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Carmelo Antinoro © 2008

 

DOMINAZIONI E RE DI SICILIA

di Carmelo Antinoro

 

INDICE

 

 

Sicani - Siculi - Elimi

 

Dominazione greca 477-491;

 

Dominazione romana 549-491;

 

Dominazione bizantina 551-902

 

Dominazione araba 902-1061

 

Dominazione normanna - Signori e Re Normanni

1071-1194

Ruggero I d'Altavilla 1071-1101

Simone 1101-1105;

Ruggero II 1105-1154;

Guglielmo I il Malo - 1154-1166

Guglielmo II il Buono 1166-1189;

Tancredi 1189-1194;

Guglielmo III 1194;

 

Re Svevi della Sicilia insulare e peninsulare

della dinastia degli Hohenstaufen

1194-1266

Enrico VI 1194-1197;

Costanza 1194-1198;

Federico II 1198-1250;

Corrado IV 1250-1254;

Manfredi 1258-1266;

Corrado V (Corradino);

 

Dominazione angioina insulare e peninsulare

Re Angioini della dinastia Angiò

1266-1282

Carlo I d'Angiò 1266-1282

 

Separazione dei Regni di Sicilia e di Napoli

(1282-1442)

Re di Sicilia di origini aragonesi , del Casato di Barcellona

1282-1410

Pietro I 1282-1285

Giacomo I 1285-1295;

Federico III 1296-1337;

Pietro II 1337-1341;

Ludovico 1341-1355;

Federico III il semplice 1355-1377;

Maria I 1377-1401;

Martino I 1392-1409;

Martino II 1409-1410;

Bianca 1410-1412;

 

Re di Sicilia e d'Aragona della dinastia Trastamara

1412-1441

Ferdinando I il Giusto 1412-1416;

Alfonso I il Magnanimo 1416- 1441;

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Trastamara

1441-1516

Alfonso I il Magnanimo 1441- 1458;

 

Separazione dei regni - Re di Sicilia

1458-1504

Giovanni I 1458- 1479;

Ferdinando II il Cattolico 1479- 1504;

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Asburgo di Spagna

1516-1700

Carlo V 1516- 1554;

Filippo II 1554- 1598;

Filippo III 1598- 1621;

Filippo IV 1621- 1665;

Carlo II 1665- 1700;

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Borbone di Spagna

1700-1713

Filippo V 1700- 1713;

 

Re di Sicilia della dinastia Savoia

1713-1720

Vittorio Amedeo II 1713- 1720;

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Asburgo d'Austria

1713-1734

Carlo VI 1713- 1734;

 

Periodo borbonico e decennio francese

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Borbone

1734-1806

Carlo III 1734- 1759;

Ferdinando III 1759-1806;

 

Re delle due Sicilie, della dinastia Borbone

1816-1861

Ferdinando III 1806-1816;

Francesco I 1825-1830;

Ferdinando II 1830-1859;

Francesco II 1859- 1861;

 

Sovrani d'Italia della dinastia dei Savoia

1861-1946

Vittorio Emanuele II 1861- 1878;

Umberto I 1878- 1900;

Vìttorio Emanuele III 1900-1946;

Umberto II 9/5/1946-18/-6/1946

 

 

 

Sicani - Siculi - Elimi

La Sicilia divisa nelle tre parti occupate dai Sicani, dai Siculi e dagli Elimi

I reperti più antichi confermano la presenza in Sicilia di identità etniche appartenenti a tre diversi gruppi: Elimi, Sicani e Siculi.

Da quanto riportato dagli storici greci e latini, è possibile dedurre che i Sicani comparvero in Sicilia nel Neolitico e che furono una popolazione autoctona o iberica. Recenti studi hanno individuato caratteri simili tra Sicani e Berberi.

I Sicani si stanziarono poco per volta su tutto il territorio della Sicilia chiamandola Sicania. Erano un popolo mite, dedito all'agricoltura (a loro è attribuita la scoperta del grano e la sua coltivazione, legato al mito di Cerere e della figlia Proserpina) e alla pastorizia, ma non mangiavano carne di animali, coprivano i corpi dei morti di ocra e li bruciavano su pile di legno.

Recenti scoperte hanno convalidato il rapporto dei Sicani con la civiltà minoica, mentre non sono tuttora chiari i rapporti con i vicini Elimi.

Tracce della civiltà dei Sicani si hanno negli ori ritrovati a Sant'Angelo Muxaro, anelli con incisioni zoomorfe.

Lo storico greco Tucidide, vissuto verso la fine del V secolo a.C., riporta quanto scritto da Antioco di Siracusa, autore di una storia della Sicilia dalle origini fino al 424 a.C.: "Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono... I primi abitatori dopo di loro sembra che siano stati i Sicani, a loro dire anteriormente ai Lestrigoni e ai Ciclopi per il fatto che erano autoctoni, mentre secondo verità erano Iberi scacciati dai Liguri dal fiume Sicano nell'Iberia. E quindi da loro l'isola fu chiamata Sicania, mentre prima era chiamata Trinacria: anche ora abitano la Sicilia, nelle parti occidentali... Giunti in Sicilia (i Siculi), grosso popolo com'erano, vinsero in battaglia i Sicani e li scacciarono verso le parti meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia invece di Sicania.» (Tucidide VI, 2, 3, 4 Storia).

Le origini dei Sicani sarebbero quindi iberiche, questo perché proprio nell'odierna Spagna esisteva un fiume chiamato Sicano.

Dionigi di Alicarnasso (I, 22), riportando un parere di Ellanico, narra che Siculi, Elimi e Ausoni giunsero in Sicilia tre generazioni prima della guerra di Troia (quindi intorno al 1270 a.C.) e cacciarono i Sicani, popolazione di pastori e agricoltori, nella parte occidentale dell'isola.

Diodoro Siculo narra l'arrivo di Liparo, figlio di Ausonio, alle isole Eolie (V, 6, 7), aggiungendo che i Sicani «abitavano le alte vette dei monti e adoravano Venere Ericina».

Altre notizie storiche sulle origini dei popoli siciliani le abbiamo da Pausania e Strabone e dalla letteratura latina. L'importanza di questi autori è data dal fatto che essi utilizzarono, nella loro esposizione dei fatti, il lavoro di storici locali più antichi, quali Timeo di Tauromenio, Filisto di Siracusa e Antioco di Siracusa.

Da quanto detto e trascritto dagli storici si evidenzia che fra un autore e l'altro non ci sono grosse differenze riguardo alla successione degli stanziamenti e la distribuzione sul territorio; gli unici problemi sono quelli di datazione.

Diodoro Siculo indica l'inizio della Storia dei Sicani con il re Cocalo o Kokalos, che regnò su Kamikos (Camico).

Quasi tutti gli storici greci e latini concordano col fatto che i Sicani fossero di origine iberica; solo Timeo (riportato da Diodoro V, 6, 1-3) indica i Sicani come popolazione autoctona, insediati in origine su tutta l'isola, dediti all'agricoltura, furono sospinti nelle parti occidentali a seguito di una forte eruzione dell'Etna che ricoprì vaste zone dell'isola, e dopo alcuni scontri con i Siculi giunsero ad una serie di trattati che definirono i confini dei reciproci territori.

Tutti gli storici concordano sul fatto che i Sicani fossero un gruppo etnico precedente ai Siculi e molto probabilmente anche agli Elimi. Questi ultimi erano alcuni esuli troiani e focesi, sfuggiti agli Achei, i quali si fusero con i sicani, stanziandosi nell'estrema parte occidentale dell'isola (Erice, Segesta).

I Siculi arrivarono dallo stretto di Messina attorno al 1000 a.C. Conoscevano già il bronzo ed il ferro, erano numerosi e organizzati, in fuga dal popolo campano degli Osci, con un nuovo e potente mezzo da guerra: il cavallo.

Della scrittura utilizzata dai Sicani non si hanno tracce, nessun reperto archeologico che possa essere di supporto a quanto affermato dagli storici greci. Anche i ritrovamenti archeologici sono scarsi, quelli che si fanno risalire a prima del 1400 a.C. si limitano a piccoli orci in ceramica difficilmente collocabili in un contesto storico.

I principali centri dei Sicani sono Iccara, Inico, Indara e Camico. Sui monti Sicani esistono infinite tracce di questo popolo, ceramica, strumenti di lavoro e decorazioni da Sant'Angelo Muxaro a Himera, da Morgantina a Caltabellotta.

 

Dominazione greca

VIII- II sec. a. C.

La civiltà greca, avente quei caratteri cui generalmente si tende a identificarla, viene inquadrata cronologicamente dal VIII al II secolo a.C. Localizzata in un primo tempo nella penisola ellenica, si estenderà successivamente alle coste dell'Asia Minore e dell'Italia meridionale con la fondazione delle colonie della Magna Grecia, e poi, con Alessandro Magno, giungerà in Egitto ed in Oriente, fino a toccare i confini dell'India. Frequentazioni da parte dei Greci nell'isola si attestano già, nella parte orientale, intorno al VIII sec. a.C. Poco dopo i primi insediamenti. Sia l'architettura che l'arte conoscerà un periodo Arcaico che va dall'VIII secolo alla prima metà del V secolo a.C. e che presenta ancora riconoscibili i modi espressivi degli antichi popoli dei Dori e degli Ioni. A questo periodo risalgono templi semplici e massicci, sculture immobili e solenni, vasi a decorazione geometrica o a figure nere. Gli esempi delle migliori espressioni di queste architetture si avranno nella Magna Grecia. Agrigento e la Valle dei Templi, Selinunte sono ormai noti in tutto il mondo. Espressioni di un'epoca durante la quale la civiltà greco-sicula, civiltà della Magna Grecia, perviene ad altissimi livelli di arte e di progresso. Nascerà la grande scultura arcaica, caratterizzata dalla fissità delle forme con cui era rappresentato il corpo umano. Ma andiamo con ordine. Nel 734 a. C. i coloni di Corinto fondano Sùraka in Sicilia, l'odierna Siracusa e nel 735 a. C. coloni greci, provenienti dalla Calcide nell'Eubea, fondano Naxos per il controllo delle rotte commerciali passanti per lo Stretto di Messina. Secondo recenti studi, però, tale data potrebbe essere anticipata di circa venti anni. I coloni calcidesi fondano anche Lentini, Catania e Zancle. Nel 728 a. C. i coloni di Mégara fondano Mégara Iblea, che a sua volta fonda Selinunte nel 650 a. C.. Al 689 a.C., da parte di Cretesi e Rodii si attesta invece la fondazione di Gela sulla costa meridionale; da questa città verrà poi fondata nel 580 Akragas - Agrigento ultima delle grandi colonie. Fino al III  secolo a. C. si combatterà per l'indipendenza delle nuove colonie sia dalla Grecia che dai Cartaginesi insediati sulle coste occidentali. Si formeranno delle alleanze per il dominio del territorio, che daranno luogo a varie tirannidi, in questo contesto emergerà la potenza della città di Siracusa, governata dai Dinomenidi. I Greci di Sicilia devono affrontare l'ostilità cartaginese ed etrusca, probabilmente suscitata dall'aggravarsi della minaccia persiana contro la madrepatria ellenica. Nel V sec. a. C. Siracusa otterrà due grandi vittorie militari contro i Cartaginesi. Nel 480 si svolge la battaglia di Imera: Gelone di Siracusa, alleato di Terone di Agrigento, sconfiggerà a Imera i Cartaginesi. Successivamente, nel 474, riporterà una decisiva vittoria navale presso Cuma sugli Etruschi che verranno così bloccati nella loro espansione verso l'Italia meridionale. Al 453 si attesta la ribellione di Ducezio, il quale riunisce tutte le città dei Siculi in una confederazione. Nel 450 la sollevazione è sedata. La concorrenza delle comunità cittadine verso Greci e Cartaginesi, darà origine a situazioni di conflitto. Nel corso della guerra del Peloponneso Atene interviene in Sicilia, suscitando la reazione dei Sicelioti- Greci di Sicilia-, fino alla grande spedizione del 415-413, dove si perverrà alla disfatta ateniese in Sicilia. Siracusa si conferma potenza egemone dell'isola e ne completa il processo di ellenizzazione. Nel 409 a. C. i Cartaginesi attaccano e distruggono Selinunte e Imera. Poi è la volta di Agrigento, Gela e Camarina, e della minaccia diretta alla stessa Siracusa, che comunque riesce ad attuare la controffensiva che porterà alla conquista di Mozia nel 397 a. C. e alla disfatta dei cartaginesi nel 386 a. C. Dionisio diviene tiranno della città dal 405 al 367; Egli conquisterà un vasto dominio nell'Italia meridionale e adriatica. Al 392 a. C. si attesta la pace tra i Cartaginesi e Dionisio I, che muore nel 367. Gli succederà il figlio Dionisio II, ma alcune congiure a suo danno lo costringeranno a cedere il trono a Timoleonte che, nel 345, verrà inviato da Corinto su richiesta degli stessi siracusani. Il nuovo sovrano respingerà i Cartaginesi negli originari confini dell'Alico battendoli sul fiume Crimiso (341) e riformerà la costituzione della città. Sotto la guida di Timoleonte, la Sicilia conosce quindi un periodo di stabilità e di ricostruzione: rifiorirono le città distrutte dai Cartaginesi come Gela, Kamarina ed Agrigento. Alla morte di Timoleonte seguiranno dissidi politici e si imporrà la dittatura. Agatocle infatti, nel 316 a. C. capeggierà una rivolta contro gli aristocratici e prenderà il potere a Siracusa. Nel 310 a. C. i Cartaginesi riescono a battere Agatocle presso Ecnomo. Egli però contrattacca e sbarca in Africa alla testa di 14000 uomini minacciando Cartagine. Nel 289 muore Agatocle. Gli abitanti di Siracusa invitano quindi Pirro, re dell'Epiro, in loro difesa; Pirro giunge in Sicilia allo scopo di sconfiggere i Cartaginesi, ma i successi ottenuti (egli tenterà invano di unificare tutta la Sicilia), non gli evitano la disfatta ad opera di Roma nel 275 a. C.. Un ex ufficiale di Pirro, Ierone II, nel 262 a.C, dopo una vittoria sui Mamertini mercenari di origine campana che vivono a Messina, si imporrà il titolo di basileus di Siracusa. I mamertini avevano chiamato in soccorso i Romani, determinando in tal modo la cosiddetta Guerra punica il cui esito sarà la sconfitta dei Cartaginesi nel 260 a C. Ebbe così inizio il periodo che rese la Sicilia provincia di Roma.

 

Dominazione romana

Dal 264 al 241 si svolge la I guerra punica, nel corso della quale i Romani sconfiggono i Cartaginesi in mare nel 262 a.C. a Milazzo e, nel 260 a.C., distruggono la flotta nemica presso Marettimo. Nel 215 a.C. Muore Gerone II, tiranno di Siracusa e gli succede Geronimo, che viene detronizzato nel giro di pochi mesi. I Romani espugnano Siracusa nel 212 a.C. e Agrigento nel 210 a.C completando vittoriosamente la II Guerra punica. Nel 138 a.C. al termine della guerra le condizioni economiche della Sicilia sono peggiorate. Esplodono due rivolte servili per rivendicazioni di carattere sociale ed aspirazione autonomista: quella di Euno (136-131) e quella di Salvio (104-100). Nel 36 a.C. l'imperatore Ottaviano estende definitivamente il possesso romano dell'Isola e l'occupazione Romana si consolida. La Sicilia ottiene da Cesare la concessione del diritto latino e da Antonio la piena cittadinanza romana. In Sicilia, a Piazza Armerina presso Enna, si trova uno degli esempi più belli e interessanti di architettura residenziale romana. La "Villa del Casale" come è stata denominata, ricca di mosaici originalissimi per contenuto e preziosissimi pre lo stato di conservazione, è una delle testimonianza che ci restituisce una idea dell'amore che il proprietario della villa doveva avere per la Sicilia, per stabilirvi una rsidenza così prestigiosa. In un periodo compreso tra il I e il VI secolo d.C. si sviluppa in territorio Romano, presso tutte le regioni interessate dall'emergere del cristianesimo, l'arte paleocristiana che in un primo momento presenta alcuni legami con l'arte del tardo-impero. L'arte romana infatti, essendo fortemente orientata alla propaganda di ideologie politiche e civili, influenzò le espressioni artistiche paleocristiane in relazione alle esigenze del cristianesimo di diffondere ampiamente la propria dottrina. I primi cristiani compresero il valore dell'immagine in relazione alla sua potenziale carica comunicativa, e questa loro tendenza a considerare l'immagine come portatrice di significati simbolici, fu di sicuro desunta dalla lezione dell'arte romana. In questa fase si può quindi affermare che inizialmente l'arte paleocristiana non inventa un linguaggio originale ma, mirando ad una massima ed immediata divulgazione, si affida a quel linguaggio, già lungamente sperimentato e di sicuro successo, utilizzato dai romani per la divulgazione dell'immagine dell'impero. Per questo, la prima arte paleocristiana non differisce stilisticamente dall'arte romana, ma anzi ne imita volutamente gli schemi compositivi, oltre che le tecniche esecutive. L'arte figurativa prende quindi le mosse dall'esigenza di comunicare i precetti della nuova religione, ad un pubblico che fosse il più ampio possibile. Dal II secolo d.C. cominciano ad essere realizzate, le prime necropoli paleocristiane in ragione del fatto che i cristiani usavano seppellire i loro morti, in sarcofagi o in loculi scavati nel terreno. Vengono così realizzate anche in Sicilia (vedi Siracusa) delle grandi necropoli: sottoterra i cristiani scavarono dei cunicoli disposti su più piani, in modo da poter ospitare centinaia di salme. Questi coemeteria (da koimào, dormo) sono conosciuti come catacombe. Esempio di architettura paleocristiana a Siracusa in Sicilia, è la diruta chiesa di San Giovanni Evangelista ispirata all'antico modello basilicale di origine latina. Sotto la pressione delle invasioni dei barbari, l'impero romano d'occidente scomparve nel 476 d. C. La Sicilia non rimase indenne e sarà parimenti scossa dall'invasione di orde barbariche. Nel 466 d.C. sbarca in Sicilia Genserico re dei Vandali, che dieci anni dopo cede l'isola a Odoacre re degli Sciri. Segue un periodo caratterizzato dalla influenza degli Ostrogoti, che nel 491 d. C. si annettono l'isola. La scomparsa dell'impero romano e la formazione dei regni barbarici segnò un periodo di profonda instabilità nel quale le città vennero progressivamente abbanonate e parte consistente della popolazione, sopravvissuta ai disastri del VI secolo, si spostò a vivere nelle campagne.

 

Dominazione bizantina

551-902

Alla morte di Costantino, l'impero romano si avvia verso la suddivisione. Si costituirà infatti l'impero romano d'oriente e, intorno al 330 d. C., Bisanzio, rinominata Costantinopoli, ne diverrà la capitale. La fine dell'impero romano d'occidente, con capitale Roma, avviene nel 476. Nel 535 i Bizantini conquistano la Sicilia con una spedizione inviata da Giustiniano e condotta dal suo generale Belisario. All'inizio della guerra goto-bizantina, annette la Sicilia all'impero romano d'oriente. L'isola diventa così provincia di Bisanzio, con capitale Siracusa. Nel 652 d.C., si comincia ad assistere alle numerose scorrerie arabe, ad opera di flotte saracene che salpano dal campo fortificato di Kairouan, in Tunisia. Nel 663 d.C l'imperatore Costante II trasferisce la corte, la zecca e gli uffici imperiali da Costantinopoli a Siracusa. Egli vorrebbe riportare la capitale dell'impero a Roma, vincendo i Longobardi, ma a causa di una congiura viene assassinato nel 668 d.C. e, l'anno successivo, suo figlio Costantino IV Pogonato (668-665) riporta a Bisanzio la capitale dell'impero bizantino. Siracusa torna ad essere capitale di provincia. La cultura artistica bizantina fu permeata dalla concezione della rivelazione, del Dio, unico, entità perfetta ed immutabile nella sua perfezione. L'arte, non doveva più narrare ma doveva rappresentare la manifestazione del divino -astratto perché immateriale-, la cui rappresentazione non doveva seguire le leggi fisiche della nostra percezione sensoriale, ma quelle di una visione interiore. Punti fondamentali della tecnica pittorica bizantina divennero: sfondi dorati che servivano a dare alle immagini sacre un valore assoluto, astraendole da un contesto spaziale -temporale; la ieraticità dei volti: espressioni, fisse; l'assenza di tridimensionalità: le figure, proprio perché rappresentavano enti immateriali, non potevano avere lo spessore tipico delle cose terrene, ma apparire come immagini proiettate. L'arte bizantina, pur mantenendosi pressoché costante per tutti i suoi mille anni di storia conobbe diverse fasi. Tra il 730 e l'843 si pervenne ad un periodo iconoclasta, in cui venne estremizzata la concezione di assolutezza spirituale dell'entità divina addirittura con la totale negazione di ogni possibile sua rappresentazione terrena. A tal periodo si attribuisce la nota diaspora di artisti, che da Costantinopoli furono costretti a trasferirsi altrove, in particolare nell'Europa occidentale.Nel 725 è la crisi iconoclastica dovuta al divieto di culto delle figure sacre imposto dall'imperatore nel 725. La crisi colpisce Bisanzio, dove la cultura artistica di questo periodo rigetta la produzione di immagini. In Sicilia i cristiani restano fedeli al culto delle immagini. Si assisterà per questo all'arrivo in massa di comunità monastiche e di numerosi gruppi di artisti che vi si rifuggeranno per continuare la loro attività. Sorgono numerosi santuari (vedi quelli di Cava d'Ispica e Pantalica) e si assiste alla costruzione di molte abitazioni rupestri scavate direttamente nella roccia di cui oggi poco o niente è rimasto. Alcuni esempi di piccole chiese (a pianta centrata quadrata formate da tre esedre che si affacciano su un'area centrale cubica, sormontata da una cupola, con un ingresso situato ad ovest), si trovano nella parte orientale dell'isola a Randazzo, Castiglione di Sicilia, Rometta e nei pressi di Noto e nei dintorni di Siracusa. Nel 732 la chiesa siciliana dipende dal patriarcato di Costantinopoli. I monasteri rimasero centri culturali attivi nell'alto medioevo, e la loro attività principale fu la trascrizione dei testi antichi. I monaci dediti alla copia dei manoscritti antichi, furono detti amanuensi Essi si dedicavano anche alla realizzazione di preziose illustrazioni da inserire nei codici, che vennero definite miniature per l'uso prevalente dell'inchiostro rosso, chiamato minio. Nacquero così i codici miniati la cui scomparsa avverrà nel XVI sec. In seguito alla diffusione della tecnica di stampa a caratteri mobili. A partire dal751, si avrà i un riavvicinamento della Chiesa di Sicilia all'esarcato di Ravenna e all'impero di Costantinopoli. La dominazione bizantina in un periodo di divisione del potere civile dal potere militare sottopose l'isola, a un regime di dittatura militare accompagnato da vessazioni fiscali e burocratiche. Ciò provocò un esodo verso le campagne. L'impero bizantino si estinguerà nel XVI sec. con la conquista da parte degli ottomani.

 

Dominazione araba

902-1061

La conquista araba della Sicilia inizia ufficialmente nell'anno 827. Fin dal 652 c'erano state numerose incursioni e reiterati tentativi di conquista, ma senza esiti. La spedizione definitiva venne effettuata quando il ribelle bizantino Eufemio, li chiamò in aiuto. Alla guida della spedizione c'era il giurista settantenne Asad b. al-Furāt. La spedizione araba lasciò il porto di Susa il 14 giugno dell'anno 827 e dopo aver effettuato una sosta nell'isola dei conigli, a Lampedusa, per rifornirsi di viveri ed uomini, arrivò a capo Granitola presso Mazara del Vallo tre giorni dopo, il 17 giugno. Lo sbarco avvenne il giorno successivo e fu occupata Marsala (in arabo Marsa Alī, il porto di Alī o Marsa Allāh, ossia il "porto di Dio") ed entrambi i centri furono fortificati e usati come testa di ponte e base di attracco per le navi.

Superata, nell'828, un'epidemia, forse di colera, che portò alla morte per dissenteria lo stesso Asad (sostituito da Muhammad b. Abī l-Jawarī per volere degli stessi soldati), i musulmani ottennero rinforzi nell'830, in parte dall'Ifrīqiya (allora impegnata a respingere l'attacco del duca di Lucca, Bonifacio II) e in maggior parte da al-Andalus, mentre in Sicilia giunse un gruppo di mercenari al comando del berbero Asbagh b. Wakīl, detto Farghalūs.

Fu così possibile ai musulmani, che già avevano preso Girgenti (rimasta sempre a stragrande maggioranza berbera), espugnare Palermo nell'agosto-settembre dell'831, che venne eletta capitale della Sicilia islamica (Siqilliyya). Subito dopo fu la volta di Messina, Modica e Ragusa, mentre Castrogiovanni (Enna) fu presa solo nell'859. Fu necessario più di un decennio per piegare la resistenza degli abitanti del solo Val di Mazara e, ancor più, per impadronirsi tra l'841 e l'859 del Val di Noto e del Val Demone. Siracusa cadde il 21 maggio 878, ad oltre mezzo secolo dal primo sbarco, al termine d'un implacabile assedio che si concluse col massacro di 5.000 abitanti e con la schiavitù dei sopravvissuti, riscattati solo molti anni dopo. L'ultima roccaforte importante della resistenza bizantina a cedere sotto gli attacchi dell'emiro Ibrāhīm b. Ahmad fu Tauromenium (Taormina) il 1 agosto 902 . L'ultimo lembo di terra a resistere ai musulmani fu Rometta che capitolò nel 965.

Nel 902 Ibrāhīm II (Abū l-Abbās), dismessi i panni da Emiro aghlabide per il veto opposto alla sua nomina dal califfo abbaside di Baghdad, nella sua volontà di prosecuzione del jihad, tentò di risalire l'Italia per poi giungere, si disse con grande fantasia, fino a Costantinopoli. Passò pertanto lo Stretto e percorse in direzione nord la Calabria. La sua marcia si arrestò nei dintorni di Cosenza, forse la prima città ad opporre una certa resistenza all'invasione. Tuttavia l'arresto avvenne probabilmente più per il disordine con cui le operazioni militari furono svolte e per la carenza di conduzione militare e di concreti risultati. Inoltre Ibrāhīm, colto da dissenteria, spirò in breve tempo e le sue truppe, al limite dello sbando, si ritirarono. Così si concluse la velleitaria conquista della Terra grande (al-ard al-kabīra).

La Sicilia, con la conquista musulmana, rifiorì economicamente e culturalmente e godette di un periodo lungo di pace e prosperità. Vennero introdotte tecniche innovative nell'agricoltura. Venne abolita la monocoltura del grano che risaliva al tardo impero e si passò alla varietà delle coltivazioni. Nel commercio l'Isola fu inserita in un'estesa rete marittima, divenendo il punto nevralgico di scambi mediterranei.

I musulmani non cercarono di islamizzare direttamente i siciliani (anche se indirettamente non mancarono argomenti in favore delle conversioni all'Islam). La parte occidentale si convertì comunque quasi al 50% mentre la parte orientale prevalentemente mantenne la fede cristiana. Generalmente i musulmani si mostrarono tolleranti con i cristiani, ai quali applicavano l'usuale statuto giuridico della dhimma, consentendo comunque loro il culto in forma privata e nelle chiese già esistenti.

Palermo ebbe un notevole sviluppo urbanistico divenendo potente e popolosa. Ibn Hawqal, mercante e geografo nel X secolo, nel suo Viaggio in Sicilia parla di Palermo come città dalle trecento moschee.

Alcuni personaggi importanti vissuti nell'epoca islamica della Sicilia, si distinsero nelle tecniche, nel diritto, nelle lettere e nelle scienze fra cui Muhammad b. Khurāsān, Ismāīl b. Khalaf, Yahyà b. ‘Umar, Abd al-Rahmān b. Hasan, Jafar b. Yūsuf e Ibn al-Khayyāt. Negli studi linguistici si ricorda Mūsà b. Asbagh, Abū Abd Allāh Muhammad al-Kattānī e Saīd b. Fatihūn.

La Sicilia fu gestita in piena indipendenza di fatto dal resto del mondo arabo, anche se formalmente non fu contestato mai il vincolo di dipendenza dagli Aghlabidi dapprima e dai Fatimidi poi.

L'Emiro nominava i governatori delle città maggiori, i giudici (qādī) più importanti e gli arbitri in grado di dirimere le controversie minori fra privati (hakam). L'isola venne suddivisa amministrativamente in tre valli: Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.

Dopo l'invasione le etnie più significative presenti erano quella araba, quella berbera e quella persiana, con qualche raro elemento turco di provenienza centro-asiatica.

Dal X secolo l'isola fu governata dai Fatimidi che avevano messo fine all'emirato aghlabide in Ifrīqiya nei primi anni del X secolo. Quando questi si spostarono in Egitto, la conduzione dell'isola fu affidata con la più ampia autonomia ai loro fedeli emissari Kalbiti.

Nello scenario di discordie e di instabilità creatosi, i Bizantini tentarono nel 1038 una riconquista con Stefano, fratello dell'imperatore Michele IV il Paflagone, il generale Giorgio Maniace, alcune truppe normanne e da esuli lombardi. Nel suo corpo di spedizione aveva militato il normanno Guglielmo Braccio di Ferro che, tornato tra i suoi parenti, riferì delle meraviglie dell'isola e della possibilità di farsene un dominio a scapito dei musulmani.

 

Dominazione normanna - Signori e re Normanni

1071-1194

1071

1101

 

Blasone degli Altavilla

Blasone degli Altavilla

Roberto d'Altavilla detto il Guiscardo

Roberto il Guiscardo

Ruggero I d'Altavilla detto il Bosso

Ruggero I d'Altavilla

Gran conte di Sicilia

I fratelli Ruggero I e Roberto il GuiscardoI I fratelli

Ruggero I d'Altavilla

e Roberto il Guiscardo

Sarcofago di Ruggero I d'Altavilla, nel museo di Mileto

Il sarcofago di Ruggero I

d'Altavilla nel museo di Mileto

Ruggero I il Bosso - I Normanni, popolazione nota nell'alto Medioevo con il nome di Vichinghi, erano agguerrite bande di avventurieri che dalla Scandinavia si diffusero in tutta Europa.

Uno di questi avventurieri, Rollone, si insediò in Normandia fin dall'896, e divenne, per meriti di guerra, vassallo del re di Francia, ottenendo nel 911 il riconoscimento dei possedimenti. È da questo ducato che, ormai cristiani, latinizzati nella lingua e in parte nel costume, i Normanni mossero per le più importanti imprese; fu da qui che Guglielmo il Bastardo, conosciuto poi come il Conquistatore, approdò in Inghilterra, mentre altri gruppi di mercenari, per lo più figli cadetti dell'aristocrazia feudale in cerca di fortuna, all'inizio dell'XI sec. penetrarono in Italia meridionale  come mercenari e ben presto riuscirono ad inserirsi nelle contese che opponevano i pontefici romani, i duchi longobardi di Benevento e di Salerno, i saraceni di Sicilia, i bizantini di Puglia e di Calabria.

