un casale Caltafaraci, in territorio di Girgenti ed in c.da di Favara. Non è da trascurare il fatto che sul versante opposto della montagna, che guarda Agrigento, si ergono ancora i resti di una torre di tipologia araba-normanna (circa 100 mq di base e 12 m d’altezza), nell’800 inglobata in unaEdificio ricostruito sulle rovine probabilmente della torre di Caltafaraci costruzione più ampia (v. foto a sx). Nella zona più alta della montagna sono ancora visibili resti di insediamenti, fortificazioni e necropoli di varie epoche storiche, anche molto precedenti a quella romana.

Secondo lo storico dr. Eugenio Valenti, Caltafaraci è il nome di tutta la contrada che comprende la montagna a nord-ovest di Favara e che volgarmente sarebbe divisa i quattro parti: Caltafaraci, Montagna Grande, Rificia e Saraceno. A questo punto viene da chiedersi: il casale Caltafaraci, citato nell’atto di Marchisia Prefolio, è da identificare con quello di c.da Saraceno?, oppure col Rehal Fewar citato dagli storici? oppure (cosa più probabile) i casali coesistevano sulle dolci vallate della montagna?

Agli storici l’ardua sentenza.

 

L'area archeologica della villa romana vista da Caltafaraci

 

*La parte archeologica è stata estratta da: G. Castellana, McConnell, Notizie preliminari sullo scavo della villa romana in contrada Saraceno nel territorio di Agrigento. Sicilia Archeologica, 19, 1986.

 


 

7 - La villa romana-bizantina di contrada Stefano

Parti di una villa romana sono stati portati alla luce in una zona a valle dell'abitato di Favara, in prossimità di una trazzera asfaltata che si collega alla strada provinciale Favara-Castrofilippo, il cui percorso doveva coincidere grosso modo con la via antica interna Agrigentum-Catina dell’Itinerarium Antonimi.

Trattasi, in particolare, di una consistente porzione di costruzione di villa tardo-antica, collocabile nella seconda metà del IV SEC. d. C. I materiali ceramici ritrovati non supererebbero la metà del V sec. d. C.

Si è trovato terreno misto combusto con particelle di carbone, tegolame, pezzate di costruzione, frammenti di ceramica ed intonaco. Questo strato di distruzione fa pensare all’azione violenta delle invasioni dei vandali provenienti dall’Africa.

Resti della villa romana-bizantina in c.da Stefano.Fra le fabbriche ritrovate è da evidenziare un lungo muro che si sviluppa per circa 44 m. in pietrame ad opus caementicium, dello spessore di 2 m. Considerata la inesistenza di muri trasversali risulta ipotizzabile che si trattasse del muro di cinta della villa. All’interno di questa struttura si dipartono delle robuste strutture murarie ad andamento curvilineo, che inquadrano tre grandi ambienti absidali, con preesistente copertura probabilmente a botte.

I pavimenti dei tre ambienti potevano essere in tassellato policromo, come indica una certa quantità di tesserine prevalentemente di pasta vitrea di vario colore rinvenute nell’ambito della superficie delimitata dai due grandi muri.

La parte rinvenuta rappresenterebbe la parte afferente il giardino. Il cuore della villa si troverebbe invece nella zona superiore avente oggi come limite l'antica trazzera asfaltata di cui sopra.

Dai materiali raccolti in superficie pare che l’insediamento sia andato perduto anche in età bizantina. Questo dato si accorda del resto con le indicazioni provenienti dalla vicina necropoli.

 

Sunto tratto da un articolo di Giuseppe Castellana pubblicato in BCA Sicilia – Beni Culturali e Ambientali, anno IX-X, n. 3, 1988-1989

 

Geneo Storia Favara