Protagonisti di importanti imprese furono i Drengot, dei quali Rainulfo divenne conte di Aversa, ma soprattutto i membri della famiglia di Tancredi di Altavilla (Hauteville).

Sbarcati nel 1035, iniziarono, al servizio di Rainulfo, la loro straordinaria carriera, destinata a concludersi con la conquista dell'Italia meridionale e della Sicilia, con la costituzione di un regno che divenne il più potente ed importante dell'epoca. I protagonisti più famosi furono:

Guglielmo Braccio di Ferro, che divenne conte di Puglia;

Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria;

Ruggero I il Bosso, conte di Calabria e Sicilia, nato a Hauteville-la-Guichard nel 1031 circa .

Ruggero I il Bosso, ultimogenito di Tancredi, iniziò la sua carriera in sordina, all'ombra del fratello Roberto; insieme si lanciarono alla conquista dei principati longobardi di Benevento, Capua e Salerno, dei ducati, nominalmente ancora bizantini, di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta, della Puglia e della Calabria e dell'emirato arabo di Sicilia. Le conquiste degli Altavilla turbarono non poco il papa ma la loro ascesa fu incontenibile anche a causa dell'appoggio dei principi locali che, ciecamente, continuarono a considerarli dei semplici soldati di ventura.

I rapporti tra il papa e gli Altavilla non furono mai tranquilli, ma in virtù della loro supremazia militare (il Guiscardo era persino riuscito a catturare papa Leone IX ed a tenerlo prigioniero per nove mesi, nel 1053), con l'accordo di Melfi (1059) gli Altavilla ottennero il privilegio di considerarsi vassalli del pontefice, guadagnandosi il riconoscimento dei diritti feudali sull'Italia meridionale e sulla Sicilia, ancora da conquistare.

Roberto venne riconosciuto duca di Puglia e di Calabria e Ruggero, come suo vassallo, ottenne il castello di Mileto, in Calabria, dove stabilì la sua residenza e si circondò di una corte del Gran Contado, sul modello bizantino. Ruggero fece di Mileto la sua capitale e fu in questa corte che egli esplicò un'attività di potenziamento della propria strategia militare e politica, tessendo una fitta trama di rapporti internazionali con capi di stato e pontefici.

A Mileto nel Natale del 1061, si celebrarono le nozze con la normanna Giuditta d’Evreux; le seconde nozze con la longobarda Eremburga e infine, nel 1089, le terze nozze con Adelasia del Vasto della famiglia degli Alemarici, marchesi del Monferrato.

Affermata la loro supremazia nel Meridione d'Italia, i fratelli Altavilla sbarcarono in Sicilia chiamati dall'emiro di Catania, impegnato in una sanguinosa guerra col califfo di Girgenti. L'aiuto all'emiro di Catania fu solo un pretesto per iniziare la conquista della Sicilia ed essere, nel contempo, considerati i liberatori delle residue popolazioni cristiane ancora presenti nell'isola dopo due secoli e mezzo di dominio musulmano.

Nel febbraio del 1061 Ruggero organizzò uno sbarco a Messina con poco più di un migliaio di soldati. Messina cade senza opporre resistenza per cui i Normanni arrivarono facilmente fino a Castrogiovanni e Girgenti. Questo fu solo l'inizio, perché la spedizione vera e propria venne organizzata nella primavera del 1062, quando Ruggero, con truppe fresche, tornò in Sicilia con l'intento di occuparla totalmente.

Gli anni della conquista furono duri. Un feroce scontro avvenne a Cerami, a ovest di Troina. Il cronista Goffredo Malaterra riporta che le forze normanne erano esigue. Né il papato, né Pisa, né Genova, che tanto vantaggio poi trassero dalle conquiste normanne, fornirono aiuti. Ma Ruggero riuscì egualmente a mettere in fuga i nemici. I Normanni controllavano ormai una vasta zona, da Messina a Troina, dove Ruggero pose la sua capitale isolana. Con una serie di faticose battaglie che videro cadere una ad una le più importanti città, nonostante i rinforzi saraceni arrivati dall'Africa, nell'agosto del 1071 Ruggero giunse alle porte di Palermo. L'assedio durò fino al gennaio del 1072, quando Ruggero con l'aiuto del Guiscardo riuscì a penetrare nella città fortificata e la capitale cadde. Una messa solenne venne celebrata nell'antica cattedrale, che per 240 anni era stata moschea.

A poco a poco caddero anche Castrogiovanni, Butera ed infine Noto nel 1091. Occorsero trent'anni a Ruggero I per conquistare l'intera Sicilia e le isole di Malta e Pantelleria, il cui possesso rese sicuri i traffici nel canale di Sicilia e consentì di avviare scambi commerciali con i paesi prospicienti il Mediterraneo.

Ruggero inoltre, profittando della lotta per le investiture tra il papato e l'impero germanico, concesse alcuni favori al papato, appoggiando papa Urbano II contro l’impero, ma pur mostrandosi generoso con le diocesi che egli stesso aveva fondato, non restituì mai l’ingente patrimonio siciliano confiscato a Bisanzio. Urbano II scese personalmente in Sicilia, a Troina, per ratificare il suo operato, ma quando, più tardi, si permise di nominare il vescovo di Troina suo legato, Ruggero imprigionò il vescovo, fece annullare la nomina al papa ed infine, nel 1098, con la scusa di aver liberato dall'Islam la Sicilia, ottenne il titolo di Gran conte di Sicilia e di Calabria e la prerogativa di legato apostolico che permise di riconoscere al Gran conte e suoi successori la giurisdizione su tutte le faccende ecclesiastiche, per la quale tutti i vescovi siciliani (tranne quello di Lipari, la cui diocesi fu successiva) furono direttamente nominati dal re di Sicilia. Per la gestione di tale privilegio venne creato il tribunale della monarchia (intendendo per monarchia l'unità di comando amministrativo ed ecclesiastico).

Con Ruggero I, mentre la maggior parte dell'Europa era ancora feudale, si gettarono nel Meridione d'Italia le basi di uno Stato moderno. Il re non governò più tramite i suoi potenti feudatari, ma tramite i suoi funzionari, burocrati dello Stato. Diversamente dal resto d'Europa, Ruggero I si mostrò sempre più tollerante con i costumi e le tradizioni greche, latine e arabe che in quel periodo coesistevano nel Meridione, lasciando le proprietà e la libertà di culto. Quel rozzo guerriero ha capito che era più conveniente sfruttare i collaudati sistemi bizantini e musulmani piuttosto che imporre un sistema feudale di tipo europeo, e per questo ha avuto bisogno di funzionari che certamente non poté trovare tra le sue truppe. Egli riuscì a fondere i rapporti aristocratici feudali con il concetto orientale secondo il quale un capo non è “primo tra eguali”, ma è sovrano quasi “divino”. Per non indebolire il suo potere tenne per sé la maggior parte dei territori e quando concesse terre ad altri si riservò l’uso delle miniere, delle saline e delle foreste, revocando le terre in mancanza di eredi e in caso di infedeltà.

Se da un lato egli rispettava lingua e religione dei bizantini e dei saraceni, di cui si serviva per l’organizzazione dello Stato, dall’altro si dedicò alla ricristianizzazione e rilatinizzazione delle diocesi della Calabria, della Puglia e della Basilicata, già soggette al patriarcato di Costantinopoli, e della Sicilia, che per oltre 200 anni è stata musulmana, attraverso l'istituzione di numerosi monasteri latini, primo tra tutti la Santissima Trinità di Mileto. Fece costruire cattedrali come quella di Troina, prima capitale normanna, e di Catania; istituì nuove diocesi (grazie al legato apostolico di cui godeva), e favorì l'immigrazione di famiglie dall'isola britannica, dai territori franco-normanni e dall'Italia settentrionale, per ripopolare le terre dopo le guerre, le carestie e l’espatrio dei musulmani.

Con Ruggero I d'Altavilla la Sicilia ritornò a far parte del mondo occidentale ma contemporaneamente non tagliò i legami con l'Oriente, mantenendo armate musulmane e rapporti di amicizia e di commercio con tutto il bacino del Mediterraneo. A tal proposito, secondo un'ipotesi suggerita dallo storico musulmano Ibn al-Athìr (XII-XIII sec.), la conquista della Palestina avvenne essenzialmente tramite equilibri geopolitici e di interessi economici tra sovrani e feudatari franco-normanni e potentati arabi.

Ruggero I fu un capo ricco e potente ma al suo Stato mancava ancora il senso della stabilità; egli era un nomade, come i suoi antenati vichinghi (e, purtroppo, come i suoi successori) e passò la sua vita viaggiando con la sua corte, la sua amministrazione ed il suo tesoro. Dalla sua terza moglie, la gran contessa Adelasia, ebbe due figli: Simone e Ruggero. Simone, il primogenito, morì fanciullo, lasciando erede il piccolo Ruggero che a 10 anni divenne Gran conte di Sicilia e poi il primo re di Sicilia. La figura e la personalità di Ruggero I, che insieme al fratello Roberto il Guiscardo aveva realizzato la conquista normanna nel Mezzogiorno d'Italia, rimane un punto di riferimento essenziale nella storia del Medioevo europeo. Il rude guerriero protagonista di aspre e dure battaglie si era rivelato un saggio uomo di Stato, tanto da essere considerato il personaggio più autorevole dell'Italia continentale.

Ruggero I morì a Mileto il 22 giugno 1101.

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Discendenza di Ruggero I d'Altavilla:

Il primogenito di Ruggero fu un figlio naturale di nome Giordano (1055 c.  †  1092), che non sopravvisse al padre. Non è certo se il suo secondo figlio maschio, Guglielmo, sia nato fuori dai matrimonio.

C'era poi Goffredo, anche questo figlio illegittimo, a cui venne concessa la contea di Ragusa. In ogni caso era ammalato per cui non aveva possibilità di ereditare.

Giuditta d'Evreux (1050   †  1076), fu la prima moglie di Ruggero; era di stirpe normanna, figlia di Guglielmo d'Evreux ed Hawisa di Échauffour; il matrimonio ebbe luogo nel 1061 ed ebbero solo figlie femmine:

Flandina che sposò Ugone di Circea (o Jarzé) primo conte di Paternò († 1075). Rimasta vedova sposò Enrico del Vasto, capostipite della famiglia Mazzarino;

Matilde († prima del 1094) che sposò Raimondo IV di Tolosa nel 1080 ;

Adelisa († prima del 1096) che nel 1083 sposò il conte di Monte Sant'Angelo Enrico;

Emma (1070 c.   †  1120), richiesta in sposa da Filippo I di Francia, sposò prima Guglielmo (o Roberto) conte di Clermont ed in seconde nozze Rodolfo Maccabeo, conte di Montescaglioso.

Eremburga di Mortain († 1087), di stirpe normanna, figlia di Guglielmo, conte di Mortain (probabilmente Guglielmo Warlenc), Ruggero la sposò nel 1077 in seconde nozze. I loro figli furono:

Malgerio, conte di Troina;

Matilda che sposò Roberto d'Eu;

Muriella che sposò Giosberto di Lucy;

Costanza (1082   †  post 1135) che sposò nel 1095 Corrado re d'Italia, figlio dell'imperatore Enrico IV;

Busilla (Felicia) († 1102) che sposò Colomanno re d'Ungheria;

Giuditta che sposò Roberto I di Bassavilla.

Adelaide del Vasto - detta anche Adelasia - (1074   †  1118), fu la terza ed ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. I loro figli furono:

Simone (1093   †  1105), conte di Sicilia;

Matilde che sposò Rainulfo di Alife;

Ruggero (1095   †  1154), futuro re di Sicilia e successore del padre;

Maximilla († post 1137) che sposò Ildebrando Aldobrandeschi.

   

1101

1105

 

Simone di Sicilia (1093  † Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito di Ruggero I  e di Adelaide del Vasto e successore designato, ma durante il suo breve regno tenne la reggenza la madre.

   

1105

1154

 Ruggero II

Ruggero II

Tomba di Ruggero II

Tomba di Ruggero II

nella cattedrale di Palermo

Ruggero II incoronato da Cristo chiesa Martorana di Palermo

 Ruggero II incoronato da Cristo nella chiesa Martorana di Palermo

Ruggero II conte di Sicilia e di Calabria, (Mileto, 22 dicembre 1095   †  Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il Normanno, figlio e successore di Ruggero I e Eremburga di Mortain. È suo merito l'aver accorpato sotto un unico regno tutte le conquiste normanne dell'Italia meridionale e di aver organizzato un governo efficiente e centralizzato.

Alla morte del padre, mentre lui ed il fratello maggiore Simone erano in tenera età, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l'aiuto di valenti consiglieri.

Nel 1105 morì Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia.

Ruggero visse la sua infanzia a Palermo ed ebbe precettori greci e arabi, tanto che imparò la lingua greca, latina e araba.

Divenuto maggiorenne nel 1112, si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo paterna.

Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, nipote di Roberto il Guiscardo morí senza figli, Ruggero reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Sbarcò allora nel continente e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Tuttavia l'unione della Sicilia con la Puglia era osteggiata da papa Onorio II e dai signori locali.

A Capua, nel dicembre 1127, il papa promosse una crociata contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì e nel mese di agosto 1128 il papa fu costretto dalla superiorità militare, a nominare Ruggero II duca di Puglia.

Nel mese di settembre 1129 Ruggero fu pubblicamente riconosciuto duca di Napoli, Bari, Capua e le altre.

Per legare assieme tutti questi stati, il titolo reale sembrava essenziale e la morte del papa Onorio II, nel febbraio 1130, seguita da una duplice elezione di un papa e un Antipapa avvenne nel momento per lui decisivo. Nell'elezione del nuovo pontefice scoppiò uno scisma fra Innocenzo II, eletto con l'appoggio dei Frangipane e Anacleto II sostenuto dai Pierleoni. Nella confusione che ne seguí, Innocenzo, pur riconosciuto dalla maggior parte della cristianità, fu costretto a rifugiarsi in Francia; rimase a Roma invece Anacleto II che tuttavia aveva bisogno di maggiori consensi.

Ruggero lo appoggiò ed il prezzo fu la corona: il 27 settembre 1130 una bolla di Anacleto II fece Ruggero re di Sicilia. L'incoronazione avvenne a Palermo il 25 dicembre 1130.

Ruggero II completò la conquista del meridione d'Italia, segnando la nascita di uno stato centralizzato, unico in Italia, che ebbe circa sette secoli di vita. Tutto ciò spinse Ruggero in una guerra di dieci anni. Bernardo di Chiaravalle mise in piedi una coalizione contro Anacleto ed il suo re mezzo pagano. Ad esso si aggiunsero Luigi VI di Francia, Enrico I d'Inghilterra e l'imperatore Lotario III del Sacro Romano Impero. Nel frattempo il Meridione d'Italia insorse. Alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano: nel 1132, Rainulfo radunava grandi forze col suo alleato Roberto II di Capua. La città di Benevento, nonostante fosse usualmente fedele a Ruggero, si consegnò nelle mani dei ribelli che si erano ammassati alle sue porte. Gli eserciti avversi si scontrarono nella Battaglia di Scafati che, dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero il 24 luglio 1132.

A complicare le cose a Ruggero c'era l'imperatore Lotario II, sceso a Roma per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133) e se non avesse considerato chiusa la partita facendo repentinamente ritorno in Germania, avrebbe potuto assestare a Ruggero il colpo definitivo. Approfittando del fatto che Rainulfo e Roberto si erano recati a Roma per prestare giuramento a Lotario II, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto. Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente e Ruggero li costrinse alla resa (giugno-luglio 1134). Le truppe regie costrinsero Rainulfo, Sergio VII duca di Napoli e gli altri ribelli a sottomettersi, mentre Roberto fu espulso da Capua.

Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio a Napoli, unica città a resistere.

Contemporaneamente il previsto attacco di Lotario a Ruggero aveva guadagnato l'appoggio di Pisa, Genova e dell'imperatore d'Oriente Giovanni II di Bisanzio, ciascuno dei quali temeva la crescente potenza del regno Normanno.

Nel febbraio 1137 Lotario cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. A giugno assalí e prese Bari. Nel maggio 1137 Innocenzo II e Lotario concentrarono le loro armate accanto al castello di Lagopesole e assediarono la città di Melfi, che riuscirono a conquistare il 29 giugno, dopo la fuga di Ruggero II. Il pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture nell'anno 1137: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II.

Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II, delegittimò Ruggero II, in favore di Rainulfo di Alife della famiglia Drengot, nuovo duca di Puglia. Ruggero, liberato dal pericolo incombente, riprese terreno, saccheggiò Capua e costrinse Sergio VII ad accettarlo come signore di Napoli. A Rignano Garganico Rainulfo sconfisse nuovamente il re, ma nell'aprile del 1139 morì e Ruggero sottomise gli ultimi ribelli.

A questo punto Ruggero volle avere la conferma del titolo da Innocenzo II (Anacleto era morto nel gennaio 1138). Invece il papa, ancora restio a tale riconoscimento, dopo avere scomunicato Ruggero (8 luglio), invase il regno con un grande esercito, ma cadde in una astuta imboscata a Galluccio il 22 luglio 1139. Dopo la vittoria del re, il papa lo investì del titolo di re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua (Rex Siciliae ducatus Apuliae et principatus Capuae). Le frontiere del regno furono alla fine fissate da una tregua col papa Lucio II nell'ottobre 1144.

Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d'Europa. Le sue terre riunite sotto un'unica corona costituirono per i successivi sette secoli un regno unitario fino alla resa di Gaeta del 13 febbraio 1861 con il tramonto della dinastia dei Borbone di Napoli e l'avvento dell'Unità d'Italia sotto la corona dei Savoia.

Nell'estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le Assise di Ariano, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del regno di Sicilia. A Ruggero II si deve anche l'istituzione del Catalogus baronum, l'elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito.

A Palermo Ruggero attrasse intorno a sé i migliori uomini di ogni etnia, come il famoso geografo arabo al-Idrisi (Idrīsī o Edrisi), lo storico Nilus Doxopatrius e altri eruditi; mantenne nel regno una completa tolleranza per tutti i credi, razze e lingue. Egli fu servito da uomini di ogni nazionalità come l'anglonormanno Thomas Brun nella Curia, il rinnegato musulmano Christodoulos nella flotta e il bizantino Giorgio di Antiochia che nel 1132 fu fatto amiratus amiratorum (comandante in capo).

Ruggero II rese la Sicilia la potenza dominante del Mediterraneo. Grazie ad una potente flotta, costituita sotto diversi ammiragli, ed effettuò una serie di conquiste sulla costa africana (1135 - 1153), che andavano da Tripoli a Capo Bon.

La Seconda Crociata (1147-1148) offrì a Ruggero l'opportunità di riprendere i progetti del Guiscardo sull'impero romano d'oriente. Giorgio d'Antiochia fu mandato a Corinto alla fine del 1147 e spedì all'interno un esercito che saccheggiò Tebe. Nel giugno 1149 l'ammiraglio apparve avanti a Costantinopoli e sfidò l'imperatore bizantino lanciando frecce incendiarie contro le finestre del palazzo. Tuttavia l'attacco all'impero non ebbe risultati durevoli.

Nel 1149 Ruggero aiutò papa Eugenio III a rientrare a Roma dopo l'insurrezione di Arnaldo da Brescia.

Il re morì a Palermo il 26 febbraio 1154, e suo successore fu il quarto dei suoi figli, Guglielmo.

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Matrimoni e discendenza:

Ruggero II sposò:

 Elvira Alfonso di Castiglia (1100 ca.   †  1135) nel 1118 , da cui ebbe:

Ruggero, (1118   †  1148) duca di Puglia, che da una relazione con Bianca di Lecce ebbe Tancredi pretendente al regno di Sicilia;

Tancredi, ( 1120 ca.   †  1138) principe di Bari;

Alfonso (1122 ca.   †  1144), principe di Capua e duca di Napoli;

Adelasia (1126 ca.   †  dopo il 1184), Contessa di Firenze di diritto, la quale sposò Jozzelino, conte di Loreto e, in seconde nozze, Roberto, conte di Loritello e Conversano;

Guglielmo detto il Malo(1131   †  1166), duca di Puglia e poi re di Sicilia (1154-1166);

Enrico (1133   †  1145 ca.), principe di Taranto;

Clemenza (?)

Morta Elvira, dopo quattordici anni di vedovanza e la morte dei primi tre figli maschi, Ruggero II nel 1149 si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126   †  1151) che morì nel momento del parto.

Nel 1151 si affrettò a sposare Beatrice di Rethel ( 1135   †  1185) da cui nacque Costanza ( 1154   †  1198), Imperatrice e regina di Sicilia, che andò in sposa ad Enrico VI di Germania (1165   †  1197), e madre di Federico II di Svevia.

   

1154

1166

Guglielmo I il Malo

 Guglielmo I il Malo

Guglielmo I il Malo (1131  † 7 maggio 1166, quarto figlio di  Ruggero II ed Elvira Alfonso di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e, quindi, re di Sicilia alla morte del padre, avvenuta nel 1154. Successe, inoltre, al padre, essendo morti i suoi fratelli maggiori.

Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l'influenza della cultura araba diffusa nell'isola. Salito al trono, non rinunciò a dedicarsi alle mollezze ed agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di primo ministro plenipotenziale. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell'impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell'impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All'interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all'assolutismo stabilito da Ruggero II.

Probabilmente debilitato da una malattia (o forse distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno.

Nei primi del 1155 a Manuele Comneno arrivò notizia che i baroni di Puglia, che non avevano mai visto di buon occhio gli Altavilla e avevano intenzione di ribellarsi. L'imperatore spedì in Italia i suoi due migliori generali: Michele Paleologo e Giovanni Ducas con la missione di mettersi in contatto con i baroni pugliesi e con Federico Barbarossa, il quale si trovava ad Ancona ed era disposto a schierarsi coi bizantini, ma i suoi baroni si rifiutarono di continuare la campagna in Italia a causa del clima assai caldo e di varie malattie che avevano fiaccato le truppe. Manuele non disperò. La rivolta contro gli Altavilla si allargò a tutto il sud Italia. Verso la fine dell'estate del 1155 il conte Roberto di Loritello, a capo della rivolta, incontrò a Vieste Michele Paleologo. I due strinsero un rapido accordo: i nobili che si erano rivoltati agli Altavilla avrebbero goduto di vantaggi economici e di potere a Costantinopoli, e il regno di Sicilia sarebbe tornato a far parte dell'impero bizantino. Dopo questo accordo i bizantini si unirono agli eserciti dei baroni pugliesi, pronti ad attaccare. La prima tappa fu Bari che si arrese velocemente: il castello regio fu sprezzantemente distrutto dai baresi. L'esercito siciliano di re Guglielmo I fu decimato nei pressi di Andria.

Papa Adriano IV seguiva soddisfatto il procedere dei bizantini nel regno di Sicilia, poiché preferiva assai più come confinanti i bizantini piuttosto che gli Altavilla, pensando di poter estendere più facilmente i confini dello stato pontificio. Le trattative per unirsi in guerra ai bizantini contro il regno di Sicilia furono avviate alla fine dell'estate del 1155; il papa arruolò a tal fine mercenari campani e il 29 settembre 1155 si mise in marcia col suo esercito. In pochissimo tempo i bizantini ed il papa conquistarono tutta la Puglia e la Campania.

Se la campagna in Italia fosse continuata con tale intensità, i bizantini avrebbero annientato gli Altavilla e riconquistato tutto il sud Italia. Ma Guglielmo non si era ancora rassegnato: ristabilitosi dalla malattia, riorganizzò il suo esercito e lo affidò al connestabile Guglielmo Fiammingo, giustiziere di terra d'Otranto. Ai primi del 1156 Guglielmo attraversò lo stretto con le sue forze terrestri mentre la sua flotta puntava su Brindisi, dove i bizantini stavano assediando la città. Quando si sparse la notizia che Guglielmo stava avanzando, qualche barone della Puglia scappò coi suoi uomini e i mercenari campani scelsero il momento più difficile della campagna per chiedere il raddoppio dello stipendio: quando questi ricevettero una risposta negativa disertarono in massa. Anche Roberto di Loritello disertò, mentre Michele Paleologo era già morto in battaglia. Giovanni Ducas si trovò, con un esercito drasticamente ridotto;. fu sconfitto e fatto prigioniero coi suoi bizantini e i ribelli normanni che non avevano disertato. La città di Brindisi fu bloccata da terra e dal mare per quaranta giorni, fino a quando, grazie anche all'intervento dei cittadini esasperati, aprì le porte ai normanni il 28 maggio 1156. Le navi dei bizantini furono catturate con le grandi quantità d'oro ed argento conquistate. Con una sola battaglia persa per i bizantini, tutto quello che era stato fatto in un anno fu vanificato. Guglielmo ebbe pietà per i prigionieri bizantini ma non per i suoi sudditi ribelli. I mercenari normanni furono uccisi perché avevano tradito la loro patria; Brindisi fu risparmiata per la sua efficace resistenza e Bari fu rasa al suolo compresa la cattedrale. Fu risparmiata solo la Basilica di San Nicola e gli abitanti ebbero in tutto due giorni per mettersi in salvo con i propri averi. Le altre città della Puglia furono punite duramente, anche se non con l'asprezza di Bari. Si giunse all'accordo di Benevento il 18 giugno 1156, grazie al quale Guglielmo ottenne l'incoronazione ufficiale da parte di papa Adriano IV nel novembre 1156.

Manuele si convinse che era molto meglio trovare un accordo con re Guglielmo e inviò alla corte di Palermo Alessio Axuch, figlio del suo gran domestico Giovanni Axuch. Ufficialmente aveva l'incarico di prendere contatto con eventuali ribelli, di reclutare mercenari e di soffiare sul fuoco dei tumulti; ma contemporaneamente i suoi ordini erano di contrattare la pace con Guglielmo. questo perché quanto maggiori fossero state le difficoltà per Guglielmo, tanto più Bisanzio sarebbe stata avvantaggiata nelle trattative. Alessio portò in porto le sue due missioni facilmente. Due mesi dopo il suo arrivo, Roberto di Loritello saccheggiò la Sicilia, mentre una grossa banda di briganti conquistava Capua per poi arrivare a Montecassino. Il 6 gennaio del 1158 i briganti riuscirono a sconfiggere un esercito degli Altavilla in uno scontro corpo a corpo. Ma nel frattempo Guglielmo riportava un clamoroso successo navale nel mare Egeo, convincendo Manuele Comneno a concludere una pace segreta (primavera 1158. I baroni normanni ribelli, che di punto in bianco si trovarono senza più finanziamenti da parte dell'impero bizantino, si videro costretti ad abbandonare le conquiste fatte e a cercare un signore più affidabile.

Il rapporto tra il re Guglielmo ed i nobili feudatari tornò presto a incrinarsi dopo che si sparse la voce che l'ultimo baluardo normanno in Africa, la città di Mahddiyya, era stata lasciata in mano alla dinastia musulmana berbera degli Almohadi nel gennaio 1160. La perdita dei territori d’Africa, che rendeva assai più problematici i traffici commerciali nel Mediterraneo, fu imputata all'ammiraglio del regno, Maione di Bari, che avrebbe abbandonato la città senza colpo ferire, mentre questi spergiurava che l'ordine gli era stato imposto dal re. Guglielmo fu così costretto a contattare i nobili più scontenti che già minacciavano atteggiamenti di disobbedienza. La tradizione narra che Matteo Bonello fedele inizialmente alla corte normanna di Palermo fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e voltando le spalle agli Altavilla si sarebbe messo a capo di una rivolta composta dalla nobiltà calabrese e pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l'ammiraglio del regno Maione, i vicari del re e gli emiri di origine araba che a loro volta godevano della piena fiducia del sovrano. Comunque poté godere in Sicilia dell'appoggio anche di diversi baroni, ma soprattutto della benevolenza popolare perché la corte era oramai considerata ostile ed invisa a larghe fasce della popolazione.

Il 10 novembre del 1160 giunse a Palermo e nelle strade del capoluogo siciliano catturò e giustiziò in pubblico Maione di Bari fra il giubilo dei popolani. Una tradizione popolare vuole che Maione fosse stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d'ingresso si troverebbe infissa l'elsa della spada del Bonello. Il re Guglielmo fu costretto, per placare la rivolta, a dichiarare che non avrebbe arrestato Bonello. Ma la resa dei conti era solamente rimandata, poiché, uccidendo l'ammiraglio Maione, il Bonello si era inimicato una parte influente della corte normanna. Successivamente Bonello si ritirò nel castello di Caccamo (PA) da dove, nel marzo del 1161, organizzò una congiura contro lo stesso Guglielmo. Catturato ed imprigionato il sovrano, fu dichiarato decaduto e venne proclamato re il figlio Ruggero, peraltro ancora di minore età. La rivolta tuttavia divenne una sommossa incontrollata e diversi membri della corte, vennero trucidati; fu, inoltre, avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). La congiura prevedeva infine la conquista di Palermo, ma Bonello per motivi oscuri non mosse le proprie truppe. Questo gli costò la perdita del controllo dell'insurrezione e, in seguito ad un tradimento, venne fatto arrestare dal re Guglielmo, nel frattempo ritornato al trono, nel suo stesso castello a Caccamo. La tradizione popolare parla di atroci torture ai danni di Bonello: sarebbe stato sfigurato e rinchiuso sino alla morte nei sotterranei dello stesso castello.

Fallita la rivolta popolare a Palermo, alcuni degli sconfitti si erano rifugiati nei territori aleramici dell’isola (Butera, Piazza Armerina); Ruggero Sclavo, appena nominato conte di Butera, alleatosi con Tancredi, conte di Lecce e futuro re di Sicilia, scagliò i suoi uomini contro i saraceni: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione araba. Il re mise insieme un esercito di saraceni e si diresse verso Piazza Armerina e Butera, che conquistò e rase al suolo nell'estate del 1161. Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra Santa.

Del suo regno si può ancor oggi ammirare la splendida costruzione della Zisa, completata dal successore Guglielmo II.

Guglielmo I morì a 46 anni, il 7 maggio 1166, e venne sepolto in un mausoleo all'interno del Duomo di Monreale.

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Matrimonio e discendenza:

Guglielmo sposò Margherita di Navarra, figlia di Garcia IV Ramirez di Navarra, che gli diede quattro figli:

Ruggero (1151   †  9 marzo 1161), duca di Puglia;

Roberto (1152   †  1165 ca.)

Guglielmo II di Sicilia  detto il Buono e successore nel regno di Sicilia;

Enrico (1158   †  1172), principe di Capua.

   

1166

1189

Interno della cattedrale di Monreale

Chiostro della cattedrale di Monreale

Chiostro della cattedrale di Monreale

Interno e chiostro della cattedrale di Monreale

Guglielmo II fa edificare la Cattedrale di Monreale e la dedica alla Vergine

Guglielmo II fa edificare la Cattedrale di Monreale

e la dedica alla Vergine

(mosaico del XII secolo)

Guglielmo II il Buono (1153 - Palermo  † 18 novembre 1189), figlio di Guglielmo I il Malo e Margherita di Navarra, fu uno dei monarchi normanni che ebbe la maggiore benevolenza popolare.

Guglielmo salì al trono tredicenne alla morte del padre, nel 1166, sotto tutela della regina madre. Il regno di Sicilia veniva da un triste periodo di lotte intestine dovute ad una serie di lacerazioni fra la nobiltà, il clero ed il popolo, probabilmente anche accentuato dal carattere poco mite di Guglielmo I il Malo.

Divenuto maggiorenne, Guglielmo II venne incoronato re di Sicilia nel 1172 con l'appoggio dell'arcivescovo Gualtiero, del clero e dell'aristocrazia. Di Guglielmo II, rispetto al padre, i cronisti dell'epoca sottolinearono spesso, oltre alla bellezza, la correttezza nell'esercizio delle funzioni ed il rispetto per le leggi ed il popolo, l'istruzione e la mitezza d'indole. Il re inoltre, riuscì a godere di un periodo di relativa stabilità e riappacificazione nelle relazioni fra le diverse fazioni.

Nel 1176 mandò il suo consigliere, l'arcivescovo di Capua Alfano di Camerota, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d'Inghilterra, per instaurare un'alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione ebbe successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177, Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), figlia del re Enrico II e sorella di Riccardo Cuor di Leone.

Il regno di Sicilia con Guglielmo fu particolarmente fiorente nelle arti. Fra le opere avviate da Guglielmo merita una citazione il Duomo di Monreale, realizzato con il beneplacito di papa Lucio III, e l'Abbazia di Santa Maria di Maniace, fortemente voluta dalla regina madre Margherita. Anche la Zisa, avviata dal predecessore Guglielmo I, fu completata sotto il suo regno.

L'atmosfera nel suo regno non era turbata da odio interreligioso; afferma Michele Amari: E pur l'universale della popolazione non aborriva per anco i Musulmani ...; la voce del muezzin non facea ribrezzo nelle grandi città ... onde gli eunuchi, gaiti o paggi che dir si vogliano, esercitavano gli ufficii di corte sotto quel velo sottilissimo d'ipocrisia che li facea apparire cristiani...; Guglielmo accogliea con onore i Musulmani stranieri, medici e astrologhi e largìa denaro a' poeti ...; i Musulmani soggiornavano in alcuni sobborghi senza compagnia di Cristiani; un qâdî amministrava la loro giustizia; frequentavan essi le moschee e ciascuna era anco scuola: fiorivano i loro mercati.... La sua inusitata tolleranza verso i sudditi musulmani (che tanto scandalizzava i cristiani benpensanti ed esasperava il papa) venne attestata anche dal noto viaggiatore Ibn Jubayr che, nella sua Rihla (Viaggio), ha ricordato come nel terremoto del febbraio 1169, egli s'aggirava nella reggia affermando ai suoi diversi servitori: Che ciascuno preghi il Dio ch'egli adora! Chi avrà fede nel suo Dio, sentirà la pace in cuore.

Secondo resoconti successivi al 28 agosto 1185, Guglielmo avrebbe chiesto ai suoi vassalli di giurare fedeltà a Costanza, sorella del padre, come sua legittima erede; è bene tuttavia non accordare troppo peso a questa testimonianza priva di concordanza nelle fonti.

Guglielmo venne sepolto ai piedi dell'altare maggiore del Duomo di Monreale. Il Cardinale Torres, nel 1500, fece disseppellire il corpo del re e gli fece costruire un sepolcro rinascimentale, accanto a quello del padre Guglielmo I.

   

1189

1194

Tancredi di Sicilia

Tancredi di Sicilia nel Liber ad honorem Augusti, 1196

Tancredi (Lecce, 1138 ca.  † 20 febbraio 1194), conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e re di Sicilia (1189-1194); nipote di Guglielmo II il Buono; figlio naturale di Ruggero III di Puglia e di Emma dei conti di Lecce.

Morto Ruggero II, Tancredi fu coinvolto nella rivolta di Ruggero Sclavo (1160), in seguito alla quale fu costretto all'esilio a Costantinopoli da Guglielmo I di Sicilia (Guglielmo il Malo); ritornò in Sicilia solo dopo l'assunzione del trono da parte di Guglielmo II di Sicilia (Guglielmo il Buono) (1166).

Durante il regno di Guglielmo II, Tancredi fu suddito fedele e prese parte alle azioni belliche della flotta normanna guidata da Margarito da Brindisi. Tancredi fu anche munifico nei riguardi della contea di Lecce: a lui si deve la commissione della chiesa e del monastero dei Santi Niccolò e Cataldo (1180) a Lecce; il complesso dell'abbazia di Santa Maria di Cerrate, nei pressi di Squinzano e importanti lavori nella Cattedrale di Otranto.

Quando Guglielmo il Buono morì (1189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte Guglielmo avrebbe indicato Costanza d'Altavilla ad erede ed obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà, accettando a sorpresa le nozze di questa con Enrico VI di Germania, figlio dello svevo Federico Barbarossa. Costanza era figlia legittima di Ruggero II (quindi zia paterna dello stesso Tancredi), ma allora era molto forte l'opposizione dei cavalieri normanni alla dinastia imperiale sveva in Sicilia. Una parte della corte, sperando anche nell'appoggio papale, simpatizzava invece per Tancredi, che era riuscito ad ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Inoltre, essendo l'imperatore Federico Barbarossa impegnato nella crociata in Terra Santa, Enrico VI e Costanza erano costretti a rimanere nel regno di Germania, allora in una situazione particolarmente delicata, ed a distogliere l'attenzione dalla Sicilia. In questo contesto, nel novembre 1189, Tancredi fu incoronato a Palermo re di Sicilia. Il papa, che non vedeva di buon occhio un unico sovrano della casata degli Hohenstaufen dalla Germania alla Sicilia, approvò e riconobbe l'elezione.

Quando Enrico successe nel trono al padre, decise subito di riconquistare la Sicilia, supportato anche dalla flotta della marineria pisana, da sempre fedele all'imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere detta marineria; l'esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutte una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell'imperatrice il conte di Lecce pretese che Enrico scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l'Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata.

Tancredi morì di una malattia, non meglio precisata, nel 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all'obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. La sua successione fu molto travagliata. Tancredi aveva indicato come successore, dapprima il figlio Ruggero, che però era morto nel 1193, e successivamente l'altro figlio Guglielmo, con la reggenza della moglie Sibilla di Medania sino alla maggiore età.

Morto Tancredi, Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, ponendo così fine all'esistenza autonoma del regno di Sicilia.

Riuniva le simpatie di quanti si opponevano ad un eventuale collegamento tra la dinastia sveva e quella normanna e della Chiesa. Riuscì a placare l'ennesima rivolta dei nobili pugliesi e a difendere il regno di Sicilia dalle espansionistiche pretese di Enrico di Hohenstaufen, imperatore del Sacro Romano impero.

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Matrimoni e discendenza:

Dall'unione di Tancredi con Sibilla di Medania (anche Sibilla di Acerra), sarebbero nati:

Ruggero III di Sicilia, (1175  †  1193) sposato nel 1193 con Irene Angelo (1180   †  1208), figlia dell'imperatore Isacco Angelo;

Guglielmo III di Sicilia (1185  †  1198), re di Sicilia (24 febbraio-24 dicembre del 1194);

Maria Albina († dopo il 1216), Contessa di Lecce, sposata con Gualtieri III di Brienne († 1205) e successivamente con Giacomo di Sanseverino;

Costanza sposata il 1213 con Pietro Ziani, doge di Venezia († 1229);

Medania;

Valdrada sposata con Jacopo Tiepolo, doge di Venezia.

   

1194

Guglielmo III

Resti del castello della regina Sibilla a Caltabellotta

Resti del castello della regina Sibilla a Caltabellotta

Guglielmo III o Guglielmo III d'Altavilla (1185   † 1198), fu re di Sicilia dal febbraio al dicembre 1194, con la reggenza della madre Sibilla. Fu l'ultimo discendente maschio della dinastia normanna a regnare sul regno di Sicilia prima della conquista da parte degli Svevi.

Figlio secondogenito di Tancredi (1139   †  1194) e di Sibilla di Medania (1153   †  1205). L'erede al trono era suo fratello maggiore Ruggero III di Sicilia ( 1175   †  1194) che dal 1193 prese le rendini dello stato ma morì nel gennaio 1194 all'età di 19 anni. Tancredi morì poco dopo, a 55 anni. Gli successe al trono Guglielmo III, di soli 9 anni, sotto la reggenza della madre Sibilla.

Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI (1165   †  1197) si accinse a conquistare il regno e nel luglio del 1194 varcò i confini. La campagna fu fortunata e molte città si sottomisero senza combattere; perfino Napoli si arrese subito al vincitore, che proseguiva minaccioso verso la Sicilia. Espugnò le città che si difendevano e nell'ottobre sbarcò con il suo esercito in Sicilia: Messina si arrese subito senza combattere temendo rappresaglie.

Palermo fu conquistata agli inizi di dicembre e il giorno di Natale Enrico VI si incoronò re di Sicilia e annetté il regno all'impero. In cambio del trono a Guglielmo e alla madre venne offerta la contea di Lecce e Taranto ma il 28 dicembre Enrico accusò Sibilla di complotto e fece arrestare lei, i figli e tutta la nobiltà a loro fedele. Sibilla e le sue figlie furono incarcerate in un monastero in Alsazia e liberate solo dopo la morte di Enrico VI, avvenuta nel 1197. Guglielmo secondo una versione fu accecato e castrato; più verosimilmente fu deportato in Germania, dove visse in uno stato di semi-prigionia, fino alla sua morte, avvenuta nel 1198, a 13 anni. Secondo una versione apocrifa sarebbe sopravvissuto fino al 1232, quando sarebbe stato scoperto e fatto giustiziare da Federico II.

 

Re Svevi della Sicilia insulare e peninsulare

della dinastia degli Hohenstaufen

1194-1266

 

1194

1197

Stemma degli Hohenstaufen

Stemma degli Hohenstaufen

Stemma degli Hohenstaufen del Regno di Sicilia

Stemma degli Hohenstaufen del regno di Sicilia

Tomba di Ernico VI nella Cattedrale di Palermo

Tomba di Ernico VI nella Cattedrale di Palermo

Enrico VI di Hohenstaufen ( Nimega, novembre 1165  †  Enna, 28 settembre 1197), figlio di Federico Barbarossa e della seconda moglie Beatrice di Borgogna.

Enrico VI, richiamato dai nobili pugliesi, riuscì ad espugnare il castello di Caltabellotta dove si erano rifugiati Sibilla, il figlio Guglielmo III e alcuni nobili. Torturati ed uccisi i suoi nemici, Enrico VI si è fatto incoronare re di Sicilia la notte di Natale del 1194 a Palermo.

Enrico VI é ricordato come crudele tiranno e come saccheggiatore del regno siciliano visto che il suo reale interesse era arricchire le casse tedesche.

Nel 1185 sposò Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia; il suo matrimonio venne concordato nel 1168 tra il padre ed il sovrano di Sicilia Guglielmo II.

Nel 1189, alla partenza del padre per la terza crociata assunse la reggenza del Sacro Romano Impero. L'anno successivo soffocò una rivolta di nobili capeggiata dal duca di Sassonia Enrico il Leone.

Enrico VI fu re di Germania (1190-1197), imperatore del Sacro Romano Impero (1191-1197) e re di Sicilia e di Puglia (1194-1197).

Alla sua morte, avvenuta nel 1197, lasciò erede il figlio Federico II di tre anni.

   

1194

1198

Tomba di Costanza d'Altavilla nella Cattedrale di Palermo

Tomba di Costanza d'Altavilla nella Cattedrale di Palermo

Costanza d'Altavilla, conosciuta anche come Costanza di Sicilia (2 novembre 1154   †  Palermo, 27 novembre 1198), rimasta vedova, regnò in nome del figlio Federico II, poi re di Sicilia, di Germania ed imperatore del Sacro Romano Impero.

   

1198

1250

Nascita di Federico II a Jesi

Nascita di Federico II a Jesi

Federico II di Svevia

Federico II di Svevia

Federico II di Svevia

guanti cerimoniali di Federico II

guanti di Federico II

Tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo

Tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo

Federico VII Hohenstaufen di Svevia, o Federico I di Sicilia o Federico II del Sacro Romano Impero ( Jesi, 26 dicembre 1194  † Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250). Fu imperatore del Sacro Romano Impero, re d'Italia, di Borgogna, di Germania, di Gerusalemme  e, col nome di Federico I, re di Sicilia dal 1198 al 1250. Popolarmente conosciuto con gli appellativi stupor mundi (meraviglia del mondo) o puer Apuliae (fanciullo di Puglia).

Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo.

Il suo regno fu caratterizzato da una tenace attività legislativa, di innovazioni tecnologiche e culturali volte ad unificare le terre ed i popoli, fortemente contrastata dalla Chiesa. Fu convinto protettore di artisti e studiosi e la sua corte fu luogo d'incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica.

Il 18 maggio 1198, a soli quattro anni, venne incoronato re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua, e venne affidato alla tutela del pontefice Innocenzo III.

Federico II passò la sua fanciullezza a Palermo; possedette vaste conoscenze linguistiche, scientifiche e matematiche nonché una discreta competenza anche in materia religiosa. Fu incoronato dopo aver accettato come condizioni imposte dal papa Innocenzo III e dal suo successore, di separare la Sicilia dall'impero e di partire per una crociata per liberare la Terra Santa, ma Federico II non volle sottostare a tali accordi.

Forte dell'appoggio del papa e della feudalità minore, Federico II impose l'abbattimento di tutti i castelli e le costruzioni edificate senza il consenso regio e di revisionare tutti i privilegi concessi dopo la morte di Guglielmo II.

La questione musulmana fu regolata attraverso una repressione che portò alla deportazione in massa degli arabi presso Foggia.

Nel febbraio 1209 Federico II sposò Costanza, figlia di Alfonso II d'Aragona. Dopo la morte di Costanza (1222), Federico II sposò Jolanda di Brienne, erede del regno di Gerusalemme. Tali eventi hanno fatto rimandare la partenza dell'imperatore per la crociata.

Nel 1227 diventò pontefice Gregorio IX che obbligò Federico a mantenere le sue promesse per la crociata. L'imperatore partì, ma, a causa di un'epidemia, la flotta fece quasi subito rientro ottenendo la scomunica papale.

Nel 1229 Federico ripartì per la crociata e mercanteggiò col sultano d'Egitto per ottenere Nazareth e Betlemme e l'apertura dei porti palestinesi e siriani per i cristiani, esito che non soddisfò del tutto il pontefice.

Mentre l'imperatore era impegnato nella crociata, il pontefice invadeva il suo dominio. Ritornato in Patria, Federico II riuscì ad annullare l'invasione e a rompere l'alleanza con i Comuni lombardi e la Chiesa.

Con la Pace di San Germano del 1230, Federico II restituì i beni che precedentemente aveva sottratto alla Chiesa, riconoscendo l'immunità ecclesiastica dalla giurisdizione laica e dal pagamento delle imposte e rinunciò al controllo delle elezioni vescovili. Ciò gli permise di attuare una nuova organizzazione del regno con le Costituzioni Melfitane emanate nel 1231 e con le Costituzioni del regno di Sicilia.

Federico II morì nel castello svevo di Fiorentino di Puglia la notte del 13 dicembre 1250.

   

1250

1254

Corrado IV ( Andria, 25 aprile 1228  † Lavello, 21 maggio 1254) figlio dell'imperatore Federico II e la seconda moglie Jolanda di Brienne.

Dopo la deposizione di Enrico VII fu designato da Federico come suo successore ed assunse i titoli di duca di Svevia (1235-1254), Rex Romanorum (1237-1254), re di Sicilia (1250-1254) e re di Gerusalemme (1228-1254).

I1 settembre 1246, a Vohburg, Corrado sposò Elisabetta di Wittelsbach,  figlia del duca di Baviera Ottone II.  Con questo matrimonio i Wittelsbach divennero gli alleati più potenti degli Hohenstaufen, ormai in decadenza. Corrado IV morì di malaria in un accampamento presso Lavello; il cuore e le viscere vennero seppelliti a Melfi e il suo corpo traslato nella cattedrale di Messina. Prima ancora che fosse celebrato il suo funerale, un fulmine colpì la chiesa, bruciando il corpo del re.

Nel 1259 la vedova di Corrado, Elisabetta, sposò Mainardo II di Tirolo-Gorizia.

   

1258

1266

Manfredi incoronato

Manfredi incoronato (da una Nova Cronica del Villani)

Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia ( Venosa, 1232  † Benevento, 26 febbraio 1266), terzogenito dell'imperatore svevo Federico II e di Bianca Lancia, nonché fratello di Corrado IV.

Fu reggente dal 1250 in attesa della maggiore età del fratello Corrado e dal suo rientro dalla Germania.

Manfredi godeva di un prestigio immenso presso i suoi, sia per le sue qualità di condottiero che per quelle di uomo di corte e di amante delle lettere e delle arti. Con la morte di Corrado forse parve naturale che il comando dovesse essere di Manfredi. In un primo momento Manfredi cercò un accordo col papa Innocenzo IV in modo da separare la Sicilia dal Sacro Romano Impero e di lasciare al fratello Corrado i domini tedeschi, ma il piano non riuscì a causa dell'intransigenza papale.

Dopo la morte misteriosa di altri due fratelli, tutto si volse in suo favore. Inizialmente fu costretto a sottostare ad un accordo papale che gli affidava la nomina di vicario di Puglia, Basilicata e Calabria, di principe di Taranto e quella di conte di Tricarico, Gravina ed Andria. In cambio il papa voleva il vassallaggio del regno di Sicilia. Manfredi capì che le reali intenzioni del papa erano quelle di eliminarlo, per cui decise di giocare d'anticipo, così, aiutato da alcuni fedeli signori, nel novembre del 1254 entrò a Lucera dove i saraceni lo accolsero in trionfo.

Con la morte del papa Innocenzo IV e con il subentrante Alessandro IV tutto sembrava volgere in favore di Manfredi, il quale venne incoronato re del regno di Sicilia e della Puglia nell'agosto del 1258, inizio della definitiva rottura con la Chiesa.

Nel 1264 moriva papa Urbano IV e gli succedeva il francese Clemente IV. Nel frattempo partiva, ai danni di Manfredi, la spedizione dell'Angioino Carlo. La battaglia decisiva si svolse a Benevento il 26 febbraio 1266 e fu nefasta per Manfredi, che vi trovò la morte, a causa del tradimento dei nobili pugliesi.

Il suo nome è stato legato alla città pugliese di Manfredonia, città che egli stesso fondò nel 1256.

   
 

Corradino quattordicenne in Codex Manesse

Corradino quattordicenne in Codex Manesse

 Corradino di Svevia

 Corradino di Svevia - Napoli, Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore

Corrado V (detto Corradino) di Svevia  ( Landshut, 25 marzo 1252  Napoli, 29 ottobre 1268), figlio unigenito di Corrado IV ed Elisabetta di Wittelsbach.

Alla morte del padre, avvenuta quando Corradino aveva solo due anni,  lo zio Manfredi ne usurpò il trono, ma forse furono le circostanze a farlo diventare un usurpatore e senz’altro un re.

Corradino crebbe così in disparte, in Baviera, sotto l'ala protettiva della madre e pare quasi povero, almeno per un rampollo del suo lignaggio, dedito alla poesia e alle virtù cortesi.

Dopo la morte dello zio Manfredi nel 1266, i ghibellini italiani implorarono Corradino a venire e questo, nel settembre del 1267, si mosse alla riconquista del suo regno, passato nel frattempo sotto la corona di Carlo I d'Angiò, il vincitore della battaglia di Benevento.

Arrivato in Italia, Corradino venne ben accolto a Verona, a Pavia e specialmente a Pisa. I pisani misero a disposizione denaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma, gli venne tributato un vero e proprio trionfo e molti furono i romani che lo seguirono. Il trionfo romano si rivelò effimero. Anche a Sud la discesa di Corradino risvegliò entusiasmi filo-svevi e in particolare nella enclave musulmana di Lucera, i cui guerrieri, ancora una volta, si dimostrarono fedelissimi agli Hohenstaufen e alla memoria di Federico, del quale erano stati per decenni la temibile guardia scelta. Questi episodi impensierirono non poco la Curia papale, inizialmente assai scettica sulle possibilità di successo del giovane svevo.

Anch'egli, come i suoi predecessori, venne scomunicato.

Incoraggiato dalle vittorie riportate in Toscana sugli Angioini dal suo sodale Federico, duca d'Austria, e da alcuni rilevanti successi marinari degli alleati Pisani che, fra Calabria e Sicilia inflissero ingenti perdite alla flotta angioina, Corradino si illuse di poter aver facilmente ragione sul nemico. Si diresse quindi verso il Sud e giunto alle porte del suo regno, presso Scurcola Marsicana, venne a contatto con le schiere di Carlo d'Angiò. Qui ebbe luogo la tragica e fatale battaglia che Dante ha reso celeberrima col nome di battaglia di Tagliacozzo. Corradino si dette alla fuga, dirigendosi verso Roma. La città che poco tempo prima lo aveva trionfalmente accolto, si dimostrò ostile allo sconfitto. Lo svevo, raggiunta con i suoi compagni Astura, nei pressi di Nettuno, tentò di prendere il mare, probabilmente diretto verso la fedelissima Pisa. Fu invece tradito da Giovanni Frangipane, signore del luogo, e consegnato a Carlo d'Angiò. Processato e condannato a morte, fu decapitato a Campo Moricino (attuale piazza del Mercato a Napoli) il 29 ottobre 1268. I cadaveri di Corradino e degli altri giustiziati, così come quello dello zio Manfredi, non ebbero sepoltura; furono trascinati verso il mare, che dista pochi passi dal luogo del supplizio, e abbandonati, ricoperti solo parzialmente con sassi dal popolo impietosito. Solo le preghiere della disperata madre riuscirono a far si che il corpo di Corradino avesse, infine, sepoltura.

Dopo l'8 settembre 1943, i monaci del Carmine dovettero occultarne le spoglie di cui Hitler aveva disposto il rientro in Germania.

Con la morte di Corradino ebbe fine la discendenza degli Hohenstaufen.

 

Dominazione angioina insulare e peninsulare

Re Angioini della dinastia Angiò

1266-1282

1266

1282

Carlo I d'Angiò

Carlo I d'Angiò

Tomba di Carlo I d'Angiò nell'Abbazia di S. Denis

Tomba di Carlo I d'Angiò nell'Abbazia di S. Denis

Carlo I d'Angiò ( 21 marzo 1226  † Foggia, 7 gennaio 1285), fratello del re di Francia Luigi IX, investito con bolla papale del titolo di re d'ambedue le Sicilie, prima traccia documentale di una serie, a volte intricata, di appellativi del regno.

La dinastia angioina si insediò nel regno di Sicilia crudelmente: Carlo d'Angiò placò violentemente la rivolta siciliana guidata da Corrado Capece e sobillata dai nobili siciliani fedeli agli Svevi. Il Capece venne impiccato e gli altri partecipanti alla rivolta uccisi.

Carlo I d'Angiò trasferì la capitale da Palermo a Napoli. Al regno di Sicilia è stata data una organizzazione nuova, in base al modello francese. Le terre vennero incamerate per buona parte dal demanio regio, mentre la pressione fiscale venne aumentata.

Nel 1273 Rodolfo I d'Asburgo, re dei Romani, venne eletto imperatore del Sacro Romano Impero. Egli era maggiormente interessato ad allargare i propri domini tedeschi e asburgici, rinunciando ai diritti sulla Sicilia, sulla Romagna e sulle Marche.

Carlo I voleva infiltrarsi nel controllo italiano al posto del nuovo imperatore per espandere il dominio verso l'Albania e la Grecia, verso l'impero Bizantino, Tunisi e Gerusalemme.

Carlo accettò l'impresa di Tunisi per assecondare il fratello Luigi IX il Santo, che voleva attuare una crociata contro tale paese musulmano in modo da avvicinarsi all'agognata Gerusalemme e per garantirsi il totale controllo del canale di Sicilia.

Luigi IX partì nel luglio del 1270 e Carlo un paio di mesi dopo. Quando Carlo arrivò in Africa trovò l'esercito francese decimato dal tifo, Luigi IX morto e la flotta più che dimezzata a causa di violenti temporali estivi. Carlo attaccò e ben presto Tunisi capitolò.

Gerusalemme venne conquistata grazie al pagamento di un'ingente somma di denaro a Maria d'Antiochia per avere parte della costa palestinese e la Contea di Tripoli.

Il 30 marzo del 1282 scoppiò la Guerra del Vespro, pare a causa di un nobile francese che importunava una fanciulla siciliana. Il fulcro fu il sagrato della Chiesa di Santo Spirito a Palermo, ma ben presto essa coinvolse tutta la città e durò per tutta la notte. Dopo il massacro degli Angioini, Ruggero di Mastrangelo venne proclamato capitano del popolo; lo stemma angioino venne eliminato ed al suo posto venne innalzata l'aquila reale di Federico II.

Anche le altre città isolane risposero all'appello massacrando i francesi.

Carlo I d'Angiò in questo frangente si trovava a Messina pronto a partire per la sua spedizione a Costantinopoli. Inizialmente ha sottovalutato la rivolta, ma a causa delle prime perdite inflitte alla sua flotta inviata a Palermo decise di sospendere la sua spedizione in Oriente. Anche Messina, guidata dal nuovo capitano Alaimo da Lentini, riuscì a respingere gli attacchi angioini e a distruggere alcune galere nemiche. Carlo si rivolse al papa Martino IV, il quale gli rispose scomunicando la delegazione palermitana che si era rivolta a lui, rompendo i rapporti con la Sicilia.

La Sicilia cercava sostegno nella dinastia Aragonese visto che un suo esponente, Pietro III, aveva sposato la figlia di Manfredi, titolare del trono di Sicilia, cioè la giovane Costanza. Tale dinastia godeva anche dell'appoggio dei seguaci degli Hohenstaufen che si erano rifugiati in Aragona a causa della forte repressione di Carlo d'Angiò.

Con la rivolta dei Vespri Siciliani Carlo I d'Angiò perdette la Sicilia e la corona venne offerta a Pietro III d'Aragona (primo di Sicilia. Il regno di Sicilia si ritrovò diviso in due parti, entrambe rivendicanti il titolo di regno. La situazione trovò una sua ufficializzazione (seppur provvisoria) solo con la pace di Caltabellotta del 1302. Da quel momento, tuttavia, i re angioini di Napoli si chiamarono re di Sicilia citra e, del pari re di Sicilia si dissero i sovrani aragonesi. Accanto al regno di Sicilia nacque un nuovo regno, che in seguito venne detto regno di Napoli, esteso su tutta la parte continentale del meridione d'Italia.

 

Separazione dei Regni di Sicilia e di Napoli

(1282-1442)

Re di Sicilia di origini aragonesi , del Casato di Barcellona

1282-1410

1282

1285

Pietro III d'Aragona

Pietro III d'Aragona sbarca a Trapani 

Pietro III d'Aragona sbarca a Trapani - manoscritto, Biblioteca Vaticana

Pietro I (Pietro III d'Aragona, anche re di Valencia e conte di Barcellona, detto il grande, figlio del re d'Aragona Giacomo I il conquistatore e della principessa ungherese Violante.

Pietro I approdò in Sicilia chiamato in aiuto dai baroni isolani, in seguito alla rivolta dei Vespri (1282-1285), e divenne re, con la base giuridica dei diritti acquisiti col matrimonio. Il 30 agosto 1282 sbarcò a Trapani con 600 armigeri, tra loro anche le fedeli famiglie dei Cossines e 8000 almugaveri, fanteria da guerriglia famosa per coraggio e crudeltà.

Nel 1262, a Montpellier, Pietro sposò Costanza, figlia del re di Sicilia Manfredi (nipote dell'imperatore Federico II di Svevia) e Beatrice di Savoia.

Nel 1276, alla morte del padre, ereditò i Regni di Aragona (Pietro III) e Valencia (Pietro I), la contea di Barcellona (Pietro II) e le altre contee catalane, mentre suo fratello Giacomo ereditò il regno di Maiorca (Giacomo II), che comprendeva anche le isole Minorca, Ibiza e Formentera, oltre che i territori occitani rimasti a Giacomo I, tra cui la signoria di Montpellier (Giacomo II).

Alla fine della rivolta dei Vespri Siciliani si venne a determinare uno spaccamento del regno di Sicilia in due parti, la Sicilia (l'isola) in mano agli aragonesi ed il resto del regno, sul continente, in mano agli Angioini. Lo stesso anno, dopo essersi proclamato re di Sicilia Pietro I nominò, sempre Ruggero di Lauria capo della flotta e Giovanni da Procida Gran cancelliere del regno aragonese di Sicilia.

A seguito di tutto ciò, nel novembre dello stesso anno, venne scomunicato dal papa Martino IV, che non lo volle riconoscere re di Sicilia, anzi lo dichiarò decaduto anche dal regno di Aragona che offrì a Carlo, terzogenito del re di Francia Filippo l'ardito, futuro conte di Valois.

Nel luglio del 1283, gli Angioini tentarono un'invasione in Sicilia, concentrando una flotta a Malta, ma l'ammiraglio Ruggero di Lauria sventò il tentativo, sorprendendola e distruggendone una parte.

Nel 1284 il papa Martino IV fornì una consistente somma di denaro a Carlo I d'Angiò che preparò una flotta in Provenza per unirsi ad una porzione della flotta stazionante nel porto di Napoli per poi incontrarsi ad Ustica col resto della flotta composta da trenta galere con l'armata italo-angioina, proveniente da Brindisi. Ma il 5 giugno la flotta siciliano-aragonese, sotto il comando di Lauria si presentò innanzi il porto di Napoli e il principe di Salerno, il figlio di Carlo I, Carlo lo Zoppo, disobbedendo all'ordine del padre di non muoversi prima del suo arrivo dalla Provenza, uscì dal porto, con la sua flotta napoletana, per combattere il Lauria che lo sconfisse e fece prigioniero assieme a parecchi nobili napoletani. Quando Carlo I arrivò a Gaeta e venne informato della sconfitta maledisse il figlio e rinunciò all'invasione della Sicilia, assediò invano Reggio e poi, per riorganizzarsi, si ritirò in Puglia dove, a Foggia, il 7 gennaio 1285, morì.

Nel marzo del 1285, sotto una cattiva stella, per la morte del papa e di Carlo I d'Angiò, Filippo III partì per la crociata contro il regno d'Aragona, accompagnato dai due figli, Filippo il Bello e Carlo. I crociati, esercito imponente, attraversarono il Rossiglione, dove seminarono terribili atrocità, ed i Pirenei, ponendo l'assedio a Gerona che cadde dopo dieci settimane, il 7 settembre. Nel frattempo la flotta di appoggio francese, preposta ad assicurare rifornimenti ai crociati, tra la fine di agosto e i primi di settembre subì una terribile disfatta da parte della flotta siciliana-aragonese, comandate dal Lauria e dopo una settimana gli invasori, in preda alle malattie dovute al gran caldo, si ritirarono. Durante la ritirata, Filippo III il 5 ottobre morì a Perpignano.

Pietro I morì a Vilafranca del Penedès (o a Barcellonal'11 novembre 1285, lasciando erede al trono di Sicilia il figlio Giacomo.

   

1285

1295

 

Giacomo I, presiede le Cortes di Barcellona

Giacomo I presiede le Cortes di Barcellona

Giacomo I ( Valencia, 10 agosto 1267   † Barcellona, 2 novembre 1327) detto Giacomo II d'Aragona il Giusto; figlio secondogenito del re d'Aragona Pietro III il Grande e di Costanza di Sicilia, figlia del re di Sicilia Manfredi, quindi nipote dell'imperatore Federico II di Svevia.

Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto ereditò il trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III ereditò il trono di Aragona e di Valencia e le contee catalane. Il regno di Siciliaper la verità, era diviso in due, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi divenne di Trinacria.

Giacomo, raggiunta la Sicilia, dove già si trovava la madre Costanza che governava per conto del marito Pietro, ricevette in aiuto dal fratello Alfonso la flotta aragonese, al comando dell'ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo; infatti il 23 giugno 1287 Lauria sconfisse a Castellamare la flotta napoletana, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo ha sventato un attacco contro Augusta.

Dopo che un primo accordo, preso ad Oléron, nel 1287, fu bocciato dal papa Nicola IV, il 27 ottobre 1288 a Canfranc, nel nord dell'Aragona, fu trovato un secondo accordo che mantenendo lo status quo nel regno di Sicilia, prevedeva la liberazione del re di Napoli, Carlo II lo Zoppo, ancora prigioniero in Aragona, in cambio dei suoi tre figli che dovevano rimanere in ostaggio al suo posto. Dopo che Carlo II venne liberato ed incoronato re di Sicilia dal papa a Rieti, il 19 giugno del 1289, lo stesso papa annullò gli impegni presi a Canfranc e riprese la guerra in Sicilia contro Giacomo il Giusto. Nell'agosto dello stesso anno, però, a causa dei mamelucchi che minacciavano Acri, fu siglata una tregua di due anni.

Nel febbraio del 1291, a Tarascona, suo fratello Alfonso fece la pace col papato e la Francia, che smettevano di sostenere Carlo di Valois come re d'Aragona, ed in cambio disconosceva i diritti di Giacomo sulla Sicilia che doveva ritornare agli angioini, cioè a Carlo II di Napoli, lasciando così Giacomo senza più l'appoggio del regno d'Aragona.

Ma il 19 giugno di quello stesso anno 1291, il fratello Alfonso III improvvisamente morì,  lasciando l'Aragona, Valencia, la Catalogna ed il governo di Maiorca a Giacomo e disponendo che la Sicilia andasse al terzo fratello Federico; Giacomo divenne sovrano della corona d'Aragona (Giacomo II), si fece incoronare a Saragozza nel mese di luglio, come successore di Pietro III e si tenne il regno di Sicilia. Il fratello Federico fu inviato in Sicilia come governatore, dove raggiunse la madre Costanza. Il governo della Sicilia di Giacomo fu breve, ma fu buono, diede sviluppo e prosperità all'isola, grazie soprattutto alla potenza marinara che sviluppò i commerci.

Il primo dicembre del 1291 Giacomo sposò, a Soria, Isabella di Castiglia, figlia del re di Castiglia, Sancho IV e Maria di Molina, ma il matrimonio fu annullato nel 1294.

La situazione politica internazionale era tornata allo stato antecedente all'accordo di Tarascona. Giacomo cercò di porre fine alla perenne lotta fra l'Aragona e il papato, la Francia e la Castiglia e la situazione si sbloccò dopo l'elezione del papa Bonifacio VIII, il 23 dicembre 1294. Il papa, elaborando la proposta del suo predecessore Celestino V, ad Anagni, il 12 giugno del 1295 stipulò con Giacomo e con Carlo II d'Angiò il Trattato di Anagni. Con questo accordo, Giacomo acconsentì a cedere la Sicilia e restituire i tre figli di Carlo II che teneva in ostaggio da circa sette anni; in cambio avrebbe ottenuto i feudi di Sardegna e di Corsica. Mentre Federico, il governatore della Sicilia, sarebbe stato compensato dal matrimonio con l'erede dell'impero d'oriente, Caterina Courtenay. Federico, amareggiato, anche perché Giacomo non aveva ottemperato al testamento di Alfonso III, rifiutò e si schierò con i Siciliani che, sentendosi traditi dal nuovo re Aragonese, dichiarato decaduto Giacomo, lo elessero al trono di Sicilia. L'11 dicembre 1295 il Parlamento siciliano riunito a Palermo proclamò Federico III re di Sicilia e riconfermò la scelta il 15 gennaio 1296 al castello Ursino di Catania. Il 25 marzo 1296, nella cattedrale di Palermo, avvenne l'incoronazione.

Il 29 ottobre del 1295, in ottemperanza al trattato di Anagni, a Vilabertran (Alt Empordà), nel nord della Catalogna, Giacomo sposò Bianca di Napoli, figlia di Carlo II lo Zoppo e di Maria D'Ungheria.

In calce al Trattato di Anagni Bonifacio VIII suggeriva a Giacomo II d'Aragona di rispettare il volere del nonno Giacomo I e restituire il regno di Maiorca allo zio, Giacomo II di Maiorca e finalmente, nel 1298, col trattato di Argilers, quest'ultimo, rifacendosi al trattato di Perpignano, del 1279, si riconosceva vassallo del re d'Aragona e rientrava in possesso del regno di Maiorca.

papa Bonifacio VIII agli inizi del 1297 convocò a Roma sia Giacomo che Carlo II e li spronò a riconquistare la Sicilia secondo il trattato di Anagni. Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria (divenuto ammiraglio della flotta alleata antisiciliana) dovettero abbandonare la Sicilia, per ordine di Giacomo ed anche la regina madre Costanza dovette abbandonare il figlio prediletto Federico e raggiungere Giacomo a Roma. Giacomo intervenne, a fianco degli Angioini, contro il fratello Federico ed i Siciliani e con la sua flotta aragonese, affiancata da quella napoletana, a Capo d'Orlando, nel luglio del 1299, sconfisse Federico che si riuscì a salvarsi con solo 17 galee. Giacomo, l'anno dopo, visto che il fratello continuava a resistere, fece ritorno in Aragona. La guerra dei Vespri Siciliani terminò il 31 agosto del 1302 con la pace di Caltabellotta; probabilmente nel castello del Pizzo si firmò il trattato di pace, che prevedeva che Federico III mantenesse il potere sulla Sicilia col titolo di re di Trinacria (quello di Sicilia spettava solo al re di Napoli) fino alla sua morte, dopo la quale l'isola sarebbe dovuta passare nuovamente agli Angiò. Inoltre sanciva l'impegno che Federico sposasse Eleonora, sorella del duca di Calabria Roberto e figlia di Carlo II.

Nel 1309 Giacomo, a seguito dell'armonia ritrovata con la Castiglia, andò in aiuto di Ferdinando IV per la conquista.

A Maiorca intanto Sancho I di Maiorca, nel 1311, era subentrato al padre, Giacomo II di Maiorca, sul trono del regno di Maiorca e dato che, né lui, né i tre fratelli avevano discendenza, Giacomo II d'Aragona, cominciò a pensare di pretendere quel trono per riunirlo alla corona d'Aragona. Nel 1315 al fratello di Sancho, Federico di Maiorca, nacque il figlio Giacomo che, rimasto orfano di entrambi i genitori, fu da Sancho nominato erede del trono di Maiorca. Ovviamente Giacomo II non gradì l'evento e nel 1319, si sfiorò la guerra, fortunatamente evitata per il pronto intervento pacificatore di papa Giovanni XXII. Fu trovata la soluzione con l'impegno di Sancho ad aiutare il cugino nella conquista della Sardegna, che sarebbe iniziata nel 1320, mentre Giacomo II d'Aragona rinunciava ad ogni pretesa sul trono di Maiorca e accettava che l'erede al trono di Maiorca fosse Giacomo, il futuro Giacomo III di Maiorca.

Giacomo, divenuto vedovo nel 1310, il 15 giugno del 1315 si sposò per la terza volta, per procura, a Cipro, nella chiesa di Santa Sofia di Nicosia e poi di persona il 27 novembre dello stesso anno nella cattedrale di Girona, con Maria di Cipro, figlia del re di Cipro, Ugo III di Lusignano.

Rimasto vedovo nel 1319, si sposò, il 25 dicembre del 1322, a Tarragona, per la quarta volta, con la nobile catalana Elisenda di Montcada, che nel 1327 alla morte di Giacomo, si ritirò a vivere in un palazzo attiguo al monastero delle clarisse di Pedralbes da lei fondato nel 1326, a Barcellona.

Nel 1324, alla morte di Sancho di Maiorca, Giacomo III di Maiorca, di circa nove anni, gli successe sul trono, sotto la tutela dello zio ecclesiastico Filippo di Maiorca, con la reggenza di un consiglio, costituito da alcuni nobili del regno. Giacomo II d'Aragona intervenne su Filippo di Maiorca, e, obbligandolo a mantenere fede all'impegno di aiutare la corona d'Aragona a conquistare la Sardegna, impose dure condizioni economiche al regno di Maiorca, che in pochi anni subì una dura crisi finanziaria.

Giacomo portò a termine la conquista della Sardegna tra il 1324 ed il 1325 e stabilì basi commerciali a Cipro, Egitto e nell'impero bizantino, a Costantinopoli; fu protettore di artisti ed uomini di cultura, tra cui il filosofo Raimondo Lullo. Morì all'età di 66 anni e fu sepolto, accanto al padre, Pietro III, ad Aiguamúrcia, Tarragona, nell'abbazia Cisterciense di Santes Creus.

Successore di Giacomo II fu il figlio Alfonso.

   

1296

1337

Castello di Paternò

Castello di Paternò, dove spirò Federico d'Aragona

Federico III di Sicilia o Federico d'Aragona o anche Federico III di Trinacria (Barcellona, 13 dicembre 1272  † Paternò, 25 giugno 1337), fu reggente aragonese in Sicilia dal 1291 al 1295, re di Sicilia dal 1296 al 1302 e poi re di Trinacria dal 1302 alla sua morte, come Federico III (volle intitolarsi III per continuità con la dinastia sveva degli Hohenstaufen, per discendenza da parte di madre. Modificò inoltre lo stemma del regno, accostando le insegne imperiali della dinastia sveva a quella aragonese).

   

1337

1341

Pietro II di Sicilia ( luglio 1305  Calascibetta, 15 agosto 1342), figlio di Federico d'Aragona ed Eleonora d'Angiò.

Nel 1321 il padre Federico gli assegnò la corona di Trinacria, nel tentativo di vanificare gli effetti dell'accordo di Caltabellotta, accordo che prevedeva il ritorno della corona agli Angioini. Con questo atto proseguì la lotta iniziata con la rivolta del Vespro in Sicilia. In realtà, Pietro regnò a tutti gli effetti sulla Sicilia solo dopo la morte del padre, avvenuta nel 1337.

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Matrimoni e discendenza:

Si unì in matrimonio il 23 aprile 1323, a Catania, con Elisabetta di Carinzia, da cui nacquero nove figli:

Ludovico, re di Trinacria;

Federico, re di Trinacria;

Leonora, ( 1325   †  1375), principessa, sposata con Pietro IV d'Aragona;

Beatrice, principessa;

Costanza, principessa, reggente dal 1352 al 1354;

Eufemia, ( 1330   †  1359), principessa, reggente dal 1355 al 1357;

Violante ( 1334), principessa, morta giovane;

Giovanni, principe ( 1340    †  1353);

Bianca ( 1342   †  1373), principessa.

Il regno di Pietro II fu segnato dai forti contrasti tra la corona ed i nobili: fra tutte, si ricordino le potenti famiglie dei Ventimiglia, dei Palizzi, dei Chiaramonte e degli Antiochia. In alcuni casi il re non riuscì a fronteggiare queste famiglie e fu costretto a concedere loro maggiori poteri ed alcune proprietà demaniali.

Pietro II di Sicilia morì improvvisamente il 15 agosto 1342, a Calascibetta (EN), lasciando il regno al primogenito Ludovico, che aveva solo cinque anni. Fu sepolto nella Cattedrale di Palermo.

   

1341

1355

Ludovico di Sicilia il fanciullo (detto pure Luigi di Sicilia) ( Catania, 1337   Castello di Aci, 16 ottobre 1355), figlio di Pietro II ed Elisabetta di Carinzia; reggenti lo zio Giovanni e Blasco d'Alagona.

Morto il padre Pietro nel 1342, divenne a soli cinque anni re di Trinacria, sotto la duplice reggenza del duca di Randazzo Giovanni d'Aragona e della madre, che provocò ulteriore tensione ed instabilità nel regno.

Fino al 1347 risiedette a Randazzo.

Il suo regno attraversò un delicato periodo di crisi economica e di instabilità politica. Nell'inverno del 1347 arrivò anche una tremenda epidemia di peste che imperversò per anni decimando la popolazione.

Nel 1348in punto di morte, Giovanni designò alla reggenza il catalano Blasco II d'Alagona, malvisto dalla locale nobiltà siciliana. La rivalità fra le famiglie latine, (ovvero i locali Chiaramonte, Palizzi, Ventimiglia e degli Uberti - avversi agli aragonesi) e quelle catalane (Peralta, Alagona, Moncada - di parte aragonese), che fino ad allora erano state mitigate dalla diplomazia del duca Giovanni, degenerarono in guerra civile negli anni successivi. Ludovico dovette inviare l'esercito regio contro i Chiaramonte, sfidandoli a Milazzo. Solo nel 1350 si arrivò ad un compromesso di pace.

In seguito alla morte di pestenel 1355, del cugino Federico, Signore di Aci e figlio di Giovanni d'Aragona, Ludovico si recò dalla fortezza di Agiradove aveva cercato riparo dalla tragica epidemia di peste nera, al Castello di Aci. La pandemia, però, non risparmiò neanche il re che, contagiato, spirò nella fortezza acese il 16 ottobre, a soli 17 anni.

Fu sepolto nella Cattedrale di Catania, accanto al re Federico III d'Aragona e Giovanni d'Aragona.

   

1355

1377

 

Federico III il semplice (detto anche Federico IV d'Aragona) ( Catania, 1 settembre 1341 Messina, 27 luglio 1377) figlio di Pietro II, reggente la sorella Eufemia.

Figlio di Pietro II di Sicilia, appena tredicenne succedette al fratello Ludovico. L'ascesa al trono di un re così giovane, alimentò la brama di potere di molti potentati siciliani, fra cui Artale I Alagona (figlio di Blasco II, balio del predecessore Ludovico).

Il rampollo di casa Alagonapur riuscendo a farsi nominare Gran Giustiziere del regno e governatore di Catania dal Parlamento Siciliano, non riuscì mai a prendere la reggenza del regno, che invece fu appannaggio della sorella Eufemia e degli oscuri progetti del conte Enrico III Rosso.

Nel 1360 sposò Costanza, figlia di Pietro IV d'Aragona ed elesse il castello di Paternò come residenza. Venne chiamato il Semplice per una certa mancanza di abilità, che alcune volte arrivò ad essere inettitudine, come riportano alcuni cronisti dell'epoca.

Il suo regno si contraddistinse dal proseguimento della guerra del Vespro e anche da una certa instabilità politica e diverse tensioni con le famiglie baronali. Tutto il periodo di regno di Federico III fu segnato dalle guerre tra il partito "latino" capeggiato dai Chiaramonte e quello "catalano" degli Alagona.

Nel 1356 il governatore di Messina Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò il maresciallo Niccolò Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben tre galere angioine, saccheggiarono il territorio di Aci e assediarono il castello e i feudi degli Alagona. Proseguirono in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale uscì con la flotta ed affrontò le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara di Ognina ed il Castello di Aci, fu chiamata "Lo Scacco di Ognina".

Nel 1372 Federico III firmò la pace di Avignone con Giovanna d'Angiò, che concluse definitivamente la guerra iniziata 90 anni prima con le rivolta del Vespro. Con la mediazione di papa Gregorio XI, Federico III fu riconosciuto re di Trinacria e Giovanna regina di Sicilia. Il territorio siciliano dovette giurare fedeltà a Giovanna, riconoscendo a questa un tributo di 3.000 once annue. Federico III, che nel frattempo era rimasto vedovo, sposò Antonia del Balzofiglia del duca d'Atri, parente di Giovanna. Antonia.

Federico III  morì durante un attacco navale del potente Enrico III il Rosso, conte di Aidone. Alla sua morte, non avendo discendenti maschi, si aprì il problema della scelta di uno sposo per la figlia Maria, ancora quattordicenne, che venne affidata alla tutela del Gran Giustiziere Artale Alagona.

   

1377

1401

Maria I di Sicilia  ( Catania, 2 luglio 1363  Lentini, 25 maggio 1401), figlia di Federico III il Semplice e Costanza d'Aragona; figlia di Federico IV (o III) il Semplice, re di Sicilia. Il padre di Maria era morto nel luglio del 1377 e quindi lei aveva ereditato la corona del regno di Sicilia all'età di dieci anni. Era venuta al mondo nelle stanze del castello Ursino di Catania. Sua madre, Costanza d’Aragona, figlia di Pietro IV di Aragona, era morta in quelle stesse stanze dandola alla luce. Artale I Alagona, Gran Giustiziere del regno e signore di Paternò, già padrino di battesimo e baiuolo (tutore) di Maria fu nominato, da Federico, reggente del regno in suo nome. L'ostilità degli altri grandi baroni siciliani lo costrinsero a formare il "Consiglio o Governo dei quattro Vicari" formato, oltre che da egli stesso anche dai leader degli altri potentati siciliani: Francesco II Ventimiglia, conte di Geraci, Manfredi III Chiaramonteconte di Modica e Guglielmo Peraltaconte di Caltabellotta.

Essi avrebbero dovuto interessarsi al “buon governo dello Stato” e a quella pace politica che doveva derivare dall'equilibrio di potere delle due avverse fazioni: quella "latina" e quella "catalana". Ma non fu così; ognuno governò nei propri possedimenti: gli Alagona a Catania e in quasi tutta la Sicilia orientale, i Chiaramonte a Palermo e in quasi tutto il Val di Mazara, i Ventimiglia nelle Madonie e i Peralta nella contea di Sciacca e Caltabellotta. Ma prima ci fu la corsa all’accaparramento delle proprietà del demanio regio e delle terre dei baroni “non allineati”. Artale Alagona però aveva un vantaggio in più. Nel castello Ursino di Catania cresceva sotto la sua protezione la figlioccia Maria che ormai era in età da marito e il vicario del regno aveva già scelto per lei un ottimo partito: il duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, per legare la Sicilia al contesto italiano, ma vi fu una tenace opposizione di alcuni baroni, che preferivano l'influenza spagnola, fra questi il nobile Guglielmo Raimondo Moncada conte di Augusta che, con l'approvazione del re Pietro IV d'Aragona, rapì la regina dal Castello Ursino di Catania, nella notte del 23 gennaio 1379, per evitare il matrimonio. Maria venne condotta al castello di Licata e vi rimase due anni e mezzo; poi dal Moncada venne trasferita nel castello di Augusta, sotto la custodia di Artale Alagona, per altri due anni. Maria venne liberata da una squadra navale aragonese e trasferita dapprima in Sardegna e infine a Barcellonaalla corte del re Pietro IV d'Aragona dove, nel 1391, fra le proteste dei baroni siciliani e del papa Urbano VI, nemico degli aragonesi in quanto avevano riconosciuto l'antipapa Clemente VII, sposò Martino d'Aragona il Giovane, detto l'Umano, figlio di Martino il Vecchio e nipote del re.

L'anno successivo (1392) Martino il Giovane,, la regina Maria I e il suocero Martino il Vecchio sbarcarono in Sicilia. Martino, che per i siciliani era un usurpatore, venne incoronato nella cattedrale di Palermo. Ad esso si opposero i nobili uniti nel giuramento di Castronovo. Così la corona degli aragonesi di Sicilia passò agli aragonesi di Spagna.

Con la morte dei due Martino la corona passo, poi, definitivamente alla dinastia catalana. La Sicilia divenne definitivamente un viceregno e perse l'indipendenza conquistata con la rivolta dei Vespri. Maria I, sopravvissuta al suo unico figlio, Pietro (1394-1400), morì di peste nel castello di Lentini il 25 maggio 1401 e con lei si estinse la dinastia aragonese-sicula, iniziata con Federico III d'Aragona.

   

1392

 

Martino I di Sicilia il giovane ( 1374  Cagliari, 25 luglio 1409), figlio primogenito del re della corona d'Aragona Martino I il Vecchio e della sua prima moglie Maria de Luna, figlia del conte de Luna e signore di Segorbe (Castellón), don Lope, e di Brianda d'Agaout, marito, dal 1391, della regina Maria.

Nel 1391 Martino I, grazie ad una congiura, sposò Maria di Sicilia, regina titolare del regno di Trinacria in quanto figlia di Federico il Semplice. L'unione, frutto del un rapimento di Maria da parte di Guglielmo Raimondo III Moncada, con la segreta approvazione di Pietro IV, (affinché Maria non fosse unita in matrimonio col duca di Milano, Giangaleazzo Visconti, con cui erano stati avviati gli accordi) era fortemente osteggiata da Artale II Alagona, Manfredi Chiaramonte e da diversi baroni siciliani che, con l'appoggio di papa Bonifacio IX riuscirono a far dichiarare nullo il suo matrimonio in quanto procugina di Martino. L'unico disposto a concedere la necessaria dispensa per il matrimonio fu l'Antipapa Clemente VII, che celebrò il matrimonio.

Nel 1392 Martino sbarcò in Sicilia per riprendere possesso dell'isola e dove fu incoronato insieme a Maria nella cattedrale di Palermo. Molti dei signori che gli si erano opposti, prestando il giuramento di Castronovo, fecero atto di sottomissione, ed i Chiaramonte si ritrovarono insieme ai soli Alagona a fronteggiare l'esercito catalano di Bernat (o Bernardo) Cabrera. Andrea Chiaramonte, (discendente di Manfredi), venne sconfitto e, tradito, fu catturato e condannato alla pena capitale per decapitazione il 1 giugno 1392 a Palermo davanti al palazzo Chiaramonte-Steri. Con lui la famiglia Chiaramonte si estinse: i beni furono confiscati e divisi fra Guglielmo Raimondo Moncada e il Cabrera.

Gli Alagona risposero all'intervento di Martino con la sollevazione dei centri sotto la loro signoria, fra cui Piazza Armerina, Lentini, Paternò, Catania e Aci. Si narra che Martino assediò per più tempo Artale nel Castello di Aci, cercando anche di dissuaderlo con allettanti promesse ma senza però riuscire ad averne ragione. Martino allora propose ad Artale la signoria di Malta, in cambio della sua fedeltà. Artale che era molto accorto avrebbe accettato, senza però consegnare il castello di Aci. Così Martino, che iniziava a vedere il proprio prestigio offuscato dal nobile siciliano approfittò dell'assenza di Artale, che si era recato a Malta, per espugnare la fortezza acese e dichiararla bene demaniale (1396). Si narra che il re di Sicilia riuscì nell'impresa guastando il sistema di approvvigionamento idrico del castello (una serie di cisterne). Artale che tentò invano di raggiungere con la propria flotta il castello subì l'arresto della moglie e del figlio, la confisca totale dei beni, l'annullamento di buona parte dei privilegi di cui aveva goduto e l'esilio a Malta. Anche gli Uberti si opposero ed il rampollo Giovanniassediato da Martino, perì all'interno del castello di Assoro, nel 1396 .

Martino regnò sulla Sicilia assieme a Maria fino alla morte di quest'ultima, avvenuta nel 1402. A quell'epoca ripudiò il trattato di Avignone e governò la Sicilia da solo.

Martino il Giovane sposò in seconde nozze, nel 1402, l'erede della famiglia Evreux e futura regina Bianca di Navarra, figlia di Carlo III di Navarra ed Eleonora di Trastamara, figlia di Enrico II di Castiglia. Nessuno dei figli nati dai due matrimoni sopravvisse all'infanzia; l'unico discendente fu in figlio bastardo Federico de Luna, che il nonno, Martino il Vecchio, cercò di far nominare successore del regno Aragonese, senza riuscire a portare a termine l'operazione. Il successivo arbitrato, passato alla storia come "Compromesso di Caspe", infatti lo escluse dalla successione.

Martino il Giovane arrivò in Sardegna nell'ottobre del 1408, con l'incarico da parte del padre Martino il Vecchio di riconquistare alla corona Aragonese l'isola.

Guglielmo marciò verso il cagliaritano e gli eserciti si scontrarono a Sanluri il 30 giugno del 1409, dove Martino vinse la battaglia e i genovesi, dovettero lasciare l'isola. Il giudicato tornò ad essere vassallo dell'Aragona, però Martino il Giovane contrasse la malaria ed il 25 luglio morì a Cagliari. Martino I di Aragona, divenne re di Sicilia col nome di Martino II.

   

1409

1410

Martino II

Martino II ( Gerona - o Perpignano, 29 luglio 1356  Barcellona, 31 maggio 1410), fu re di Aragona, di Valencia, di Sardegna e di Maiorca, re titolare di Corsica, conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1396 al 1410; figlio secondogenito del re della corona d'Aragona Pietro IV il Cerimonioso e della sua terza moglie Eleonora di Sicilia, figlia del re Pietro II di Sicilia. Era detto l'umano o il vecchio.  fu l'ultimo discendente dei Bellonidi, linea maschile legittima dei conti di Barcellona discendente da Goffredo il Villoso, a regnare in Aragona.

In quanto principe cadetto della famiglia reale aragonese, a Martino fu assegnato il ducato di Monblanch.

Nel 1372, sposò Maria de Luna, figlia del conte de Luna e signore di Segorbe (Castellón), don Lope, e di Brianda d'Agaout.

Nel 1380 il padre lo nominò signore e reggente della Sicilia, la cui regina, Maria di Sicilia, cugina di Martino, era ancora in minore età (il padre di Maria, Federico III di Sicilia, era morto nel 1377).

Il figlio di Martino, Martino il Giovane, nel 1391, fu fatto sposare con la giovane regina di Sicilia. La Sicilia (o regno di Trinacria) era perciò destinata a perdere l'indipendenza e divenire un feudo dei discendenti di Martino. Martino il Giovane, unico figlio ancora in vita di Martino il Vecchio, infatti, dopo il matrimonio, lasciò Aragona e, arrivato a Palermo assieme a Maria, venne incoronato, re di Sicilia e divenne Martino I di Sicilia.

I siciliani non gradivano troppo il matrimonio aragonese (anche perché il matrimonio era stato celebrato dall'Antipapa Clemente VII, ed i siciliani erano sostenitori di papa Urbano VI e poi di papa Bonifacio IX) e guidati dalla famiglia Alagona, si ribellarono nel 1392 e da quella data continuarono a ribellarsi all'autorità aragonese.

Martino il Vecchio, nello stesso anno, inviò in Sicilia una spedizione (che era stata organizzata per intervenire in Sardegna, ma durante il viaggio fu dirottata in Sicilia) per aiutare il figlio, Martino e la regina, Maria. Infatti, durante gli ultimi anni di regno del fratello Giovanni I si ebbero problemi anche in Sardegna, che faceva parte della corona d'Aragona, a partire dal regno di Giacomo II; la rivolta era guidata dalla giudichessa Eleonora d'Arborea e dal marito Brancaleone Doria che cercavano di scacciare gli aragonesi dall'isola.

Nel 1396, Martino successe al fratello maggiore Giovanni I (morto senza figli maschi viventi) sul trono di Aragona. Al momento della successione, a causa delle rivolte della nobiltà, Martino si trovava in Sicilia, dove dovette trattenersi fino al 1397, quando finalmente poté partire per Aragona. Sua moglie, Maria de Luna, aveva reclamato il trono in suo nome, ed aveva agito quale sua rappresentante in attesa del suo arrivo. Ciò nonostante, il suo arrivo ritardato fu all'origine di tensioni e problemi per la stabilità del regno.

Il suo diritto al trono venne infatti contestato, dal conte Matteo di Foix (? - 1398), a nome di sua moglie Giovanna, figlia maggiore di Giovanni I di Aragona. Matteo, approfittando dell'assenza di Martino, nel 1396, tentò di invadere l'Aragona, ma Maria riuscì a frenare l'attacco e a respingere le truppe del conte di Foix, dopo l'arrivo del marito.

Dopo la morte, senza figli, di Giovanna (1407), fu la seconda figlia di Giovanni, Iolanda di Aragona, che nel 1404 aveva sposato Luigi II d'Angiò, conte di Provenza e re titolare di Napoli, a reclamare il trono dallo zio, e lo stesso poi fecero i suoi figli.

Il 13 ottobre del 1397 Martino il Vecchio, a Saragozza, giurò sui fueros, com'era stato stabilito da suo padre Pietro IV, e il 13 aprile del 1399, nella stessa città, venne incoronato re.

Martino promosse crociate contro i mori in Nordafrica nel 1398 e nel 1399.

Perdurando nella chiesa cattolica il grande scisma, Martino e la corona d'Aragona, assieme a Castiglia, Navarra e Scozia, furono i più calorosi sostenitori del nuovo Antipapa Benedetto XIII, Pedro Martínez de Luna, parente di sua moglie che era stato eletto papa il 28 settembre 1394; quando abbandonato dai francesi, il papa "de Luna" era praticamente assediato nel suo palazzo di Avignone, Martino con le sue truppe, nel 1403, lo andò a liberare e lo condusse sano e salvo nel palazzo dei de Luna a Peñíscola (Valencia).

Gli Aragonesi avevano cercato di sottomettere la Sardegna fin dal regno di Giacomo II, e avevano gradualmente conquistato gran parte dell'isola. Ma, negli anni Ottanta del 1300, durante il regno di Pietro IV e poi di Giovanni I, il Giudicato di Arborea, sotto la guida dei giudici Mariano IV di Arborea e poi dei figli Ugone III de Bas-Serra ed Eleonora d'Arborea reggente per i propri figli, Federico di Arborea e Mariano V di Arboreapur essendo vassallo della corona d'Aragona, si rese praticamente indipendente dagli Aragonesi che mantennero il controllo di un solo terzo dell'isola.

re Martino il Vecchio, dopo la morte di Eleonora, chiese, dunque, al figlio Martino il Giovane di riconquistarla. Martino il Giovane arrivò sull'isola, nell'ottobre del 1408, dopo la morte, senza eredi, del giudice Mariano V e col giudicato in piena crisi di successione; nel mese di dicembre fu chiamato in Sardegna il duca di Narbona, Guglielmo III che fu incoronato giudice, il 13 gennaio, a Oristano.

Martino il Giovane giunto a Cagliari, marciò verso Sanluri dove gli eserciti si scontrarono il 4 luglio del 1409. Martino vinse la battaglia e i genovesi, alleati del giudice, dovettero lasciare l'isola ed il giudicato divenne, dopo circa cento anni di guerre e di indipendenza, vassallo di Aragona. Nel contempo Martino il Giovane contrasse la malaria ed il 25 luglio morì a Cagliari.

Nel 1409 Martino I di Aragona, alla morte del figlio, Martino il Giovane (Martino I di Sicilia), che era vedovo di Maria di Sicilia, con l'estinzione della linea diretta della casa di Aragona-Sicilia, divenne l'erede al trono di Sicilia, in quanto figlio di Eleonora di Sicilia (Leonora di Trinacria). Venne, quindi, incoronato re di Sicilia, col nome di Martino II di Sicilia.

Dopo la morte del figlio legittimo, re Martino nominò il marito di sua sorellastra Isabella d'Aragona, Giacomo II di Urgell, discendente legittimo più prossimo della Casa Reale di Aragona (figlio di suo cugino e nipote di Alfonso IV il Benigno), governatore Generale di tutti i domini della corona d'Aragona, posizione che apparteneva tradizionalmente al presunto erede al trono. Nello stesso anno Martino  sposò, in seconde nozze, Margherita di Prades, figlia di Pietro di Prades, discendente diretto di Giacomo II il Giusto.

Complessivamente, il regno di Aragona godette della pace esterna durante il regno di Martino, ed egli lavorò per sedare le lotte interne causate dalle rivolte dei nobili e dal banditismo.

Quando Martino morì a Barcellona, nel 1410, essendo i suoi discendenti legittimi (nati dal matrimonio con la regina Maria) già tutti deceduti, non avendo avuto nessun figlio dalla seconda moglie, Margherita di Prades, avendo revocato, per le pressioni del vescovo di Saragozza, il titolo di governatore a Giacomo II di Urgell e non avendo ancora portato a termine la pratica di riconoscimento di suo nipote, Federico de Luna, conte de Luna, figlio illegittimo di Martino il Giovane e la sua amante Tarsia Rizzari di Catania, seguì un periodo di incertezza detto di interregno, che durò due anni e che, essendo l'opinione pubblica molto divisa tra i vari pretendenti, portò l'Aragona sull'orlo della guerra civile.

Le cortes di Catalogna, di Valencia e d'Aragona decisero per un arbitrato, nominarono tre rappresentanti per regno, trascurando però di invitare i rappresentanti di Maiorca, Sicilia e Sardegna ed i nove delegati scelsero tra i cinque pretendenti e, col Compromesso di Caspe del 1412, decisero che sarebbe stato sovrano della corona d'Aragona e re di Sicilia Ferdinando el de Antequera, infante del castigliano casato di Trastamara, figlio di Eleonora d'Aragona, sorella di Martino il Vecchio. 

   

1410

1412

Bianca di Navarra ( 6 luglio 1387  Santa María la Real de Nieva, 1 aprile 1441), figlia del re di Navarra, conte d'Évreux e duca di Nemours, Carlo III di Navarra il Nobile e di Eleonora Enriquez. regina consorte di Sicilia dal 1402 al 1409, regina di Navarra dal 1425 al 1441; fu anche consorte del futuro re di Aragona, Valencia, Sardegna, Corsica, Maiorca e Sicilia, conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1458 al 1479, Giovanni II di Aragona, vedova di Martino I il Giovane, designata vicaria del re d'Aragona in Sicilia.

Sposò per procura, a Catania, il 21 maggio del 1402 Martino I il Giovane, re di Sicilia, da quando era rimasto vedovo, nell'anno 1401, della regina Maria di Sicilia (figlia del re Federico III).

Bianca raggiuse la Sicilia, nell'autunno dello stesso anno ed il 26 dicembre del 1402, con entambi i coniugi presenti e celebrò il matrimonio con Martino il Giovane (figlio primogenito del re della corona d'Aragona Martino I il Vecchio e della sua prima moglie Maria de Luna, figlia del conte de Luna e signore di Segorbe (Castellón), don Lope, e di Brianda d'Agaout. Quindi Pietro IV di Aragona e Leonora di Sicilia erano i suoi nonni mentre Giovanni I di Aragona era suo zio).

Divenuta regina di Sicilia, Bianca prese possesso nel luglio del 1404, della Camera Reginale costituita dai possedimenti di Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini e Francavilla.

Quando il marito, nell'estate del 1408, su richiesta di suo padre, Martino I il Vecchio, re d'Aragona, raccolse un esercito ed organizzò la spedizione per riconquistare la Sardegna, la giovane Bianca venne nominata vicaria del regno di Sicilia ed esercitò il potere reale con un certo polso, lottando contro alcuni nobili che volevano approfittare dell'assenza del re.

Martino il Giovane arrivò in Sardegna, nell'ottobre del 1408, ed il giudice di Arborea, il duca di Narbona, Guglielmo III marciò verso il cagliaritano dove l'esercito aragonese aveva la base; gli eserciti si scontrarono a Sanluri, il 4 luglio del 1409, dove Martino vinse la battaglia e i genovesi, alleati del giudice, dovettero lasciare l'isola ed il giudicato tornò ad essere vassallo di Aragona; però Martino il Giovane contrasse la malaria ed il 25 luglio morì.

Dopo la morte di Martino il Giovane, avvenuta a Cagliari, suo padre, Martino I di Aragona, divenne anche re di Sicilia col nome di Martino II e confermò la nuora, Bianca, come vicaria del regno.

Quando, l'anno successivo, Martino I di Aragona morì, la giovane Bianca si trovò a lottare con il vecchio Bernardo Cabrera, conte di Modica, che voleva sposarla per impadronirsi della Sicilia. Si formarono due partiti avversi: quello della regina Bianca, con il suoi fedeli Sancio Riuz de Lihori, Antonio Moncada, Enrico IV Rosso, Riccardo Filangieri e Vitale Valguarnera; l'altro del potente Cabrera, con Giovanni Montalto, Antonio Barresi e altri.

Nel mese di maggio del 1411 la regina Bianca di Navarra soggiornò presso il castello di Aidone e, coadiuvata dal maestro razionale del regno, Bartolomeo Gioieni, nuovo conte di Aidone, da qui scrisse alcune lettere ai suoi fedelissimi.

Nel 1413, alla morte della sorella Giovanna, Bianca divenne erede al trono di Navarra. Nel 1415 lasciò la Sicilia per rientrare in Navarra, dove, il 28 ottobre del 1416, a Olite, suo padre, Carlo III il Nobile la nominò ufficilalmente erede al trono di Navarra, essendo la maggiore delle figlie superstiti.

Il 6 novembre del 1419, sposò per procura, a Olite, il duca di Peñafiel, futuro re d'Aragona Giovanni. Giovanni si recò in Navarra per incontrare Bianca ed il 10 giugno del 1420, il matrimonio fu celebrato nella cattedrale di Pamplona.

Alla morte del padre, nel 1425, Bianca divenne regina di Navarra e lasciò il governo nelle mani del marito che in quegli anni era coinvolto nelle questioni interne della Castiglia assieme al fratello, Enrico (erano detti gli infanti d'Aragona), e dopo le sconfitte subite, nel periodo 1428-1429, la Navarra dovette cedere alla Castiglia alcune zone di confine.

Dopo essere stato in prigione, Giovanni fu esiliato dalla Castiglia col fratello Enrico e i due seguirono il fratello, re d'Aragona, Alfonso V, nell'impresa italiana, dove furono sconfitti e catturati dai genovesi alla battaglia di Ponza e consegnati al duca di Milano, Filippo Maria Visconti.

Bianca morì il 1 aprile 1441 a Santa María la Real de Nieva, in Castiglia dove il marito Giovanni era rientrato per riprendere la guerra civile accanto al fratello Enrico contro il conestabile di Castiglia Álvaro de Luna, lasciando il governo della Castiglia al figlio maggiore Carlo.

Alla morte di Bianca, invocando il testamento della moglie, Giovanni usurpò il trono di Navarra al figlio Carlo, assumendo il titolo di re di Navarra col nome Giovanni II, lasciando al figlio il titolo di governatore.

Questa situazione tra padre e figlio, li portò alla guerra civile, che esplose nel 1451.

 

Re di Sicilia e d'Aragona della dinastia Trastamara

1412-1441

1412

1416

erdinando I il Giusto

Ferdinando I il Giusto ( Medina del Campo, 2 novembre 1380  Igualada, 2 aprile 1416), fu re di Aragona, di Valencia, di Sardegna, di Maiorca e di Sicilia, re titolare di Corsica, conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1412 al 1416.

Figlio secondogenito di Giovanni I re di Castiglia e della sua prima moglie Eleonora d'Aragona.

Nel 1393 Ferdinando sposò, a Madrid, Eleonora d'Alburquerque (1374 - 1435), figlia di Sancho di Castiglia, conte di Alburquerque (figlio del re Alfonso XI di Castiglia e di Eleonora di Guzmán) e di Beatrice del Portogallo (figlia del re del Portogallo, Pietro I il Giustiziere e di Inés de Castro). Eleonora gli portò in dote parecchi feudi che, uniti ai suoi, costituirono un notevole dominio.

Nel 1406, alla morte del fratello maggiore, re di Castiglia e León, Enrico III, Ferdinando I divenne tutore del nipote, di circa un anno, il re di Castiglia e León, Giovanni II, e, durante la minore età del nipote, assieme alla vedova di Enrico, Caterina di Láncaster, fu coreggente del regno. Caterina governò la metà settentrionale, mentre Ferdinando governò la parte meridionale del regno e proseguì la guerra contro il regno di Granada, iniziata da suo fratello Enrico III.

In questa veste di reggente, efficacemente coadiuvato, si distinse per la sua prudente gestione degli affari di Stato.

Quando, nel 1410, morì Martino il Vecchio, re di Aragona e di Sicilia, zio di Ferdinando I (sua madre, Eleonora era sorella di Martino il Vecchio), quest'ultimo fu tra i pretendenti al trono aragonese e nei due anni che seguirono non disdegnò di entrare in armi in Aragona, per difendere i suoi interessi. Prima che si arrivasse ad una guerra civile, le cortes di Catalogna, di Valencia e d'Aragona decisero per un arbitrato, che portò al Compromesso di Caspe, del 1412.

Nel 1412 Ferdinando, designato come successore di Martino il Vecchio, il 28 di giugno, divenne Ferdinando I d'Aragona, re di Aragona e di Sicilia; lasciò la Castiglia (per il regno di Castiglia fu una sfortuna) e prese possesso dei regni della corona d'Aragona. La sua nomina fu accettata in tutti i regni, solo qualche disappunto in Catalogna che aveva votato per Giacomo II conte di Urgell. Quando le cortes catalane lo riconobbero come re, Ferdinando concesse un'amnistia a Giacomo III e a tutti coloro che con Giacomo si erano ribellati, proponendo un matrimonio tra suo figlio Enrico, a cui sarebbe stato donato il ducato di Montblanc, ed una figlia di Giacomo III. Giacomo II rifiutò e non riconobbe la decisione di Caspe.

Giacomo diede inizio ad una guerra civile, ottenendo l'aiuto degli inglesi, dei guasconi e dei navarresi, ma fu sconfitto da Ferdinando I ed il 31 ottobre 1413 Giacomo si arrese, a Balaguer.

Ferdinando I gli fece grazia della vita, lo confinò in un castello, dove mantenendo la sua servitù, poté condurre una vita normale.

Nonostante la vittoria nella guerra civile, Ferdinando I trovò difficoltà in Catalogna, dove le autorità catalane, gelose delle loro autonomie, diffidavano di un re castigliano, che presumevano dispotico.

Il risultato più importante del suo breve regno fu l'aver accettato, nel 1416di deporre l'Antipapa Benedetto XIII, contribuendo in questo modo a far concludere il Grande Scisma, che aveva diviso la Chiesa d'occidente per quasi 40 anni.

Ferdinando I, dimentico del fatto che i rappresentanti del papa lo avevano appoggiato a Caspe,  fece pressione su Benedetto XIII (Pedro Martínez de Luna) affinché si dimettesse, come avevano fatto, l'Antipapa Giovanni XXIII ed il papa Gregorio XII convinti dall'imperatore Sigismondo. Ma Benedetto non cedette, perché eletto nel pieno rispetto delle regole e si rinchiuse nel castello della sua famiglia (Luna) a Peñíscola (Valencia), dove resistette sino alla morte avvenuta nel 1423.

Ferdinando I morì, a Igualada, dopo un violento attacco di nefrite il 2 aprile del 1416 e venne tumulato nell panteon reale del monastero di Santa Maria di Poblet.

Nel 1416 gli successe il figlio primogenito Alfonso .

   

1416

1441

Alfonso I il Magnanimo

Alfonso I il Magnanimo, di Trastamara ( Medina del Campo, 1396  Napoli, 27 giugno 1458), re Alfonso V di Aragona, Alfonso III di Valencia, Alfonso II di Sardegna, Alfonso I di Maiorca e di Sicilia, re titolare di Corsica, conte Alfonso IV di Barcellona e delle contee catalane dal 1416 al 1458 e re Alfonso I di Napoli dal 1442 al 1458.

Figlio di Ferdinando I e di Eleonora d'Alburquerque; conquistò il regno di Napoli, assumendo il titolo di Rex Utriusque Siciliae, e unificò, anche se formalmente, i due regni. A

lfonso rappresentava la vecchia stirpe dei conti di Barcellona per discendenza materna, mentre, da parte di padre, discendeva dal casato di Trastamara, una discendenza illegittima dei reali di Castiglia. Per diritto ereditario era anche re di Sicilia e Sardegna e conquistò il regno di Napoli. Combatté e trionfò in un periodo di rigoglioso sviluppo di individualità che accompagnò la rinascita del sapere e la nascita del mondo moderno.

Nel 1408 gli fu promessa in sposa la sorella di Giovanni II di Castiglia, Maria di Castiglia (1401-1458, figlia del re di Castiglia e León, Enrico III (figlio del re di Castiglia e León Giovanni I e di Eleonora d'Aragona (1358-1382) e di Caterina di Láncaster, figlia del duca di Lancaster, Giovanni di Gand (figlio quartogenito del re d'Inghilterra, Edoardo III e di Filippa di Hainaut) e di Costanza di Castiglia (figlia di Pietro I il Crudele e di Maria di Padilla.

Dopo il compromesso di Caspe (1412) Ferdinando I, divenuto re d'Aragona, allontanandosi dalla Castiglia per recarsi in Aragona, lasciò i quattro figli: Alfonso il maggiore, Maria (nel 1408 promessa in sposa al re Giovanni II), Giovanni (il futuro re d'Aragona e di Navarra Giovanni II) ed Enrico, Gran Maestro dell'Ordine di Santiago. I detti quattro infanti d'Aragona (così furono chiamati) sostituirono il padre Ferdinando I alla guida della famiglia (Trastamara) reale di Castiglia; i figli maschi fecero parte anche del consiglio della corona di Giovanni II.

Alfonso rimase poco in Castiglia, ben presto dovette recarsi in Aragona, perché la salute del padre era malferma e prepararsi a prenderne il posto sul trono d'Aragona, mentre il fratello Giovanni fu inviato in Sicilia come governatore.

Il 12 giugno del 1415, nella cattedrale di Valencia, Alfonso sposò la principessa Maria di Castiglia.

Alla morte del padre, il 2 aprile del 1416, Alfonso gli successe in tutti i suoi titoli, divenendo re della corona d'Aragona e di Sicilia (col nome di Alfonso I) e per prima cosa, vedendo che i Siciliani, per la loro sete di indipendenza, avrebbero voluto eleggere il fratello Giovanni a re di Sicilia, lo richiamò a corte e lo inviò in Castiglia ad aiutare il fratello Enrico.

Alfonso I appoggiò i fratelli, Giovanni ed Enrico, nella lotta contro Álvaro de Luna, il favorito del re di Castiglia, Giovanni II, per il controllo del governo del regno. Convocò le cortes solo nel 1419, diminuì le spese della corte licenziando tutti i collaboratori che si era portato dalla Castiglia, ricevendo in cambio una donazione di 60.000 fiorini per le campagne militari in Mediterraneo; ma nel 1420, le stesse cortes riconvocate, dopo aver versato l'anticipo di 40.000 fiorini, si opposero a nuove campagne militari in Mediterraneo.

Alfonso I nello stesso anno partì alla volta della Sardegna e mentre era impegnato nel consolidamento della presenza aragonese in Sardegna ed in Corsica, la regina Giovanna II di Napoli, venuta in contrasto col papa Martino V, stava subendo un attacco da parte delle truppe di Muzio Attendolo Sforza, agli ordini del conte di Provenza Luigi III d'Angiò, che il papa aveva nominato re di Napoli al posto di Giovanna.

Giovanna, senza discendenza, nominò suo erede Alfonso I, il quale si appellò al papa aragonese, Benedetto XIII, che gli diede il suo appoggio.

Abbandonato l'assedio di Bonifacio, in Corsica, Alfonso I corse a Napoli, dove trovò come alleato Braccio da Montone con cui difese egregiamente Napoli. Quando lo Sforza lasciò Luigi III, sembrò che la vittoria arridesse ad Alfonso I; ma quando Alfonso I, nel maggio del 1423, fece arrestare l'amante della regina, il primo ministro Giovanni Caracciolo, Giovanna II chiamò in suo aiuto lo Sforza che sconfisse Alfonso I nei pressi di Castel Capuano; il sovrano aragonese si chiuse nel Maschio Angioino e riuscì, con l'aiuto delle ventidue galee della flotta aragonese, a respingere gli assalitori che si dovettero ritirare ad Aversa.

Giovanna II allora, ripudiato Alfonso I, si riavvicinò a Luigi III d'Angiò (Luigi divenne il nuovo erede del regno di Napoli) ed al papa, Martino V.

Essendo venuto a conoscenza che il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, era entrato nella coalizione antiaragonese e avendo ricevuto la notizia che i suoi fratelli Giovanni ed Enrico in Castiglia erano in difficoltà, Alfonso I lasciò Napoli e parte del regno nelle mani del fratello più giovane Pietro, e si diresse in Provenza (la contea del suo nemico, Luigi III), dove distrusse il porto e la città di Marsiglia e poi fece rotta su Barcellona.

La flotta genovese del Visconti conquistò, sempre nel 1423, Gaeta, Procida, Castellammare e Sorrento e assediò Napoli che, attaccata da terra dalle truppe di Francesco Sforza, si arrese nell'aprile del 1424.

Sempre nel 1423, Alfonso appoggiò il conclave, eleggendo il 10 giugno, un nuovo papa nella linea avignonese: Egidio Muñoz col nome di Clemente VIII.

Alfonso I, rientrato in Aragona, riprese a sostenere i fratelli Giovanni ed Enrico, che nel frattempo avevano avuto la meglio sul partito del re di Castiglia capeggiato da Álvaro de Luna (che, nel 1427, venne esiliato dalla Castiglia). Due anni dopo, però, nel 1429, i fratelli vennero sconfitti ed incarcerati, come punizione per il Golpe di Tordesillas organizzato da Enrico nel 1420.

Alfonso I allora intervenne militarmente in Castiglia, ottenendo la liberazione dei suoi fratelli che furono esiliati in Aragona.

Nel 1428, ebbe una corrispondenza diplomatica con l'imperatore d'Etiopia, Yeshaq I, che nell'ottica di una politica anti-musulmana gli offriva un'alleanza suggellata dal matrimonio di una delle sue figlie col fratello più giovane di Alfonso I, cioè Pietro, purché giungesse in Etiopia accompagnato da un cospicuo numero di artigiani. I primi artigiani che furono inviati, tuttavia, perirono lungo il tragitto (nel 1450 Alfonso I riprese la corrispondenza col successore di Yeshaq I, Zara Yaqob, confermando che avrebbe inviato gli artigiani solo se aveva la garanzia che fossero protetti durante il viaggio).

Nel 1432, Giovanni Caracciolo venne ucciso in una congiura, e Alfonso I, inutilmente, chiese alla regina Giovanna II di Napoli di reintegrarlo come erede del regno di Napoli.

Condusse due spedizioni contro i musulmani. una contro l'isola di Djerba (1432) ed una contro Tripoli (1434).

Nel 1434, il duca di Calabria Luigi III d'Angiò, erede di Giovanna II, morì e Giovanna nominò erede Renato d'Angiò, fratello di Luigi,  ma quando la regina Giovanna, nel febbraio del 1435, morì, il papa Eugenio IV, signore feudale del regno di Napoli, non diede il suo gradimento e Alfonso I, accompagnato dai fratelli Giovanni ed Enrico, a cui si unì anche Pietro, tornò nel Napoletano, occupò Capua e pose l'assedio a Gaeta; poi la flotta aragonese affrontò quella genovese che, per conto del Visconti, andava a portare vettovaglie agli assediati di Gaeta, ma Alfonso I il Magnanimo ed i suoi fratelli, alla battaglia di Ponza, furono sconfitti e fatti prigionieri dai Genovesi (solo Pietro riuscì a fuggire con due galee. La loro madre Eleonora, morì per il dolore, poco dopo aver ricevuto la notizia della cattura dei suoi tre figli).

Catturato dal genovese Biagio Assereto nella battaglia di Ponza, Alfonso I fu consegnato al duca Visconti che lo imprigionò nel 1435, ma Alfonso riuscì a persuadere il suo rapitore a liberarlo senza il pagamento di riscatto, convincendolo anche che era interesse di Milano non impedire la vittoria della parte aragonese a Napoli, riconoscendolo già re di Napoli.

Alfonso I ed il fratello Pietro, nel 1436, rioccuparono Capua e si impossessarono di Gaeta, mentre i fratelli Giovanni ed Enrico rientravano in Aragona. Attaccato dall'esercito pontificio riuscì a contenere l'avanzata delle truppe del papa nel regno di Napoli, corrompendo il cardinale Giovanni Vitelleschi.

Nel 1438 tentò di assediare Napoli dove risiedeva Renato d'Angiò, ma fallì ed il fratello Pietro perse la vita.

Dal 1440, dopo la morte di Jacopo Caldora, comandante delle truppe angioine, avvenuta nel dicembre del 1439,  le sorti della guerra volsero a favore di Alfonso I, che occupò Aversa, Salerno, Benevento, Manfredonia e Bitonto, riducendo Renato d'Angiò al solo Abruzzo ed a Napoli. Il papa inviò un contingente di 10.000 uomini in aiuto a Renato d'Angiò, ma il comandante si fece corrompere da AlfonsoI ed il 10 novembre 1441 quest'ultimo mise sotto assedio Napoli, che cadde il 2 giugno 1442, dopo che Renato d'Angiò aveva abbandonato la città. In pochi mesi Alfonso portò a termine la conquista di tutto il regno e il 26 febbraio 1443 fece il suo ingresso trionfale in Napoli.

Dopo aver conquistato Napoli nel 1442, Alfonso I governò appoggiandosi non solo ai suoi fedeli milites, come i Cossines che lo avevano seguito dalla Spagna, ma anche a soldati mercenari. Dal 1443 risiedette permanentemente a Napoli e non rientrò più in Aragona, nonostante le sollecitazioni della moglie Maria, che continuava a governare i suoi possedimenti spagnoli coadiuvata da Giovanni, fratello di Alfonso.

Nel 1445, dopo che suo fratello Enrico era morto a seguito di una ferita ricevuta nella seconda battaglia di Olmedo, Alfonso I riprese la guerra al regno di Castiglia, guerra che terminò solo alla morte del cognato del re di Napoli, Giovanni II re di Castiglia.

Nel 1446 Alfonso portò a termine l'occupazione della Sardegna.

Nel 1447 alcuni ambasciatori francesi erano stati mandati a Barcellona per reclamare il pagamento della dote che l'infante Iolanda di Aragona, più di quarant'anni prima aveva promesso alla figlia Maria d'Angiò, che in quel momento era divenuta regina consorte di Francia. Poiché i francesi non ebbero alcuna soddisfazione da Maria di Castiglia, moglie e luogotenente di Alfonso I, durante il viaggio di rientro in Francia occuparono la città di Perpignano, come pegno.

Sempre nel 1447 Alfonso I fu nominato erede del ducato di Milano da Filippo Maria Visconti, e prontamente le sue truppe occuparono il castello, ma alla nascita della Repubblica Ambrosiana le sue truppe furono cacciate da Milano e Alfonso I rinunciò ad ogni pretesa, anche se fu poi coinvolto nella guerra di successione ai Visconti.

Sempre nello stesso anno Alfonso I con le sue truppe riuscì a sottomettere Castiglione della Pescaia, fino ad allora libero Comune.

Nel 1451 diede aiuto a Giorgio Castriota Scanderbeg, che accettò di divenire suo vassallo. Questo aiuto, in truppe e in denaro, offerto agli albanesi era anche un modo per contraccambiare l'aiuto ricevuto da questi durante una ribellione di baroni del regno di Napoli.

Dal 1454 Alfonso I era in guerra contro Genova e nel 1458 pose l'assedio alla città che aveva chiesto la protezione del re di Francia, che aveva mandato come governatore, Giovanni d'Angiò, il duca titolare di Calabria, figlio di Renato d'Angiò.

Alfonso I morì di malaria (contratta durante una battuta di caccia in Puglia), durante l'assedio di Genova, il 27 giugno 1458. Lasciò il regno di Napoli in eredità al suo figlio illegittimo Ferdinando (legittimato dal papa Eugenio IV e nominato duca di Calabria), mentre tutti gli altri titoli della corona d'Aragona andarono al fratello Giovanni.

Da vero principe precursore del Rinascimento, Alfonso I favorì i letterati, che credeva avrebbero tramandato la sua fama ai posteri. Il suo amore per i classici fu eccezionale, anche per i suoi tempi. Per esempio, i suoi biografi narrano che Alfonso facesse fermare il suo esercito, in segno di rispetto, prima di giungere nella città natale di un autore latino, e che portasse con sé le opere di Livio e Cesare nelle sue campagne. Il suo panegirista Panormita racconta, addirittura, che Alfonso guarì da una malattia sentendo leggere alcune pagine della storia di Alessandro Magno scritta da Quinto Curzio Rufo.

Alfonso I fondò la prima università in Sicilia, nella città di Catania.

Sebbene non abbia saputo accattivarsi la simpatia di tutti i napoletani, soprattutto perché volle abolire il seggio del popolo, riconobbe a Napoli un'importanza primaria rispetto alle altre città del suo regno, facendo della città partenopea una vera e propria capitale mediterranea, profondendo inoltre somme immense per abbellirla ulteriormente. Rifece Castelnuovo, danneggiato dalle continue guerre, aggiungendovi un mirabile arco di trionfo e decorandolo della superba sala del trono (chiamata in seguito sala dei baroni per la cupa tragedia del 1486 durante la quale alcuni dei più potenti baroni del regno, attirati con un tranello, vi furono uccisi). Protesse le arti, le industrie, prime fra tutte quelle della lana e della seta, quest'ultima introdotta nel regno di Napoli. Convennero alla sua Corte umanisti celebri come il Panormita, Lorenzo Valla, Emanuele Crisolora e, sotto il suo successore, Giovanni Pontano. La popolazione di Napoli si accrebbe per continue immigrazioni, non esclusa una colonia di ebrei respinta dalla Spagna e dalla Sicilia, fino a raggiungere i 100 mila abitanti alla fine del XV secolo.

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Trastamara

1441-1516

 

1441

1458

Alfonso I il Magnanimo (di cui sopra).

 

Separazione dei regni - re di Sicilia

1458-1504

 

1458

1479

Giovanni I

Giovanni I ( Medina del Campo, 29 giugno 1397  Barcellona, 20 gennaio 1479), figlio terzogenito di Ferdinando (principe di Castiglia e León, e futuro re della corona d'Aragona e di Sicilia), e di Beatrice del Portogallo.

Il 6 novembre del 1419, Giovanni sposò per procura, a Olite, l'erede al trono di Navarra, Bianca figlia del re di Navarra, conte d'Évreux e duca di Nemours , Carlo III di Navarra detto il Nobile (figlio maschio primogenito del re di Navarra Carlo II il Malvagio e di Giovanna di Francia. Giovanni si recò in Navarra per incontrare Bianca ed il 10 giugno del 1420, il matrimonio fu celebrato nella cattedrale di Pamplona.

La moglie Bianca, alla morte del padre, Carlo III, nel 1425, era divenuta regina di Navarra e Giovanni, come re consorte, governò la Navarra coinvolgendola nelle questioni interne della Castiglia, che continuava a governare assieme al fratello Enrico.

Giovanni ed il fratello Enrico  nel frattempo erano riusciti ad avere il controllo del cugino Giovanni II di Castiglia e a prendere il potere con il Golpe di Tordesillas, nel 1420. Mentre la corte si trovava a Tordesillas suo fratello Enrico di sorpresa si impadronì del palazzo dove il re dormiva e, arrestati tutti gli oppositori del partito realista, convocò le cortes ad Ávila, che confermarono il potere degli infanti di Aragona. Giovanni ed il fratello tennero il potere per circa dieci anni, quando furono scalzati da Álvaro de Luna (da loro esiliato nel 1427), che aveva ripreso la guida del partito realista, a loro avverso. Dapprima gli infanti d'Aragona furono imprigionati, per il Golpe di dieci anni antecedenti, ma poi, per le pressioni esercitate dal re d'Aragona, nonché loro fratello maggiore Alfonso il Magnanimo, furono lasciati liberi.

Giovanni si recò, col fratello Enrico, in Aragona e, nel 1435, i due seguirono il fratello Alfonso  il Magnanimo, nell'impresa italiana, a cui si unì anche il quaeto fratello, Pedro, che si trovava in Sicilia. Sbarcati nel Napoletano, Giovanni ed i fratelli occuparono Capua e posero l'assedio a Gaeta. La flotta aragonese affrontò la flotta genovese che, per conto del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, andava a portare vettovaglie agli assediati di Gaeta; ma alla battaglia di Ponza, furono sconfitti e fatti prigionieri dai Genovesi (solo Pedro riuscì a fuggire con due galee). La loro madre, Eleonora d'Alburquerque, morì per il dolore, poco dopo aver ricevuto la notizia della cattura dei suoi tre figli). I tre furono, quindi, consegnati al duca di Milano, Filippo Maria Visconti.

Dopo che il Visconti aveva liberato i tre fratelli senza che fosse pagato alcun riscatto, mentre Alfonso con Pedro riprese le operazioni militari nel Napoletano, Giovanni ed Enrico ritornarono in Aragona. In quel periodo Giovanni coadiuvò, soprattutto per ciò che concerneva le operazioni militari, la cognata, Maria, la moglie di suo fratello, Alfonso V, che fu reggente della corona d'Aragona, per circa 27 anni (1431-1458).

La moglie, Bianca morì il 12 febbraio 1441, a Santa María la Real de Nieva, in Castiglia dove, lasciato il governo della Navarra al figlio, Carlo, Giovanni, col fratello Enrico, era rientrato, nel 1438, per appoggiare una rivolta nobiliare contro il conestabile di Castiglia, Álvaro de Luna, riuscendo ad imporsi ad esso e ad esiliarlo ancora una volta nel corso del 1439. Alla morte di Bianca, Giovanni, usurpò (invocando il testamento della moglie) il trono di Navarra al figlio Carlo, assunse il titolo di re di Navarra, col nome Giovanni II, lasciando al figlio il titolo di governatore della Navarra, onde poter continuare a interessarsi delle vicende della Castiglia, sino a quando subì una dura sconfitta nella prima battaglia di Olmedo, del 1445, dove suo fratello Enrico, a causa di una ferita in una mano andata in cancrena, morì dopo poche settimane.

Giovanni, in quel periodo, pensava a risposarsi e, nel 1447, si unì in matrimonio con Giovanna Enriquez, figlia dell'ammiraglio di Castiglia, signore di Medina de Rioseco e conte di Melgar, Federico Enriquez, acerrimo avversario del conestabile di Castiglia Álvaro de Luna), e di Marina Fernández di Cordoba e Ayala.

I contrasti tra Carlo e Giovanni iniziarono quando il figlio, dopo contatti col conestabile Álvaro de Luna accettò una pace della Navarra con la Castiglia che il padre Giovanni, probabilmente influenzato dalla famiglia della moglie, non aveva accettato. Il contrasto portò alla formazione di due partiti: i beamonteses, seguaci della famiglia Beaumont, partigiani di Carlo e gli agramonteses partigiani dell'antica casa nobiliare degli Agramont. La guerra civile che scoppiò nel 1451 in Navarra, si risolse con la sconfitta di Carlo nella battaglia di Aibar, nel 1452, nonostante Bianca, sorella e figlia dei due contendenti, nonché moglie dell'erede al trono di Castiglia, Enrico l'Impotente, chiedesse al suocero Giovanni II di Castiglia di aiutare il fratello, Carlo. Carlo fu fatto prigioniero e dovette promettere al padre che avrebbe rispettato le volontà testamentarie della madre e avrebbe preteso la corona di Navarra solo alla morte del padre. Dopo la liberazione, Carlo andò in esilio a Napoli, dallo zio e fratello di Giovanni, il re d'Aragona e di Napoli, Alfonso il Magnanimo, che lo sostenne con il papa Callisto III, mentre Giovanni, in accordo col genero Gastone IV di Foix, marito dell'altra figlia Eleonora, stava tentando di diseredare il figlio, Carlo.

Morto Alfonso V, nel 1458, Giovanni fu icoronato re nel castello di Caltagirone e divenne Giovanni II, re della corona d'Aragona, mentre Carlo, riappacificato col padre, rientrò in Navarra, dove nel 1459 intavolò trattative per unirsi in matrimonio con Isabella di Castiglia, sorellastra del re di Castiglia, Enrico l'Impotente; Giovanni e soprattutto la matrigna Giovanna Enriquez, si opposero perché nelle loro intenzioni Isabella avrebbe dovuto sposare il loro figlio Ferdinando che allora aveva sette anni. La controversia portò nuovamente la tensione ad alti livelli, tanto che  il 2 dicembre 1460 Giovanni ordinò l'arresto di Carlo a Lleida. Carlo fu tenuto in prigione ad Aitona e poi a Morella.

Le cortes catalane si riunirono il 25 febbraio del 1461 e decretarono la liberazione di Carlo da parte di Giovanni, cosa che fece immediatamente. Inoltre, il 21 giugno 1461, gli imposero di aderire al concordato di Villafranca, in cui Carlo risultava essere il re legittimo di Navarra, nonché luogotenente della Catalogna ed erede della corona d'Aragona.

Carlo però, il 23 settembre di quello stesso anno, circa tre mesi dopo avere ottenuto ciò che gli spettava, morì. La morte venne attribuita alla regina Giovanna, che lo avrebbe fatto avvelenare. Nel frattempo la regina era stata nominata luogotenente della Catalogna. Le cortes allora si riunirono e notificarono a Giovanni ed alla regina di non mettere piede in Catalogna senza il loro permesso.

La regina, Giovanna, che già si trovava in Catalogna col figlio Ferdinando, si rifugiò nel castello di Girona. All'inizio del 1462 i realisti catalani si raccolsero in armi e il re Giovanni, dopo essersi alleato col genero Gastone IV di Foix (promettendo alla figlia, Eleonora di Navarra, in eredità la corona di Navarra, anziché all'altra figlia, Bianca, che, de jure, era già regina di Navarra) chiese, col trattato di Bayonne, nel maggio 1462, al re di Francia, Luigi XI, l'aiuto dell'esercito francese (in cambio delle contee del Rossiglione e della Cerdanya). Le contempo le cortes catalane organizzarono un esercito che si diresse su Girona, per assediarla, ma lì c'era la regina Giovanna che la difese energicamente assieme ai suoi sostenitori, tanto da permettere l'intervento del re Giovanni con l'esercito che obbligò i catalani a togliere l'assedio.

Nel 1469, Giovanni riuscì a fare sposare il figlio, Ferdinando il cattolico con Isabella la cattolica, coronando così il sogno della moglie, Giovanna, che era già morta da un anno.

Nella vecchiaia Giovanni aveva perso la vista a causa della cataratta, ma la recuperò grazie a una operazione eseguita dal suo medico ebreo Abiathar Crescas.

Giovanni morì a Barcellona, il 19 gennaio del 1479, all'età di 82 anni, e fu tumulato nel Monastero di Santa Maria di Poblet a L'Espluga de Francolí, a circa cento chilometri da Barcellona. Gli successe sul trono della corona d'Aragona il figlio Ferdinando, nato dal secondo matrimonio, mentre sul trono di Navarra gli successe la figlia Eleonora, nata dal suo primo matrimonio, che aveva sposato Gastone IV di Foix, portando la Navarra sotto l'influenza francese.

   

1479

1504

Ferdinando II il Cattolico

Ferdinando II il Cattolico ( 10 marzo 1452  †  Madrigalejo, 23 gennaio 1516), unico figlio maschio nato dal duca di Peñafiel, re di Navarra e dalla seconda moglie Juana Enriquez

Il 19 ottobre del 1469 Ferdinando sposò la cugina Isabella, infante di Castiglia e figlia del re di Castiglia e León, Giovanni II (figlio del re di Castiglia e León Enrico III e di Caterina di Láncaster) e di Giovanna del Portogallo (figlia del re del Portogallo, Edoardo e di Eleonora d'Aragona.

Il matrimonio fra Ferdinando e Isabella non fu approvato dal fratellastro Enrico IV, che ritrattò la designazione a erede del trono di Castiglia e giurò pubblicamente, assieme alla moglie, che Giovanna la Beltraneja era sua figlia legittima e la proclamò erede al trono, con la Cerimonia de la Val de Lozoya.

Dopo la morte del fratellastro Enrico IV, avvenuta nel 1474, il 13 dicembre dello stesso anno Isabella fu proclamata regina di Castiglia e Ferdinando divenne re consorte col nome di Ferdinando V di Castiglia, mentre la Beltraneja, che ugualmente reclamava la corona di Castiglia, vennea promessa ad Alfonso V del Portogallo.

Immediatamente Alfonso V, dichiarato re di Castiglia e León dai partigiani della moglie, nonostante Isabella fosse già stata incoronata regina col marito Ferdinando, invase la Castiglia (estate del 1475), per difendere i diritti di sua moglie; lo scontro decisivo avvenne nei pressi di Toro, la città in cui Giovanna la Beltraneja si era insediata e dove teneva la corte. Il 1 marzo 1476, nella battaglia di Toro, Ferdinando mise in fuga Alfonso, ma vedendo che i suoi sostenitori in Castiglia diminuivano, si ritirò in Portogallo con la moglie, che era scortata dal figliastro Giovanni, erede al trono del Portogallo.

La pace fu siglata ad Alcáçovas (Viana do Alentejo), il 4 settembre del 1479, dal figlio Giovanni, in quanto Alfonso V si era da tempo ritirato nel convento di Varatojo a Torres Vedras; il trattato venne controfirmato dai re Cattolici a Toledo nel marzo del 1480.

Alla morte del padre Ferdinando, oltre che re di Sicilia, divenne re d'Aragona e, nello stesso anno, fu decretata l'unione de facto della Castiglia con la Corona d'Aragona. Mentre in Aragona Ferdinando governava da solo, in Castiglia era la moglie Isabella, come da contratto di matrimonio (capitulaciones), mentre l'amministrazione della giustizia, se si trovavano entrambi nello stesso posto, veniva espletata congiuntamente. Le monete recavano insieme le due effigi ed i sigilli reali portavano le armi dei due casati. Ferdinando si occupava, inoltre, della politica estera.

A partire dal 1481 Ferdinando si occupò della conquista del regno dei Nasridi di Granada. In tale occasione mise in mostra le sue doti diplomatiche e le sue attitudini militari, già dimostrate nella guerra civile. La guerra terminò il 2 gennaio 1492 con la capitolazione dell'ultimo ridotto musulmano della penisola iberica.

Nel 1480 Ferdinando introdusse in Castiglia l'inquisizione e quattro anni dopo anche in Aragona. Introdusse, inoltre, il principio della conformità religiosa, per cui furono decretate (decreto di Granada del 31 marzo del 1492) l'espulsione di tutti gli Ebrei che non accettavano di convertirsi al cristianesimo e la conversione forzosa degli abitanti del regno di Granada. La conquista di Granada riuscì a eliminare le contestazioni interne e fece guadagnare prestigio ai regni di Castiglia e Aragona agli occhi dei regni cristiani.

In questo periodo Cristoforo Colombo, dopo aver chiesto inutilmente al re Giovanni II la somma necessaria per il suo progetto, nel 1485, dopo la morte della moglie, si recò a Palos con il figlio Diego. Dopo essere stato a Cordova ed a Sevilla, nel 1486 si presentò al cospetto di Ferdinando II di Aragona e di Isabella di Castiglia, ai quali presentò il suo progetto di raggiungere per mare il Catai ed il Cipango. Ma una commissione riunita per vagliare le effettive possibilità di riuscita del viaggio bocciò la proposta.

Negli anni seguenti Colombo cercò varie volte di farsi ascoltare dalla corte castigliana e decise di rivolgersi pure, tramite il fratello Bartolomeo, ai re d'Inghilterra e di Francia.

Nel 1492, si verificò un evento che sbloccò improvvisamente la situazione di stallo in cui Colombo si trovava. In seguito all'unione delle corone della Castiglia e di Aragona, ed al termine della conquista di Granada, Colombo, grazie all'intermediazione del duca di Medinaceli e del tesoriere di corte Luis de Santangel, raggiunse un accordo con Isabella, soprattutto grazie al confessore di lei, il francescano Juan Pérez.

Ma al ritorno dal primo viaggio di Colombo, Giovanni II ebbe il sospetto che, secondo il trattato di Toledo del 1480, la scoperta fosse avvenuta nella zona di influenza del Portogallo.

Ferdinando II di Aragona propose di risolvere la questione con un negoziato, ma, prima di iniziarlo, convinse papa Alessandro VI Borgia, spagnolo di nascita, a emettere una bolla (Inter Cetera, 4 maggio 1493), secondo la quale tutte le terre a ovest e a sud di una linea tracciata a cento leghe dalle isole di Capo Verde alle Azzorre, sarebbero state della Spagna. Il 26 settembre, il papa emise una nuova bolla ancora più penalizzante per il Portogallo.

Giovanni II alla guerra preferì la diplomazia, che portò al Trattato di Tordesillas (firmato a Tordesillas, in Castiglia, il 7 giugno 1494) che divise il mondo al di fuori dell'Europa in un duopolio esclusivo tra la Spagna ed il Portogallo. Il trattato venne ratificato dalla Spagna il 2 luglio, e dal Portogallo il 5 settembre del 1494.

Dal 1492 Ferdinando II concentrò la sua attività prima verso la Francia e, col trattato di Barcellona del 1493, recuperò dal regno di Francia le contee del Rossiglione e della Cerdanya. Poi si rivolse all'Italia, per opporsi al tentativo francese di annessione del regno di Napoli; organizzò la guerra contro le truppe del generale Robert Stuart d'Aubigny, inviando, nel 1494, il Gran capitano Gonzalo Fernández de Córdoba, che si era distinto nella presa di Granada. Purtroppo un anno dopo il suo arrivo nella penisola, nel 1495, subì una sconfitta a Seminara combattendo contro d'Aubigny, riuscendo però, nel 1496, ad ottenere la rivincita sul campo di battaglia e a ricacciare le truppe francesi sino in Calabria.

Nel 1500 Gonzalo Fernández de Córdoba tornò in Italia per ottemperare al trattato segreto che Francia e Spagna avevano stipulato a Granada per spartirsi il regno di Napoli.

Entrati nuovamente in rotta di collisione gli eserciti francese e spagnolo, nel 1503, Gonzalo Fernández de Córdoba stabilì il suo esercito a Barletta in attesa di rinforzi e sconfisse i francesi per due volte, a Cerignola e sul Garigliano, riuscendo così a completare la conquista dell'intero regno di Napoli in favore della Spagna.

Ferdinando, nel 1504, assunse anche il titolo di re di Napoli, con il nome Fernando III di Napoli e di Sicilia. Il papa Alessandro VI che temeva che gli appetiti territoriali di Ferdinando lo portassero a conquistare parte degli stati pontifici, gli concesse il titolo di re Cattolico, che poi fu esteso anche alla moglie Isabella.

Ferdinando II partecipò, con la Lega di Cambrai alla lotta contro contro la Repubblica di Venezia dal 1508 al 1511, che doveva essere sotto la guida di papa Giulio II. Ad essa aderirono, oltre al pontefice, Luigi XII di Francia, l'imperatore Massimiliano I e il duca di Ferrara Alfonso I d'Este. La Lega combatté .

Infine Ferdinando il Cattolico fu il promotore della Lega Santa, alleanza (1511-1512) tra il re di Spagna, il pontefice Giulio II, la Repubblica di Venezia e il re Enrico VIII d'Inghilterra contro Luigi XII di Francia.

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Asburgo di Spagna

1516-1700

Periodo Vicereale - In questo periodo i regni di Napoli e Sicilia sono tenuti da re stranieri (Spagna prima, e poi per brevi periodi, Austria, nonché, per la sola Sicilia, Savoia) mentre sono amministrati sul territorio da distinti viceré. La numerazione dei monarchi fa quindi riferimento a questi regni e non a quella specifica di Napoli e Sicilia. Tale distinzione con i periodi precedenti vuole comunque essere essenzialmente "schematica", in quanto già in precedenza era capitato di vedere i regni di Napoli e Sicilia, almeno temporaneamente e in diversi contesti, formalmente uniti al regno d'Aragona e governati in loco da un viceré.

 

1516

1554

Carlo I di Spagna

Carlo I di Spagna

Carlo I di Spagna

Carlo V ( Gand, 24 febbraio 1500  Cuacos de Yuste, 21 settembre 1558); figlio di Filippo il Bello d'Asburgo e di Giovanna di Castiglia la Pazza.

Nell'anno 1496, Massimiliano I d'Asburgo, arciduca d'Austria e imperatore del S.R.I., mediante una accorta "politica matrimoniale", fece in modo che il proprio figlio ed erede al trono, Filippo, detto il bello, prendesse in moglie Giovanna di Castiglia, detta la pazza, figlia dei cattolicissimi sovrani di Spagna Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia.

Oltre a Carlo, nacquero altri cinque figli:

Eleonora che andò in sposa prima ad Emanuele I di Aviz, re del Portogallo e poi a Francesco I di Valois-Angoulême, re di Francia;

Isabella che andò in sposa a Cristiano II Oldenburg, re di Danimarca;

Ferdinando che sposò Anna Jagellone d'Ungheria, dando inizio al ramo austriaco degli Asburgo;

Maria che andò in sposa a Luigi II d'Ungheria e Boemia;

Caterina che andò in sposa a Giovanni III di Aviz, re del Portogallo.

Carlo, seppure aiutato da una serie di fortuite circostanze era predestinato a diventare, in breve tempo, il sovrano più potente del mondo.

Infatti, l'unico figlio maschio dei nonni materni era già scomparso nel 1497, senza lasciare eredi. Immediatamente dopo, scomparve anche la loro figlia primogenita e nello stesso anno 1500 scomparve anche l'unico figlio maschio di quest'ultima ed erede di Castiglia e d'Aragona. Per cui, nell'anno 1504, con la morte della regina Isabella, sua figlia Giovanna, madre di Carlo, divenne erede di tutti i beni di Castiglia e Carlo stesso ne divenne, a sua volta, erede potenziale.

Subito dopo Giovanna di Castiglia venne colpita da follia e si trovò nella impossibilità di governare. A causa di questa infermità, Giovanna di Castiglia era ed è più comunemente nota come "Giovanna la pazza". Nel 1506 scomparve prematuramente anche Filippo, padre di Carlo, per cui, quest'ultimo, all'età di soli sei anni, si trovò ad essere il potenziale erede non solo dei beni di Castiglia, ma anche di quelli d'Austria e di Borgogna; questi ultimi quale eredità dei nonni paterni, in quanto il nonno Massimiliano d'Asburgo aveva sposato Maria Bianca di Borgogna, ultima erede dei duchi di Borgogna.

Carlo fu educato prima da Guillaume de Croy, signore di Chièvres, poi da Adriaan Florensz di Utrecht, vescovo di Tortosa e futuro papa Adriano VI, nonché dalla zia l'arciduchessa Margherita d'Asburgo. Tutta l'educazione del giovane principe si svolse nelle Fiandre e fu ammantata di cultura fiamminga, nonostante i suoi natali austro-ispanici.

Il ducato delle Fiandre costituì la culla di Carlo. Nelle Fiandre risiedeva, infatti, il padre Filippo fin da quando ne aveva ereditato il possesso dalla madre Maria di Borgogna, morta all'età di venticinque anni a causa di una caduta da cavallo. Nelle Fiandre Carlo trascorse l'infanzia e l'adolescenza.

Il 5 gennaio 1515, a Bruxelles, Carlo fu dichiarato maggiorenne e fu proclamato nuovo duca di Borgogna. Gli fu, quindi, affiancato un consiglio ristretto di cui facevano parte Guillaume de Croy, Adriano di Utrecht e il gran cancelliere Jean de Sauvage. Carlo fu affiancato, come consigliere, anche da Erasmo da Rotterdam, il quale, in una lettera inviata a Tommaso Moro, si dimostrava alquanto perplesso circa le effettive capacità intellettuali del principe.

Egli, infatti, non fu mai molto amante degli studi, preferendo le arti cavalleresche e la caccia. Pur essendo re di Spagna, la sua lingua era il francese e imparò lo spagnolo solo in maniera superficiale.

Nell'anno 1516, con la morte del nonno materno re Ferdinando d'Aragona, Carlo, a soli sedici anni, ereditò anche il trono d'Aragona, concentrando nelle sue mani tutta la Spagna, per cui poté fregiarsi del titolo di re di Spagna a tutti gli effetti, assumendo il nome di Carlo I. Occorre precisare, però, che la vera erede al trono di Castiglia rimaneva pur sempre sua madre Giovanna, la quale, a causa della sua riconosciuta infermità mentale, dovette cedere i suoi poteri effettivi al figlio Carlo, anche se dal punto di vista dinastico fu regina fino alla sua morte, avvenuta nell'anno 1555.

Una volta ereditato il trono di Spagna, Carlo aveva necessità di essere riconosciuto re dai propri sudditi, in quanto, pur avendo come ascendenti i sovrani castigliano-aragonesi, era pur sempre un Asburgo. A tal fine convocò le Cortes di Castiglia sul finire del 1517 nella città di Valladolid. Dopo varie trattative, all'inizio dell'anno successivo prestò giuramento e fu riconosciuto re. Analogamente si comportò con le Cortes d'Aragona e di Catalogna, convocate a fine 1518 a Saragozza e Barcellona. Anche qui, nel 1519, dopo varie trattative, il sovrano prestò giuramento e fu riconosciuto re; dopo di che, dovette recarsi in Austria per raccogliere anche l'eredità asburgica.

Nell'anno 1519, infatti, con la morte del nonno paterno Massimiliano I, Carlo, che era già re di Spagna da tre anni, a soli diciannove anni ascese anche al trono d'Austria, entrando in possesso, a pieno titolo, anche dell'eredità borgognona della nonna paterna. Nello stesso anno, precisamente il 28 giugno 1519, nella città di Francoforte, sostenuto dai banchieri tedeschi Fugger, fu eletto imperatore del S.R.I., prevalendo sull'altro candidato alla corona imperiale che era Francesco I, re di Francia. I principi elettori preferirono eleggere Carlo V a scapito di Francesco I perché trovarono vantaggioso per le loro aspirazioni autonomistiche il fatto che Carlo, essendo re di Spagna, viveva e operava lontano dalla sede imperiale. Carlo fu incoronato imperatore dall'arcivescovo di Colonia il 23 ottobre 1520 nella cattedrale di Aquisgrana.

Carlo di Gand, come imperatore del S.R.I., assunse il nome di Carlo V, e come tale è passato alla Storia.

La scomparsa prematura di tutta la discendenza maschile della dinastia castigliano-aragonese, unitamente alla scomparsa prematura del padre Filippo il bello ed alla infermità della madre Giovanna di Castiglia, fece sì che Carlo V, all'età di soli 19 anni, risultasse titolare di un impero talmente vasto come non si era mai visto prima di allora, neppure ai tempi di Carlo Magno.

Nel dettaglio i possedimenti di Carlo V erano così composti:

eredità di Isabella di Castiglia: la Castiglia, la Navarra, Granada, le Asturie, i possedimenti in Africa settentrionale, nell'America centrale ed in quella caraibica;

eredità di Ferdinando d'Aragona: i regni d'Aragona, Valencia e Maiorca e le contee sovrane di Barcellona, Rossiglione e Cerdagna nonché i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna;

eredità di Maria di Borgogna: i Paesi Bassi, le Fiandre, l'Artois e la franca contea (Besançon);

eredità di Massimiliano I d'Asburgo: arciducato d'Austria con Stiria, Carinzia, Tirolo e Milano, nonché i Regni del Württemberg, Boemia e Ungheria.

Contrariamente a quanto avveniva comunemente in quei tempi, Carlo contrasse un solo matrimonio, l'11 marzo 1526, con la cugina Isabella del Portogallo ( 1503   †  1539) dalla quale ebbe cinque figli.

Carlo ebbe anche sette figli illegittimi.

Carlo V aveva ereditato dalla nonna paterna anche il titolo di duca di Borgogna che era stato appannaggio, per pochi anni, anche di suo padre Filippo. Come duca di Borgogna era vassallo del re di Francia, in quanto la Borgogna era territorio appartenente ormai da tempo alla corona francese. Inoltre i duchi di Borgogna, suoi antenati, appartenevano ad un ramo cadetto dei Valois, dinastia regnante in Francia proprio in quel momento.

La Borgogna era un vasto territorio ubicato nel Nord-Est della Francia, al quale, in passato e per interessi comuni, si erano uniti altri territori come la Lorena, il Lussemburgo la Franca contea e le province olandesi e fiamminghe, facendo di queste terre le più ricche e prospere d'Europa. Esse erano situate, infatti, al centro delle linee commerciali europee ed erano il punto di approdo dei traffici d'oltremare da e verso l'Europa; non è un caso se la città di Anversa era diventata il più grande centro commerciale e finanziario d'Europa.

Suo nonno l'imperatore Massimiliano, alla morte della consorte Bianca, nel 1482, tentò di riappropriarsi del ducato per condurlo sotto il governo diretto degli Asburgo, cercando di sottrarlo alla corona di Francia. A tal fine intraprese un conflitto coi francesi, protrattosi per oltre un decennio, dal quale uscì sconfitto. Fu quindi costretto, nell'anno 1493, a sottoscrivere con Carlo VIII d'Angiò, re di Francia, la pace di Senlis, con la quale rinunciava definitivamente ad ogni pretesa sul ducato di Borgogna, mantenendo però la sovranità sui Paesi Bassi, l'Artois, e la Franca contea.

Questa forzata rinuncia non fu mai veramente accettata da Massimiliano e il desiderio di rivalsa verso la Francia, si trasferì parimenti al nipote Carlo V, il quale, nel corso della sua vita, non rinunciò mai all'idea di riappropriarsi della Borgogna.

Carlo V, come re di Spagna, era affiancato da un Consiglio di Stato che esercitava una notevole influenza sulle decisioni regie. Il Consiglio di Stato era composto da otto membri: un italiano, un savoiardo, due spagnoli e quattro fiamminghi. Fin dalla sua costituzione, nel Consiglio si formarono due schieramenti: uno faceva capo al viceré di Napoli Carlo di Lannoy e l'altro al piemontese Mercurino Arborio di Gattinara che era anche il gran cancelliere del re. Mercurino Arborio di Gattinara, nella sua veste di gran cancelliere (carica che mantenne ininterrottamente dal 1519 al 1530) e uomo di fiducia di Carlo, ebbe molta influenza sulle decisioni di quest'ultimo, anche se all'interno del Consiglio di Stato continuavano a sussistere quelle due fazioni abbastanza discordanti, soprattutto circa la conduzione della politica estera. Infatti, lo schieramento capeggiato da Lannoy era filo-francese ed anti-italiano; quello capeggiato da Mercurino Arborio era anti-francese e filo-italiano.

Nel corso del suo governo Carlo V non raccolse molti successi. Una delle cause che ebbe a determinare la mediocre attività politica dell'imperatore fu probabilmente la lentezza delle comunicazioni, dovuta alla vastità dei suoi possedimenti. Altra causa fu certamente la presenza di altre realtà contemporanee e conflittuali con l'impero, come il regno di Francia e l'impero ottomano, le quali costituirono l'impedimento più forte alla politica dell'imperatore che tendeva alla realizzazione di un governo universale sotto la guida degli asburgo. Egli, infatti, intendeva legare agli asburgo, permanentemente ed in forma ereditaria, il titolo imperiale, ancorché sotto forma elettiva, in conformità delle disposizioni contenute nella bolla d'oro emanata nel 1356 dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia.

Il re di Francia, Francesco I di Valois-Angoulême, infatti, attraverso la sua posizione fortemente autonomistica, unitamente alle sue mire di espansione verso le Fiandre ed i Paesi Bassi, oltre che verso l'Italia, si oppose sempre ai tentativi dell'imperatore di ricondurre la Francia sotto il controllo dell'impero. Questa opposizione egli la esercitò mediante numerosi e sanguinosi conflitti.

Così come l'impero Ottomano di Solimano il Magnifico, che, con le sue mire espansionistiche verso l'Europa centrale, costituì sempre una spina nel fianco dell'impero. Infatti, Carlo V fu costretto a sostenere diversi conflitti anche contro i Turchi; spesso su due fronti contemporaneamente: ad oriente contro gli ottomani e ad occidente contro i francesi.

Su entrambi i fronti Carlo uscì vittorioso, sebbene non tanto per merito suo quanto dei suoi luogotenenti. Vittorioso, sì, ma dissanguato economicamente, soprattutto perché agli enormi costi delle campagne militari si aggiungevano i faraonici costi per il mantenimento della sua corte nella quale egli aveva introdotto il lusso sfrenato delle usanze borgognoni.

Per tutto il corso della sua vita Carlo V dovette affrontare anche i problemi sollevati prima in Germania e, subito dopo, anche in altre parti del suo impero e nell'Europa in generale, dalla neonata dottrina religiosa dovuta al monaco tedesco Martin Lutero, in opposizione alla Chiesa cattolica. Tali problemi si manifestarono non soltanto nelle dispute dottrinali, ma sfociarono anche in conflitti aperti. Carlo, che sul piano religioso si autoproclamava il più strenuo difensore della Chiesa cattolica, non fu in grado né di sconfiggere la nuova dottrina, né, tanto meno, di limitarne la diffusione. Tant'è che due diete, quella di Augusta del 1530 e quella di Ratisbona del 1541, si conclusero con un nulla di fatto, rinviando ogni decisione sulle dispute dottrinali ad un futuro Concilio ecumenico.

Carlo poté accrescere i possedimenti oltreatlantici della corona di Spagna attraverso le conquiste operate da due tra i più abili conquistadores dell'epoca: Hernán Cortés e Francisco Pizarro. Il primo sconfisse gli Aztechi e conquistò la Florida, Cuba, il Messico, il Guatemala, l'Honduras e lo Yucatan. Il secondo sconfisse l'impero Inca e conquistò il Perù e il Cile, cioè tutta la costa del Pacifico dell'America meridionale. Carlo nominò Cortes governatore dei territori assoggettati nell'America del Nord, i quali andarono così a costituire la nuova Spagna. Mentre Pizarro fu nominato governatore del vicereame del Perù. All'indomani della sua incoronazione imperiale Carlo V dovette fronteggiare, negli anni 1520-1522, le rivolte in Castiglia e in Aragona, dovute essenzialmente al fatto che la Spagna non solo era nelle mani di un sovrano di origini tedesche, ma anche perché quest'ultimo era stato eletto imperatore del S.R.I. e, come tale, tendeva ad occuparsi maggiormente dei problemi legati all'Europa austro-germanica che non a quelli della Spagna.

In Castiglia vi fu la rivolta dei comuneros (o comunidades castigliane) che aveva come obiettivo il raggiungimento di un maggior peso politico nell'impero da parte della Castiglia stessa. In Aragona vi fu la rivolta della Germanìa (confraternita che riuniva tutte le corporazioni cittadine) contro la nobiltà. Carlo riuscì a sedare queste rivolte senza danno alcuno per il suo trono.

Due anni dopo la sua incoronazione d'Aquisgrana, Carlo raggiunse un accordo segreto col fratello Ferdinando, circa i diritti ereditari spettanti a ciascuno dei due. In base a tale accordo fu stabilito che Ferdinando e i suoi discendenti avrebbero avuto i territori austriaci e la corona imperiale, mentre ai discendenti di Carlo sarebbero andati la Borgogna, le Fiandre, la Spagna e i territori d'oltremare.

Dal 1521 al 1529, Carlo V combatté ben due lunghe e sanguinose guerre contro la Francia per il possesso del ducato di Milano e della repubblica di Genova. Decisiva per la conclusione della prima, fu la battaglia di Pavia, nella quale, grazie al capitano di ventura Cesare Hercolani fu catturato il re Francesco I.

In entrambi i conflitti, dunque, Carlo uscì vittorioso: il primo conclusosi con la Pace di Madrid e il secondo con la Pace di Cambrai. Nel corso della seconda guerra tra i due sovrani, nel 1527, si ricorda l'invasione della città di Roma ad opera dei Lanzichenecchi al comando del generale Georg von Frundsberg. Le soldataglie germaniche devastarono e saccheggiarono completamente la città, distruggendo tutto ciò che era possibile distruggere e costringendo il papa ad asserragliarsi in Castel Sant'Angelo; questa vicenda è tristemente nota come il sacco di Roma. Questi fatti suscitarono moti di sdegno talmente aspri in tutto il mondo civile, da indurre Carlo V a prendere le distanze dai suoi mercenari e a condannarne fermamente l'operato, giustificandosi col fatto che essi avevano agito senza il controllo del loro comandante che era dovuto rientrare in Germania per motivi di salute.

A parziale compensazione delle vicende romane, Carlo V si impegnò a ristabilire a Firenze la signoria della famiglia Medici, di cui lo stesso papa era membro, ma quella che doveva essere una veloce operazione delle truppe imperiali divenne un lungo assedio che si concluse con una sofferta vittoria.

In ottemperanza ai patti sottoscritti a Cambrai, il 22 febbraio 1530, a Bologna, nel palazzo di città, Clemente VII incoronò Carlo V re d'Italia, con la corona ferrea dei re longobardi. Due giorni dopo, nella Chiesa di San Petronio, Carlo V fu incoronato anche imperatore del S.R.I., anche se la corona imperiale gli era stata già imposta dieci anni prima in Aquisgrana dal vescovo di Colonia. Questa volta, però, la consacrazione imperiale gli venne direttamente imposta dalle mani del pontefice.

Nello stesso anno della sua incoronazione bolognese vi fu la scomparsa del gran cancelliere Mercurino di Gattinara, il consigliere più influente ed ascoltato del re. Dopo la scomparsa del Gattinara, Carlo V non si lasciò più influenzare da nessun altro consigliere e le decisioni che egli prese da quel momento in poi, furono il frutto quasi esclusivo dei suoi convincimenti. Il processo di maturazione del sovrano era compiuto.

Come sovrano, attraverso l'imposizione della corona imperiale per mano del pontefice, egli si sente investito del primario compito di doversi dedicare completamente alla soluzione dei problemi che il luteranesimo aveva creato in Europa e in Germania in particolare, col preciso scopo di salvare l'unità della Chiesa cristiana d'occidente.

A tal fine, nel medesimo anno 1530, convocò la Dieta di Augusta, nella quale si confrontarono i luterani e i cattolici attraverso vari documenti. Di particolare rilievo fu la Confessio Augustana, redatta per trovare una sistemazione organica e coerente alle premesse teologiche e ai concetti dottrinali compositi che rappresentavano i fondamenti della fede luterana, senza che vi fosse accenno al ruolo del papato nei confronti delle chiese riformate. Carlo V confermò l'Editto di Worms del 1521, cioè la scomunica per i luterani, minacciando la ricostituzione della proprietà ecclesiastica. Per tutta risposta i luterani, rappresentati dai cosiddetti ordini riformati, reagirono dando vita, nell'anno 1531, alla Lega di Smalcalda. Tale lega, dotata di un esercito federale e di una cassa comune, fu detta anche Lega dei Protestanti, ed era guidata dal duca Filippo I d'Assia e dal duca Giovanni Federico, elettore di Sassonia.

Va chiarito che i seguaci della dottrina di Lutero assunsero la denominazione di protestanti in quanto essi, riuniti in ordini riformati, nel corso della seconda Dieta di Spira del 1529, protestarono contro la decisione dell'imperatore di ripristinare l'Editto di Worms, editto che era stato sospeso nella precedente prima Dieta di Spira del 1526.

In quello stesso anno Carlo risolse un problema che da lungo tempo gli causava imbarazzi. Nel 1522 i cavalieri dell'ordine di San Giovanni di Gerusalemme persero, per mano degli ottomani, l'isola di Rodi, fino a quel momento loro dimora e da sette anni girovagavano per il mar Mediterraneo in cerca di una nuova terra. La situazione non era facile perché i cavalieri di San Giovanni non accettavano di essere sudditi di nessuno e ambivano a un luogo in cui essere sovrani in un Mediterraneo completamente occupato da altre potenze. Nel 1524 Carlo offrì ai cavalieri l'isola di Malta che era sotto il suo diretto controllo. La proposta spiacque da principio agli ospitalieri perché implicava una sottomissione formale all'impero, però, dopo lunghe trattative, essi accettarono l'isola (a loro dire poco accogliente e non facile da difendere) ponendo la condizione di essere sovrani e non sudditi dell'imperatore e chiedendo che fosse loro assicurato l'approvvigionamento necessario per vivere. La decisione di Carlo, più che riflettere un reale desiderio di venire in aiuto all'ordine di San Giovanni, fu di carattere strategico: Malta, piccolissima isola nel centro del Mediterraneo, situata in una posizione di grande importanza strategica specialmente per le navi che vi transitavano e sostavano in gran numero, era oggetto degli attacchi e dei saccheggi dei pirati, perciò necessitava qualcuno che si occupasse a tempo pieno della sua difesa ed i cavalieri erano perfetti per questo.

Il decennio che si aprì all'indomani dell'incoronazione di Carlo V a Bologna nella cattedrale di San Petronio, il 24 febbraio del 1530, da papa Clemente VII, e che si concluse nel 1540, fu denso di avvenimenti, che crearono all'imperatore non pochi grattacapi. Infatti si riaprì il conflitto con la Francia; vi fu una recrudescenza delle incursioni dell'impero ottomano verso l'Europa e si dovette registrare una notevole espansione della dottrina luterana. Carlo V, come estremo baluardo dell'integrità dell'Europa e della fede cattolica, dovette destreggiarsi su tutti e tre i fronti, contemporaneamente e con notevoli difficoltà.

All'inizio degli anni trenta, sia Carlo V che Francesco I cominciarono ad attuare la cosiddetta "politica matrimoniale" attraverso cui intendevano prendere quel controllo territoriale sugli stati d'Europa che non avevano potuto acquisire attraverso il ricorso alle armi. Carlo V, infatti, progettò il matrimonio della propria figlia naturale Margherita col duca di Firenze, nonché quello della nipote Cristina di Danimarca col duca di Milano. Francesco I, dal canto suo, diede in sposa la cognata Renata di Francia al duca di Ferrara Ercole II d'Este.

Ma il capolavoro, in questo campo, fu compiuto dal papa Clemente VII, il quale organizzò il matrimonio tra sua nipote Caterina de' Medici con Enrico, figlio secondogenito di Francesco I, il quale, a causa della morte prematura dell'erede al trono Francesco, sarebbe diventato a sua volta re di Francia col nome di Enrico II.

Questo matrimonio spinse Francesco I ad essere più intraprendente ed aggressivo nei confronti di Carlo V; per questo motivo concluse un'alleanza con il sultano di Costantinopoli spingendolo ad aprire un secondo fronte di conflitto nel Mediterraneo contro l'imperatore, ad opera dell'ammiraglio turco Khayr al-Din, detto Barbarossa, suddito del Sultano.

Questa mossa provocò la decisione di Carlo V di intraprendere una campagna militare contro i musulmani in Nord Africa, che si concluse, nel 1535, con la conquista di Tunisi e la sconfitta del Barbarossa, ma non la sua cattura, avendo quest'ultimo trovato rifugio nella città di Algeri.

Di ritorno dalla spedizione di Tunisi, Carlo V decise di fermarsi in Italia. Il 10 agosto 1535 sostò con tutto il seguito a Padula, nella Certosa di San Lorenzo, dove i monaci certosini prepararono per l'imperatore una leggendaria frittata di 1000 uova.

Giunse a Roma nell'aprile del 1536, anche per conoscere, e cercare di farselo alleato, il nuovo pontefice Paolo III (Alessandro Farnese), succeduto a Clemente VII che era scomparso nel 1534. Il nuovo pontefice si dichiarò neutrale nella ultradecennale contesa tra la Francia e l'impero, per cui, Francesco I, forte di questa neutralità, riprese le ostilità, dando inizio al terzo conflitto con l'imperatore, che si concluse soltanto due anni dopo, nel 1538, con l'armistizio di Bomy e la Pace di Nizza, che portarono a nessun risultato, lasciando inalterate le risultanze della pace di Madrid e di Cambrai, che avevano concluso i due precedenti conflitti.

Oltre a questi avvenimenti, Carlo V dovette fronteggiare, come abbiamo detto, anche la diffusione della dottrina luterana che aveva trovato il suo punto di massima nella formazione della Lega di Smalcalda nel 1531, alla quale cominciavano ad aderire sempre più numerosi i principi germanici.

L'imperatore si impegnò nuovamente contro i turchi in un conflitto che si concluse con una sconfitta, maturata nella battaglia navale di Prevesa del 27 settembre 1537, dove lo schieramento turco, guidato dal Barbarossa ebbe la meglio sulla flotta degli imperiali, composta da navi genovesi e veneziane.

Questa sconfitta indusse Carlo V a riprendere i rapporti con gli Stati della Germania, di cui aveva comunque bisogno, sia dal punto di vista finanziario che militare. Il suo atteggiamento più conciliante verso i rappresentanti luterani, tenuto nelle diete di Worms (1540) e Ratisbona (1541), gli valsero l'appoggio di tutti i principi, oltre che l'alleanza di Filippo I d'Assia. Ciò portò ad un'altra spedizione contro i musulmani, sia per riguadagnare credibilità e sia perché l'eterno rivale Francesco I re di Francia si era alleato con il sultano. Questa volta l'obiettivo fu Algeri, base logistica del Barbarossa e punto di partenza di tutte le scorrerie delle navi corsare contro i porti della Spagna.

Carlo V raccolse una forza d'invasione estremamente ragguardevole, affidata ai comandi di valorosi ed esperti condottieri quali Andrea Doria, Ferrante I Gonzaga e Hernán Cortés. Nonostante ciò la spedizione dell'ottobre 1541 fu un completo fallimento, in quanto le avverse condizioni del mare distrussero ben 150 navi cariche di armi, soldati ed approvvigionamenti. Con quel che restava Carlo V non fu in grado di concludere vittoriosamente l'impresa e dovette rientrare in Spagna, ai primi di dicembre dello stesso anno, dando l'addio definitivo alla sua politica di controllo del Mediterraneo.

A seguito di questa sconfitta, Francesco I, nel mese di luglio del 1542, diede l'avvio alla quarta guerra contro l'imperatore che si concluse soltanto nel mese di settembre del 1544 con la firma della pace di Crépy, dalla quale il re di Francia uscì nettamente sconfitto ancora una volta, anche se poté mantenere alcuni territori occupati durante il conflitto e appartenenti al ducato di Savoia. Francesco, infatti, non solo dovette rinunciare definitivamente ai suoi sogni di conquista dell'Italia, ma dovette impegnarsi anche ad appoggiare l'apertura di un Concilio sulla questione luterana. La qual cosa puntualmente avvenne.

Il pontefice Paolo III convocò, infatti, un concilio ecumenico nella città di Trento, i cui lavori furono ufficialmente aperti il 15 dicembre 1545. Fu un concilio del quale sia il re che l'imperatore non avrebbero mai visto la conclusione, così come neppure il pontefice che lo aveva convocato.

Poiché i protestanti si rifiutarono di riconoscere il concilio di Trento, l'imperatore mosse loro guerra nel mese di giugno del 1546, forte di un esercito composto dai pontifici al comando di Ottavio Farnese, dagli austriaci di Ferdinando d'Austria, fratello dell'imperatore, e dai soldati dei Paesi Bassi al comando del conte di Buren. L'imperatore era affiancato da Maurizio di Sassonia che era stato abilmente sottratto alla Lega Smalcaldica.

Carlo V conseguì una schiacciante vittoria nella battaglia di Mühlberg nel 1547, a seguito della quale i principi tedeschi si ritirarono e si sottomisero all'imperatore. Celebre è il ritratto eseguito da Tiziano nel 1548 e conservato al Museo del Prado di Madrid per celebrare questa vittoria. In esso l'imperatore è raffigurato a cavallo, con armatura, cimiero e una picca nelle mani, nell'atto di guidare le sue truppe in battaglia.

Invero, le cronache dell'epoca riferirono che l'imperatore seguì la battaglia da molto lontano, steso su una lettiga, in quanto impossibilitato a muoversi a causa di uno dei suoi frequenti attacchi di gotta, un male che lo afflisse per tutta la vita, causato dalla sua smodata passione per i piaceri della buona tavola.

Per i primi due anni il concilio si dibatté su questioni di carattere procedurale, mancando l'accordo tra il papa e l'imperatore: infatti mentre l'imperatore cercava di portare il dibattito su temi riformisti, il papa cercava di portarlo, invece, più su temi di carattere teologico.

Il 31 maggio 1547 morì il re Francesco I e, poiché il delfino Francesco era morto prematuramente nel 1536 all'età di 18 anni, salì sul trono di Francia il secondogenito di Francesco I, col nome di Enrico II. Non solo, ma, nello stesso anno, Paolo III trasferì la sede del concilio da Trento a Bologna, col preciso scopo di sottrarlo all'influenza dell'imperatore.

Carlo V era ormai giunto al culmine della sua potenza. Il suo grande antagonista, Francesco I, era scomparso. La Lega di Smalcalda era stata vinta. Il ducato di Milano, nelle mani di Ferdinando Gonzaga, era agli ordini dell'imperatore, così come Genova, la Savoia e i ducati di Ferrara, Toscana e Mantova, oltre alle repubbliche di Siena e Lucca. L'Italia meridionale era già da tempo un vicereame spagnolo. papa Paolo III, per opporsi a tale strapotere, null'altro poteva fare se non stringere un accordo col nuovo re di Francia.

Il culmine della sua potenza, però, coincise anche con l'inizio del suo declino. Infatti, nel biennio 1546-1547, Carlo V dovette fronteggiare alcune congiure anti-spagnole in Italia. A Lucca, nel 1546, Francesco Burlamacchi tentò di instaurare in tutta la Toscana uno stato repubblicano. A Genova, Gianluigi Fieschi organizzò, senza successo, una rivolta a favore della Francia. A Parma, infine nel 1547, Ferdinando Gonzaga conquistò Parma e Piacenza a spese del duca Pier Luigi Farnese (figlio del pontefice), ma la conquista fallì per mano del duca Ottavio Farnese che riconquistò il ducato, il quale fu successivamente riconquistato ancora una volta dal Gonzaga.

Papa Paolo III morì il 10 novembre del 1549. Gli successe il cardinale Giovanni Maria Ciocchi del Monte che assunse il nome di Giulio III.

Il nuovo papa, la cui elezione era stata favorita dai cardinali Farnese presenti in conclave, come ringraziamento dispose la restituzione ad Ottavio Farnese del ducato di Parma che era stato riconquistato nel 1551 da Ferdinando Gonzaga. Ottavio, credendo a Gonzaga sulla volontà del suocero di togliergli il ducato, s'avvicinò alla Francia e di seguito il pontefice lo dichiarò decaduto dal titolo, così che strinse definitivamente un'alleanza con Enrico II. Giulio III intravedeva in tutto questo un coinvolgimento della santa sede che l'avrebbe condotta a schierarsi a fianco del re. La qual cosa contrastava con il principio di neutralità che il papa si era imposto al momento della sua elezione, a salvaguardia del proprio potere temporale. Questa alleanza, infatti, provocò un nuovo conflitto tra il regno e l'impero, nel quale il pontefice si trovò legato, giocoforza, a Carlo V.

Qualche anno dopo, però, il papa strinse un accordo con Enrico II, passando, di fatto, nell'altro campo, adducendo, a sostegno della sua scelta, il fatto che il luteranesimo si stava espandendo anche in Francia e che le casse dello stato pontificio erano ormai esaurite. Questo accordo, però, per patto tra i due, avrebbe dovuto essere ratificato dall'imperatore.

Carlo V, trovandosi in difficoltà per ragioni di carattere interno nei suoi territori in Germania, ratificò l'accordo e ritenne che il conflitto con la Francia fosse esaurito. Invece Enrico II cominciò una nuova avventura: la conquista di Napoli, tanto sollecitata da Ferdinando di Sanseverino, principe di Salerno, il quale riuscì a convincere il re di Francia ad un intervento militare nel meridione d'Italia con lo scopo di liberarla dall'oppressione spagnola. Allo stesso modo come fece il suo predecessore Antonello di Sanseverino allorquando spinse Carlo VIII alla conquista di Napoli.

Il re Enrico, ben sapendo che da solo non sarebbe mai riuscito a strappare l'Italia meridionale a Carlo V, si alleò con i turchi, e progettò l'invasione attraverso una operazione congiunta della flotta turca e di quella francese. Nell'estate del 1552, la flotta turca, al comando di Sinan Pascià, sorprese la flotta imperiale, al comando di Andrea Doria e don Giovanni de Mendoza, al largo di Ponza. La flotta imperiale fu clamorosamente sconfitta. Ma poiché la flotta francese non riuscì a ricongiungersi con quella turca, l'obiettivo dell'invasione del napoletano fallì.

In Germania, intanto, l'imperatore, dopo la vittoria di Mühlberg, aveva adottato una politica estremamente autoritaria, la quale ebbe come conseguenza la formazione di una alleanza tra i Principi riformati della Germania del Nord, il duca d'Assia e il duca Maurizio di Sassonia, in funzione anti-imperiale. Questa Lega, nel mese di gennaio del 1552, a Chambord, sottoscrisse un accordo col re di Francia. Questo accordo prevedeva il finanziamento delle truppe della Lega da parte della Francia, in cambio della riconquista delle città di Cambrai, Toul, Metz e Verdun.

Il permesso accordato al re di Francia da parte della lega dei Principi protestanti, per l'occupazione delle città di Cambrai, Toul, Metz e Verdun, fu un vero e proprio tradimento verso l'imperatore.

La guerra con la Francia scoppiò, quindi, inevitabilmente nel 1552, con l'invasione dell'Italia del Nord da parte delle truppe francesi. Ma il vero obiettivo di re Enrico era l'occupazione delle Fiandre, sogno mai appagato anche del padre Francesco I. Infatti Enrico si mise personalmente alla testa delle sue truppe e diede inizio alle operazioni militari nelle Fiandre e in Lorena.

L'iniziativa di Enrico II colse di sorpresa l'imperatore, il quale, non potendo raggiungere i Paesi Bassi a causa dell'interposizione dell'esercito francese, dovette ripiegare sul Nord Tirolo, con una fuga precipitosa e, invero, alquanto indecorosa verso Innsbruck. Rientrato in Austria Carlo V iniziò il rafforzamento del suo contingente militare facendo affluire rinforzi e danaro sia dalla Spagna che da Napoli; la qual cosa indusse Maurizio di Sassonia, condottiero delle truppe francesi, ad aprire trattative con l'imperatore, nel timore di una sconfitta.

Nei colloqui, svoltisi a Passau, tra i principi protestanti capeggiati da Maurizio di Sassonia e l'imperatore, si giunse ad un accordo che prevedeva maggiori libertà religiose per i riformati in cambio dello scioglimento dell'alleanza con Enrico II. La qual cosa avvenne nell'agosto del 1552. Con il trattato di Passau l'imperatore riuscì ad annullare gli accordi di Chambord tra i principi protestanti e il re di Francia, ma vide vanificate tutte le conquiste ottenute con la vittoria di Mühlberg.

Una volta ottenuto l'isolamento della Francia, Carlo V, nell'autunno dello stesso anno, iniziò una campagna militare contro i francesi per la riconquista della Lorena, mettendo sotto assedio la città di Metz, difesa da un contingente comandato da Francesco I di Guisa. L'assedio, durato praticamente fino alla fine dell'anno, si concluse con un fallimento e il successivo ritiro delle truppe imperiali.

Questo episodio è storicamente considerato l'inizio del declino di Carlo V. Fu a seguito di questa circostanza, infatti, che l'imperatore cominciò a pensare alla propria successione.

All'indomani del fallimento dell'assedio di Metz e della mancata riconquista della Lorena, Carlo V entrò in una fase di riflessione. La vita terrena di Carlo V si stava avviando alla conclusione.

I grandi protagonisti che assieme a lui avevano calcato la scena europea nella prima metà del XVI secolo erano tutti scomparsi: Enrico VIII d'Inghilterra e Francesco I di Francia nel 1547, Martin Lutero nel 1546, Erasmo da Rotterdam dieci anni prima e papa Paolo III nel 1549.

Il bilancio della sua vita e di ciò che aveva compiuto non poteva dirsi del tutto positivo, soprattutto in rapporto agli obiettivi che si era prefissato. Il suo sogno di impero universale sotto la guida asburgica era fallito; così come era fallito il suo obiettivo di riconquistare la Borgogna. Egli stesso, pur professandosi il primo e più fervente difensore della Chiesa di Roma, non era stato in grado di impedire l'affermarsi della dottrina luterana. I suoi possedimenti oltre-atlantico si erano accresciuti enormemente ma senza che i suoi governatori fossero stati in grado di dar loro delle valide strutture amministrative. Aveva però consolidato il dominio spagnolo sull'Italia, che venne ufficializzato soltanto dopo la sua morte con la pace di Cateau-Cambresis nel 1559 e che sarebbe durato per centocinquanta anni. Così come era riuscito, con l'aiuto del granduca Ferdinando suo fratello a fermare l'avanzata dell'impero ottomano verso Vienna e il cuore dell'Europa.

Carlo V cominciava a prendere coscienza che l'Europa si avviava ad essere retta da nuovi principi i quali, in nome del mantenimento dei propri stati, non intendevano minimamente alterare l'equilibrio politico-religioso all'interno di ciascuno di essi. La sua concezione dell'impero stava tramontando e cominciava ad affermarsi il potere della Spagna.

Nel 1554 si celebrarono le nozze tra Maria Tudor (Maria la sanguinaria), regina d'Inghilterra e figlia di Enrico VIII, con Filippo; nozze fortemente volute da Carlo V che vedeva nell'unione tra la regina d'Inghilterra e il proprio figlio, futuro re di Spagna, un'alleanza antifrancese e a difesa anche dei territori delle Fiandre e dei Paesi Bassi. Per accrescere il prestigio del proprio figlio ed erede, l'imperatore assegnò a Filippo, definitivamente, il ducato di Milano e il regno di Napoli, che andavano ad aggiungersi alla reggenza del regno di Spagna di cui Filippo era già in possesso da alcuni anni.

Questa crescita di potere nelle mani di Filippo non fece altro che aumentare l'ingerenza di quest'ultimo nella conduzione degli affari di stato che causò un incremento della conflittualità col proprio genitore.

Questa conflittualità ebbe come conseguenza una cattiva gestione delle operazioni militari contro la Francia che erano riprese proprio nel 1554. Il teatro del conflitto era costituito dai territori fiamminghi. L'esercito francese e quello imperiale si confrontarono in aspre battaglie fino all'autunno inoltrato, quando iniziarono le trattative per una tregua di cui tutti avevano bisogno, soprattutto a causa del dissanguamento finanziario di entrambe le parti. La tregua fu conclusa, dopo estenuanti trattative, a Vauchelles nel mese di febbraio 1556 e, ancora una volta, così come spesso era accaduto in passato, le ostilità si conclusero con un nulla di fatto, nel senso che restavano congelate le posizioni acquisite. Ciò significava che la Francia manteneva l'occupazione del Piemonte e delle città di Metz, Toul e Verdun.

Carlo V, a questo punto degli avvenimenti, fu costretto a dover prendere decisioni importanti per il futuro della sua persona, della sua famiglia e degli stati d'Europa sui quali si estendeva il suo dominio. Era giunto a 56 anni di età e la sua salute era alquanto malferma. L'anno precedente, il 25 di settembre, aveva sottoscritto con i principi protestanti, tramite il fratello Ferdinando, la pace di Augusta, a seguito della quale si pervenne alla pacificazione religiosa in Germania, con l'entrata in vigore del principio cuius regio, eius religio, con cui si sanciva che i sudditi di una regione dovevano professare la religione scelta dal loro reggente. Era il riconoscimento ufficiale della nuova dottrina luterana.

Questi avvenimenti indussero il nuovo papa, Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, napoletano, eletto appena l'anno precedente, a stringere una solida alleanza col re di Francia in funzione anti-imperiale. Paolo IV, infatti, era un "cattolico integralista" il quale riteneva che l'imperatore non fosse più il baluardo della Chiesa di Roma contro gli attacchi provenienti dalla nuova dottrina luterana, soprattutto dopo il trattato di Passau e la pace di Augusta. Ecco perché ritenne opportuno stringere alleanza con la Francia.

Il principe Filippo ormai governava sia sulla Spagna che sulle Fiandre oltre che nel regno di Napoli e nel ducato di Milano. Il matrimonio di Filippo con la regina d'Inghilterra assicurava una salda alleanza antifrancese. Il fratello Ferdinando aveva acquistato potere in tutti i possedimenti asburgici e lo esercitava con competenza e saggezza oltre che con notevole autonomia dall'imperatore. I legami col papa si erano ormai allentati, sia a causa delle risultanze della pace di Augusta e sia per la svolta integralista subita dalla Chiesa di Roma con l'avvento del Carafa al soglio pontificio.

Tutte queste considerazioni lo indussero a decidere per la propria abdicazione, che ebbe luogo con una serie di passaggi successivi.

Come duca di Borgogna aveva già abdicato in favore del figlio Filippo II, nella città di Bruxelles il 25 ottobre 1555.

Il 16 gennaio 1556 Carlo V cedette le corone di Spagna, Castiglia, Sicilia e delle Nuove Indie ancora al figlio Filippo, al quale cedette anche la franca contea nel giugno dello stesso anno e la corona aragonese nel mese di luglio. Il 12 settembre dello stesso anno cedette la corona imperiale al fratello Ferdinando. Subito dopo, accompagnato dalle sorelle Eleonora e Maria, partì per la Spagna diretto al monastero di San Jeronimo di Yuste nell'Estremadura.

Carlo salpò dal porto fiammingo di Flessinga il 15 settembre 1556 con una flotta di oltre sessanta navi ed un seguito di 2500 persone, destinate a diminuire via via nel corso del viaggio. Tredici giorni dopo, l'ex sovrano sbarcò nel porto spagnolo di Laredo. Il 6 di ottobre iniziò il viaggio attraverso la Castiglia che lo condusse prima a Burgos dove giunse il 13 ottobre e poi a Valladolid dove giunse il 21 dello stesso mese. Dopo due settimane di sosta, accompagnato da alcuni cavalieri e cinquanta alabardieri, riprese il viaggio verso l'Estremadura che lo avrebbe condotto in una località chiamata Vera de Plasencia, nei pressi della quale sorgeva il monastero di San Jeronimo di Yuste, ove giunse il 3 febbraio 1557. Qui i monaci lo accolsero in processione, intonando il Te deum.

Carlo non risedette mai all'interno del monastero, bensì in una modesta palazzina che si era fatto costruire anni addietro, in adiacenza al muro di cinta, ma all'esterno, orientata a Sud e ben soleggiata.

Nonostante il luogo piuttosto lontano dai centri di potere, egli continuò a mantenere rapporti con il mondo politico, senza per questo venir meno alla sua volontà di soddisfare l'aspetto ascetico della propria indole.

Continuò ad essere prodigo di consigli sia alla figlia Giovanna, reggente della Spagna, e sia al figlio Filippo che governava i Paesi Bassi. Soprattutto in occasione del conflitto scoppiato con Enrico II di Francia, nel quale Carlo, dal suo eremo di Yuste e con l'aiuto della Spagna, riuscì a riorganizzare l'esercito di Filippo il quale ottenne una schiacciante vittoria sui francesi a San Quintino il 10 agosto 1557. Va ricordato che il comandante in capo dell'esercito di Filippo II era il duca Emanuele Filiberto di Savoia, detto Testa di Ferro.

Il 28 febbraio del 1558, i principi tedeschi, riuniti nella Dieta di Francoforte, presero atto delle dimissioni dal titolo di imperatore che Carlo V aveva presentato due anni prima e riconobbero in Ferdinando il nuovo imperatore. Carlo usciva definitivamente dalla scena politica.

Il 18 febbraio 1558 morì la sorella Eleonora. Carlo, presago che la sua vita terrena volgeva ormai al termine, accentuò ancor più il suo carattere ascetico, assorto sempre più nella penitenza e nella mortificazione. Ciò nonostante non disdegnava i piaceri della buona tavola, cui si lasciava andare, nonostante fosse afflitto da gotta e diabete, e sordo ai consigli dei medici che lo spingevano ad una dieta meno ricca.

Nel corso dell'estate la sua salute diede segni di peggioramento che si manifestò con febbri sempre più frequenti che lo costringevano spesso a letto, dal quale poteva assistere ai riti religiosi attraverso una finestra che aveva fatto aprire in una parete della sua camera da letto e che prospettava direttamente nella Chiesa.

Il 19 di settembre chiese l'estrema unzione, dopo di che si sentì rianimato e la sua salute manifestò qualche segno di ripresa. Il giorno successivo, stranamente, quasi avesse avuto un presentimento, chiese ed ottenne l'estrema unzione per la seconda volta.

Morì il 21 settembre 1558, probabilmente di malaria, dopo tre settimane di agonia. Le cronache riferirono che, approssimandosi il momento del trapasso, Carlo, stringendo al petto un crocifisso ed esprimendosi in lingua spagnola, abbia esclamato: Ya, voy, Señor (Sto venendo Signore). Dopo una breve pausa, urlando, abbia esclamato ancora: "¡Ay Jesus!" ed esalò l'ultimo respiro. Erano le due del mattino.

Il suo corpo fu immediatamente imbalsamato e sepolto sotto l'altare della piccola Chiesa di Yuste. Sedici anni dopo, la sua salma fu traslata dal figlio Filippo nel monastero di San Lorenzo, all'interno del grande palazzo dell'Escorial che lo stesso Filippo aveva fatto costruire sulle colline a Nord di Madrid, e destinato a luogo di sepoltura di tutti i sovrani Asburgo di Spagna.

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Matrimoni e discendenza:

da Isabella Carlo ebbe cinque figli:

Filippo II di Spagna (1527 – 1598), erede al trono;

Maria di Spagna (1528 – 1603), sposa di Massimiliano II del S. R. I.;

Ferdinando (1530);

Giovanna d'Asburgo (1537 – 1573), sposa di Giovanni Manuele del Portogallo;

Giovanni (1539);

Generò anche sette figli illegittimi di cui si conoscono:

dalla damigella fiamminga Jeanne van der Gheyst:

Margherita, legittimata,

dalla nobildonna tedesca Barbara Blomberg:

Giovanni d'Austria, riconosciuto soltanto alla morte di Carlo, che poi fu comandante in capo della flotta che sconfisse i turchi nella battaglia di Lepanto del 1571.

   

1554

1598

Filippo II di Spagna

Filippo II di Spagna

Filippo II di Spagna ( Valladolid, 21 maggio 1527  El Escorial, 13 settembre 1598); erede ed unico figlio legittimo del precedente Carlo I di Spagna e della regina consorte Isabella del Portogallo.

Filippo II, proclamatosi leader della Riforma Cattolica, assunse il trono ereditando enormi risorse. Dal padre ereditò i domini degli Asburgo in Spagna, Italia e Borgogna, comprendenti la Castiglia, l'Aragona, la Sardegna, i Paesi Bassi, la Franca Contea, Napoli, la Sicilia, il ducato di Milano e le colonie nell'America latina, che erano molto più redditizie dell'impero del padre in Germania.

Filippo II per sottolineare il suo ruolo di guardiano dell'ortodossia cattolica fece costruire la grandiosa reggia di San Lorenzo del Escorial.

Nei suoi 42 anni di regno, la pace non durò più di 6 mesi. La morte di Carlo V divise i territori degli Asburgo, liberando Filippo dall'impegno di governare gli instabili domini tedeschi, che sarebbero stati successivamente conquistati dal ramo austriaco della famiglia.

Durante il regno di Filippo la potenza spagnola in Europa conobbe forse il suo acme. Dopo la morte di Solimano il Magnifico nel 1566, l'avanzata turca nel Mediterraneo continuò nel 1570 con la conquista dell'isola veneziana di Cipro, ultimo avamposto cristiano nella regione. Il papa e l'Europa cristiana sollecitarono Filippo, al massimo della sua potenza, a fermare l'avanzata ottomana. Filippo formò una Lega Santa per contrastare il potere navale sul Mediterraneo dell'impero ottomano. Le navi da guerra spagnole e veneziane, rinforzate da volontari accorsi da tutta Europa, sconfissero duramente i turchi nella Battaglia di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571. Questa impresa rilanciò il ruolo della Spagna come potenza europea e del suo sovrano come guida della riforma cattolica, oltre a sfatare il mito della invincibilità della potenza turca e riportare entusiasmo e fiducia tra i cattolici.

Dopo la morte della moglie, Maria Tudor, avvenuta nel 1558 senza figli, Filippo si mostrò dapprima interessato a sposarne la sorella minore, la protestante regina Elisabetta I d'Inghilterra. Tuttavia il matrimonio di Maria Stuarda con Francesco II lo portò a ritrattare le sue intenzioni in quanto, se avesse eccepito la discendenza di Elisabetta avrebbe privato la corona inglese del regno di una protestante, confermando la sua posizione di paladino della controriforma, ma avrebbe anche permesso a Maria Stuart di divenire regina, che in quel momento si trovava ad essere moglie del re di Francia e sovrana di Scozia.

Filippo credeva che suo figlio Don Carlos avesse cospirato contro di lui e lo imprigionò. Quando poco dopo suo figlio morì, i suoi nemici accusarono Filippo di aver ordinato l'esecuzione del suo stesso figlio. Non ci sono prove determinanti e le circostanze della morte di Don Carlos sono rimaste controverse.

Nel 1559 la sessantennale guerra con la Francia si concluse con la firma della pace di Cateau-Cambrésis. Fece parte del processo di pace il terzo matrimonio di Filippo con la principessa Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II di Francia, che in effetti era stata precedentemente promessa a suo figlio Don Carlos. Elisabetta (1545 – 1568), diede alla luce due figlie, ma nessun maschio. La sua quarta moglie, Anna d'Austria, figlia di Massimiliano II, gli diede un erede: Filippo III.

Durante il regno di Filippo II nell'America settentrionale venne fondata la colonia della Florida; ma il suo regno venne tormentato da problemi finanziari, come anche dal conflitto con l'Inghilterra, dalla rivolta dei Paesi Bassi e da minacce di invasione da parte dei musulmani.

Filippo dovette pure affrontare le ribellioni contro il suo governo nella stessa Spagna, soprattutto la rivolta dei moriscos (discendenti di quei musulmani convertiti con la forza al cattolicesimo durante la guerra della Reconquista portata avanti dai re cattolici, Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, e terminata nel 1492 con la vittoria di Granada ). I moriscos, che all'epoca erano circa 200.000, dislocati nella bassa Castiglia, erano fonte di preoccupazione per Filippo II che temeva eventuali alleanze con i berberi che abitavano nelle vicine coste del Nordafrica. Iniziò una dura repressione dichiarando fuorilegge perfino la lingua araba e provocando una vera e propria diaspora. L'impegno prodotto in queste azioni fu il motivo del ritardo con cui il sovrano accettò di entrare a far parte della Lega Santa tanto auspicata da papa Pio V per frenare l'avanzata turca.

Filippo si dovette anche occupare della rivolta dell'Aragona in seguito alla vicenda di Antonio Perez, che cercò di arrestare attraverso l'inquisizione, violando i diritti tradizionali (fueros) dell'Aragona.

La situazione difficile della Spagna nei Paesi Bassi a causa della loro rivolta, la sconfitta della sua invincibile armata nel 1588 e lo sforzo economico di condurre così tante guerre con una insufficiente base, avrebbe portato al collasso dell'egemonia spagnola alla morte di Filippo, nel 1598. Nelle diciassette province dei Paesi Bassi, Filippo continuò la forte pressione fiscale esercitata dai tempi di Carlo V. Come questi, Filippo continuò ad escludere l'aristocrazia dall'amministrazione locale, preferendo una consulta di nobili castigliani, mantenendo un esercito di occupazione ed una inquisizione locale per fermare l'avanzata del calvinismo.

In seguito alla rivolta calvinista del 1566, Filippo si impegnò per eliminare il tradimento e l'eresia. Imponendo una nuova tassa sulle entrate (la decima) di circa il 10% per le spese militari, facendo peggiorare la situazione dei Paesi Bassi. Di nuovo, la regione si ribellò apertamente nel 1568 sotto la guida di Guglielmo I d'Orange, principe di Nassau, detto il Taciturno, il quale fu sconfitto dalla brutale reazione spagnola capitanata dal duca d'Alba, che convocò il consiglio dei torbidi (o Consiglio del sangue, come sarebbe stato conosciuto in seguito), per condannare a morte migliaia di persone e confiscarne le terre. Ma dopo la pace di Gand nel 1576, le truppe spagnole, poco nutrite e poco pagate, precedentemente considerate invincibili, specialmente dopo la felice campagna contro gli Ottomani, si ribellarono. I calvinisti olandesi dichiararono che i soldati spagnoli dovevano essere espulsi e che loro avrebbero dovuto governarsi con i propri Stati Generali. Ma gli spagnoli sfruttarono le differenze religiose, culturali e linguistiche tra le province settentrionali e meridionali, aizzando i nobili locali uno contro l'altro e riconquistando le province meridionali. Sicure dietro la protezione del delta del Reno, le province settentrionali dei Paesi Bassi si organizzarono come le Province Unite.

Le sette Province Unite dichiararono definitivamente la loro indipendenza dal regno di Spagna nel 1581 (dopo l'Unione di Utrecht del 1579). Il loro leader, Guglielmo I d'Orange fu messo fuori legge da Filippo, e assassinato nel 1584 da un fanatico cattolico.

A parte le perdite per il fallimento di alcune imprese oltremare, la politica interna di Filippo II accelerò il declino economico della Spagna. Troppo potere era concentrato nelle mani di Filippo. A differenza dell'Inghilterra, la Spagna era governata da numerose assemblee: le Cortes della Castiglia, assieme all'assemblea della Navarra e le tre assemblee regionali dell'Aragona. Invece la Francia era divisa in Stati regionali, ma aveva un'unica assemblea degli Stati Generali. La mancanza di un'assemblea principale portò ad un eccesso di potere sulle spalle di Filippo. L'autorità era esercitata da agenti designati dalla corona e i viceré seguivano le istruzioni del sovrano. Filippo era un amministratore maniacale nel dettaglio e presiedeva a consigli specializzati per gli affari di Stato, per la finanza, la guerra, e l'inquisizione; mai fiducioso verso i propri funzionari, li fece controllare l'un l'altro, costruendo una burocrazia macchinosa e inefficiente, a volte a danno dello Stato (come nella vicenda di Antonio Perez). Le proposte di trasferire la capitale a Lisbona, dalla fortezza castigliana di Madrid, la nuova capitale in cui Filippo si era trasferito da Valladolid, avrebbero forse permesso un certo grado di decentralizzazione, ma Filippo si oppose fermamente a tali richieste.

Il regime di Filippo contrastò nettamente l'agricoltura e favorì l'allevamento di pecore, costringendo la Spagna ad importare enormi quantità di grano e altro cibo dal 1565 circa. Dominando un sistema di classi rigido e conservatore, la Chiesa e l'alta nobiltà erano esenti dalle imposte mentre la pressione fiscale ricadeva sproporzionatamente sulle classi impegnate nel commercio, nell'artigianato e nella manifattura.

A causa dell'inefficienza della burocrazia spagnola, anche l'attività produttiva era ostacolata dai provvedimenti del governo. L'espulsione degli ebrei (poi detti sefarditi) e dei mori dalla Spagna privò questa di banchieri e di esperti artigiani.

Anche se l'inflazione del XVI secolo a livello europeo fu un fenomeno vasto e complesso, il flusso di metalli preziosi dalle Americhe contribuì a quella che sarebbe stata chiamata "Rivoluzione dei prezzi". Sotto il regno di Filippo, la Spagna vide aumentare i prezzi del 500%. A causa dell'inflazione e del grande carico fiscale sui prodotti manifatturieri spagnoli, le ricchezze della Spagna furono scialacquate dalla ricca aristocrazia su beni importati, e da Filippo nelle sue guerre. Solo i proventi dell'impero coloniale nelle Americhe manteneva la Spagna a galla, nonostante portasse inflazione, prima della prima bancarotta del 1557, a causa dei crescenti costi delle campagne militari. La base tassabile spagnola, dipendente dalle entrate provenienti dalla Castiglia e dai Paesi Bassi, era troppo piccola per supportare le avventure oltremare di Filippo. Egli si appoggiò così sempre più sui prestiti di banchieri, soprattutto genovesi e di Augusta. Alla fine del suo regno, i pagamenti dei soli interessi di questi prestiti gli portarono via il 40% delle entrate del regno.

Nel frattempo Filippo annesse il regno del Portogallo, e il successo della colonizzazione in America rafforzò la sua posizione economica, permettendogli una maggiore aggressività verso i suoi nemici. Nel 1580 il ramo regnante della famiglia reale portoghese morì durante una disastrosa campagna militare in Marocco, dando a Filippo il pretesto per rivendicare il trono attraverso sua madre, che era una principessa portoghese. Quando Lisbona rifiutò il suo reclamo egli ne organizzò l'assorbimento, invadendo, annettendo, e salendo al trono, che sarebbe stato occupato dalla Spagna per sessant'anni. Filippo pronunciò una sentenza famosa sulla sua occupazione del trono portoghese: "ho ereditato, ho comprato, ho conquistato", una variazione del Veni, vidi, vici di Cesare. In questo modo Filippo aggiunse ai suoi possedimenti un vasto impero coloniale in Africa, Brasile, e nelle Indie Orientali, portando un nuovo flusso d'oro a Madrid. Nella conquista del Portogallo comunque, Filippo mostrò tatto, tagliandosi la barba e vestendo alla maniera Portoghese e governando da Lisbona per i due anni seguenti, mantenendo i privilegi e i fueros portoghesi.

Dopo la morte della cattolica Maria Tudor, moglie di Filippo, il trono d'Inghilterra era andato ad Elisabetta, la figlia protestante di Enrico VIII. Ma per la loro avversione al divorzio, questa unione era considerata illegale dai cattolici inglesi, che invece reclamavano il trono per Maria I di Scozia, discendente cattolica di Enrico VII.

L'esecuzione di Maria nel 1587 diede a Filippo il pretesto per un'invasione dell'isola. Filippo allestì così la famosa invincibile armata, con 130 galeoni e 30.000 uomini a bordo. Nonostante l'imponenza della flotta spagnola, il cosiddetto "vento protestante" distrusse le speranze di Filippo, permettendo alla piccola e agile flotta inglese di tartassare i pesanti galeoni spagnoli. Filippo allestì altre due armate, entrambe senza successo, e questa particolare guerra tra Spagna e Inghilterra arrivò ad uno stallo, fino alla morte dei due sovrani.

La disfatta dell'invincibile armata comportò anche il successo della ribellione dei Paesi Bassi.

Filippo, malato per i restanti dieci anni della sua vita, lasciò la Spagna arretrata rispetto ai suoi vicini dell'Europa occidentale.

Tra il 1590 e il 1598 fu ancora in guerra contro il re ugonotto Enrico IV di Francia, alleandosi con il papa e il duca di Guisa nella Lega Cattolica durante le guerre di religione in Francia. L'intervento di Filippo (con l'invio di Alessandro Farnese, duca di Parma per spezzare l'assedio di Parigi nel 1590, e ancora a Rouen nel 1592), per supportare la fazione Cattolica, anche se produsse vittorie militari, fu disastrosa sul fronte olandese, permettendo ai ribelli di riorganizzarsi e rinforzare le difese. Enrico IV di Francia fu inoltre abile ad identificare la fazione cattolica con un nemico straniero (Filippo e la Spagna) danneggiando la causa cattolica in Francia.

Alla fine del secolo, il regno di Filippo era un fallimento pressoché completo, con i Paesi Bassi liberi e i progetti spagnoli sull'Inghilterra compromessi. Alla sua morte, l'annessione del Portogallo rimase uno dei suoi maggiori successi, destinata a durare ancora per poco. Così, nonostante la grandissima disponibilità di metalli dall'America e l'annessione del Portogallo, e il supporto derivante dal progetto di controriforma, il governo di Filippo risultò devastante per la Spagna.

Mentre la Spagna correva incontro al disastro, la letteratura conosceva un'età d'oro, a dispetto della censura della controriforma. In seguito alla sconfitta dell'invincibile armata, l'arte spagnola divenne oscura e pessimistica. La più brillante manifestazione di questo è il don Chisciotte di Miguel Cervantes, che è forse una rappresentazione satirica delle "imprese" spagnole in Inghilterra e nei Paesi Bassi.

Filippo fece bancarotta nel 1596. Morì nel 1598 e gli successe suo figlio, il re Filippo III. I nemici di Filippo (generalmente propagandisti protestanti), crearono la leggenda nera di Spagna rappresentando Filippo II come un tiranno assetato di sangue. Questo punto di vista è stato sconfessato recentemente dagli storici.

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Matrimoni e discendenza:

Filippo II si sposò quattro volte e sopravvisse a tutte le sue mogli.

Nel 1543 con Maria Emanuela d'Aviz (1545): da cui ebbe don Carlos ( 8 luglio 1545   †  24 luglio 1568).

Nel 1554 con Maria I Tudor (1558), da cui non ebbe figli.

Nel 1559 con Elisabetta di Valois (1568): da cui ebbe Isabella Clara ( 12 agosto 1566   †  1 dicembre 1633) e Catalina Micaela ( 10 ottobre 1567   †  6 novembre 1597)

Nel 1570 con Anna d'Austria, sua nipote (1580), da cui ebbe Ferdinando ( 4 dicembre 1571   †  18 ottobre 1578); Carlos Lorenzo ( 12 agosto 1573   †  30 giugno 1575); Diego Félix ( 12 luglio 1575   †  21 novembre 1582); Felipe ( 3 aprile 1578   †  31 marzo 1621), l'unico che raggiunse l'età adulta e divenne re Filippo III di Spagna; Maria ( 14 febbraio 1580   †  5 agosto 1583).

   

1598

1621

Filippo III di Spagna

Filippo III di Spagna ( Madrid, 14 aprile 1578  Madrid, 31 marzo 1621), secondo re di Spagna e il diciannovesimo re del Portogallo e Algarve, come Filippo II, dal 1598 fino alla sua morte. Figlio di Filippo II di Spagna e della sua quarta moglie, la nipote Anna d'Austria, arciduchessa d'Austria, figlia dell'imperatore Massimiliano II. Succedette al padre, Filippo, nel 1598, sposando un anno più tardi Margherita d'Austria-Stiria, sorella di Ferdinando II, dalla quale ebbe otto figli.

Primo ministro di Filippo III durante il suo regno fu il famoso duca di Lerma il quale fu prevalentemente occupato a badare all'economia del paese più che alla politica.

Attraverso il regno di Filippo ebbero luogo riforme istituzionali per cercare di risolvere i problemi di corruzione e inefficienza che erano ormai la piaga dell'amministrazione e della monarchia: a parte i cambiamenti introdotti nel tradizionale sistema dei Consigliori, vennero apportate delle modifiche sostanziali alla Juntas, il corpo statale che aveva la capacità di accrescere o decrescere il potere dei favoriti reali, in modo da creare un sistema di governo più agile e coerente, anche se tutto ciò non produsse il risultato desiderato. I problemi finanziari già emersi sotto il regno di Filippo II continuarono a pesare anche sotto il regno del suo successore, costringendolo a legarsi alle Cortes, che chiesero in cambio di avere sempre maggiore voce politica, incontrandosi molto più spesso con Filippo III che col suo predecessore al trono.

Uno dei maggiori atti di politica interna al regno di Filippo III, fu però l'espulsione dei moriscos, ovvero quei mori che abitavano la penisola iberica che si poneva come il definitivo completamento della presa di Granada del 1492, il che fu anche un atto di presa di potere notevole da parte del re di Spagna che li costrinse ad utilizzare solo moneta corrente del regno per i traffici interni.

Nel 1609 Filippo III emanò un decreto per l'espulsione dei moriscos (discendenti di musulmani convertitisi al cristianesimo) dalla Spagna. L'idea era stata proposta dall'arcivescovo e viceré di Valencia Juan de Ribera. Il decreto venne motivato con le seguenti ragioni: Accusa di collaborazione con i pirati berberi che attaccavano le coste spagnole; la loro impopolarità tra la popolazione, specialmente a Valencia

Tra il 1609 ed il 1614 circa 300.000 moriscos furono dunque costretti a lasciare la penisola e per ben assicurare questo servizio la marina militare e 30.000 soldati vennero mobilitati per trasportarli a Tunisi o in Marocco. Questa misura, però, danneggiò fortemente le economie dei regno di Valencia, Aragona e Murcia in quanto d'un tratto si era abbassata di molto la disponibilità di lavoratori a basso prezzo, con conseguente danno per i grandi proprietari terrieri, in particolare quelli che coltivavano canna da zucchero e riso che dovettero sostituire tale economia con gelso, vigneti e grano.

Nel 1618 la corruzione era ormai cresciuta ad un livello intollerabille nella corte di Madrid. Il re decise di prendere seri provvedimenti e licenziò il duca di Lerma, nominando a suo successore il figlio di questi, il duca di Uceda, che venne posto sotto la guida di Rodrigo Calderón, un'emblematica figura dell'amministrazione del padre.

Con l'ascesa al trono di Giacomo I d'Inghilterra, il quale era succeduto alla cugina Elisabetta, fu possibile finalmente mettere fine alla guerra anglo-spagnola iniziata nel 1585 e protrattasi per una trentina d'anni. Nell'agosto del 1604 venne siglato il Trattato di Londra.

Filippo II di Spagna aveva ottenuto dal padre anche i domini nei Paesi Bassi e li aveva poi destinati a sua figlia Isabella Clara Eugenia di Spagna ed a suo marito, l'Arciduca Alberto, sotto condizione che se essi fossero morti senza eredi, le loro terre avrebbero dovuto tornare alla corona spagnola.

Permaneva nel frattempo l'opposizione delle terre cattoliche spagnole con le tendenze protestanti del nord dei Paesi Bassi che portarono a quella che sarà nota come Guerra degli Ottant'anni che iniziò nel 1568; nel 1609 Filippo III decise di porre fine a questo scontro formalmente garantendo un periodo di pace ai Paesi Bassi del sud (rimasti spagnoli e cattolici) e de facto, riconoscendo l'indipendenza della Repubblica dei Paesi Bassi, la quale del resto trovò il consenso di molti stati europei che iniziarono ad intrecciare relazioni commerciali con essa. La lotta si estese poi alle Indie, dal momento che sia la compagnia delle Indie orientali olandese che i traffici spagnoli avevano interessi coloniali a contendersi i medesimi spazi.

Con la morte di Enrico IV di Francia, sostenitore della guerra contro la Spagna, iniziò in Francia un periodo di stabilità. Il duca di Osuna, viceré di Napoli, e il marchese di Villafranca, governatore di Milano diressero la politica spagnola in Italia incontrando la resistenza del ducato di Savoia e della Repubblica di Venezia. Per assicurarsi un libero accesso tra Milano ed i Paesi Bassi, venne aperta una nuova strada attraverso la Valtellina, la Svizzera e la Germania, per poi giungere in Olanda.

L'imperatore Ferdinando II d'Asburgo chiese alla linea della sua famiglia regnante in Spagna di intervenire al suo fianco nella repressione delle proteste in Boemia.

La Spagna, alleatasi con Austria e Baviera dovette confrontarsi così ancora una volta contro dei protestanti dell'area boema supportati dal Palatinato. Le truppe spagnole vennero comandate da Ambrogio Spinola nel Palatinato e da Johann Tserclaes, conte di Tilly in Boemia, ottenendo una schiacciante vittoria nella battaglia della Montagna Bianca.

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Matrimoni e discendenza:

Filippo III dalla moglie Margherita d'Austria-Stiria ebbe 8 figli, ma solo 5 arrivarono all'età adulta:

Anna d'Austria ( 1601   †  1666), che sposò Luigi XIII di Francia;

Filippo IV ( 8 aprile 1605   †  17 settembre 1665) re di Spagna;

Maria Anna di Spagna ( 1606   †  1646), che sposò il cugino imperatore Ferdinando III d'Asburgo;

don Carlos ( 1607   †  1632);

Ferdinando ( 1609   †  1641), cardinale e governatore dei Paesi Bassi spagnoli;

Maria (☼   1603) morta lo stesso giorno della nascita;

Margherita (☼   †  1610) morta lo stesso giorno della nascita;

Alfonso (☼   †  1611) morta lo stesso giorno della nascita.

   

1621

1665

Filippo IV di Spagna

Filippo IV di Spagna ( Valladolid, 8 aprile 1605  Madrid, 17 settembre 1665); figlio primogenito del precedente Filippo III di Spagna e di Margherita d'Austria-Stiria.

Filippo IV ebbe l'abitudine di condividere la gestione dello stato con i validos, tra cui spicca Gaspar de Guzmán (meglio conosciuto come il conte-duca di Olivares), il quale realizzò una energica politica in materia di affari esteri, finalizzata al mantenimento dell'egemonia spagnola in Europa. Piuttosto importante fu anche il secondo valido, Luis Méndez de Haro, nipote di Olivares.

Il regno di Filippo IV, poco movimentato all'inizio, finì per essere caratterizzato da una decadenza politica e militare, tanto che egli fu a lungo ritenuto responsabile del declino spagnolo, che fu piuttosto dovuto a cause organiche assai fuori dalla portata dei singoli attori. Certamente Filippo IV dimostrò maggiore determinazione ed energia (tanto fisica quanto mentale) del diffidente padre. Di lui ci restano poi le traduzioni manoscritte di alcuni testi di politica di Guicciardini.

Quando il regno di Filippo III volgeva ormai al termine, gli intrighi di palazzo miravano a conquistare la fiducia del futuro re, il principe delle Asturie. Il valido del re, Francisco Gómez de Sandoval y Rojas, duca di Lerma, lottava per ottenere il favore del monarca con l'appoggio del genero di questi: il conte di Lemos, e del cugino Fernando Borgia, gentiluomo della compagnia del principe. Olivares, che fino a quel momento era rimasto in disparte, finì per convertirsi in uno stretto alleato dei figli contro il padre. Ebbe anche modo di approfittare della posizione dello zio Baltasar de Zúñiga y Guzmán nel Consiglio di Stato (posizione che egli stesso aveva propiziato) per poter muovere i fili principali della vita di palazzo.

Dopo la morte di Filippo III nel 1621, dovuta ad una febbre contratta nel 1619, sulla via del ritorno da un viaggio in Portogallo, dove il figlio era stato designato come successore alla corona portoghese, il nuovo re scelse Olivares come valido. Filippo aveva solo sedici anni in quel momento e per questo decise di procurarsi una guida nella difficile conduzione dell'immenso regno. Olivares era, del resto, decisamente più onesto e capace del predecessore duca di Lerma. Raggiunta la maggiore età, a Filippo mancò la necessaria fiducia nei propri mezzi per liberarsi dell'influenza del valido, il quale lo spinse ad intrattenersi in faccende frivole. Nel 1643, quando il disastro era ormai inevitabile e a Olivares toccò dimettersi, Filippo non era più in grado di mettere mano alla pericolosa situazione del regno multinazionale peggio organizzato d'Europa. Dopo un breve tentativo in questa direzione, affondò di nuovo nell'indolenza e diede il titolo di valido a Luis Méndez de Haro, nipote di Olivares anche se mantenne compiti di supervisione.

La monarchia spagnola di Filippo IV si vide minacciata da una recessione economica che afflisse l'intero continente, ma che in Spagna fu più sensibile a motivo dei costi dell'ambiziosa politica estera. Per limitarne i danni si inasprirono le imposte, si sequestrarono i carichi di metalli preziosi provenienti dall'America, si vendettero cariche pubbliche e si manipolarono i cambi monetari. Olivares provvide inoltre a confiscare i beni di molti nobili accusati di corruzione.

Ogni tentativo di riequilibrare il pesantissimo carico fiscale del regno fallì soprattutto per le fortissime resistenze dei ceti elevati (che accettarono solo un'imposta straordinaria sul reddito). Andò in porto una riforma dell'ordinamento bancario, riorganizzato attraverso la creazione di monti di pietà, la forte riduzione dei dazi interni e la creazione di un'unica banca centrale che abolì quelle precedenti.

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Matrimoni e discendenza:

1) Da Elisabetta di Francia ( 1603   †  1644figlia di Enrico IV di Francia), sposata nel 1615 a Burgos, ebbe:

Margarita Maria Catalina ( 1623);

Maria Eugenia ( 1625   †  1627);

Isabel Maria Teresa ( 1627);

Baltasar Carlos ( 1629   †  1646);

Maria Ana Antonia ( 1636);

Maria Teresa ( 1638   †  1683), regina, prima moglie di Luigi XIV di Francia;

2) Da Marianna d'Austria (o Maria Anna d'Austria, nipote di Filippo IV poiché figlia di sua sorella Maria Anna di Spagna), sposata nel 1649, ebbe:

Margherita Teresa di Spagna ( 21 luglio 1651   †  12 marzo 1673) sposata nel 1666 col cugino Leopoldo I del Sacro Romano Impero;

Maria Ambrosia de la Concepción ( 1655);

Felipe Próspero ( 1657   †  1661);

Tomas Carlos ( 1658   †  1659);

Carlo II di Spagna ( 1661   †  1700)

3) Da Maria Calderón ebbe il figlio illegittimo don Giovanni d'Austria.

   

1665

1700

Carlo II di Spagna

Carlo II di Spagna ( Madrid, 6 novembre 1661  Madrid, 1 novembre 1700); unico figlio maschio sopravvissuto di Filippo IV d'Asburgo e della sua seconda moglie Marianna d'Austria.

Carlo era malaticcio e di debole costituzione e la credenza popolare, alla quale egli stesso credette, riteneva che fosse vittima di una maledizione. Questa debolezza derivava, più probabilmente, dalla pratica di matrimoni tra consanguinei all'interno della dinastia degli Asburgo (molto frequente era il matrimonio tra primi cugini o tra zio e nipote), destinata a non disperdere i territori asburgici, ma tutt'altro che vantaggiosa dal punto di vista genetico. La madre di Carlo era figlia della sorella del padre, Maria Anna di Spagna, che fu contemporaneamente zia paterna e nonna materna di Carlo. A questo si aggiungeva che Carlo discendeva per ben 14 volte da Giovanna di Castiglia denominata "Giovanna la Pazza" per la sua infermità mentale.

Carlo assunse i poteri regali a soli quattordici anni, con Valenzuela come primo ministro, il quale, attiratosi il malcontento della nobiltà spagnola, venne cacciato nel 1677 da don José Juan che lo sostituì nel governo, mentre la regina madre lasciava la corte. Nel 1679, dopo la morte di don José Juan, divenne primo ministro il duca di Medinaceli (1680-1685) e successivamente il conte di Oropesa (1685-1691).

Sempre nel 1679 Carlo II sposò Maria Luisa di Borbone-Orléans, nipote di Luigi XIV di Francia, che morì nel 1689 senza figli. In seconde nozze sposò la capricciosa Maria Anna del Palatinato-Neuburg, che ebbe forte influenza sul re dopo la caduta del primo ministro Oropesa. Attraverso la regina ebbe grande influenza l'arcivescovo di Toledo, il cardinale Luis Fernández de Portocarrero.

Carlo II morì senza eredi nel 1700, nominando successore Filippo d'Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV e di Maria Teresa di Spagna.

Unico figlio maschio del re fu Baltasar Carlos, nato nel 1646.

 

Re di Sicilia e di Napoli della dinastia Borbone di Spagna

1700-1713

 

1700

1713

Filippo V di Spagna

Filippo V di Spagna ( Versailles, 19 dicembre 1683  † Madrid, 9 luglio 1746);  secondo figlio di Luigi, il gran delfino, e di Anna Maria di Baviera.

Il 1 novembre 1700 moriva il re di Spagna Carlo II. Cinque giorni dopo, per disposizione testamentaria del defunto re, veniva proclamato nuovo re di Spagna il duca Filippo d'Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV.

Poiché Carlo II ebbe un salute pessima fin dalla nascita, già molto tempo prima che egli scomparisse, le grandi monarchie d'Europa avevano cominciato ad avanzare varie ipotesi di successione, ratificate in accordi segreti. Tutte le ipotesi formulate avevano come obiettivo principale lo smembramento della grande potenza economica e militare della Spagna: l’impero spagnolo, infatti, se fosse stato unito integralmente ad uno qualunque dei troni delle grandi potenze europee, avrebbe fatto spostare certamente l'asse dell'equilibrio politico-militare, nonché quello economico, a favore di quest'ultimo, con la conseguenza di rendere difficilmente governabile il rapporto tra gli stati e impossibile il mantenimento della pace. A rigore, l'eredità sarebbe toccata all'infante di Spagna Maria Teresa, moglie di Luigi XIV, la quale aveva, però, rinunciato alla successione, prima di morire nel 1683. Luigi XIV non riteneva valida questa rinuncia e appoggiava, per questa ragione, le pretese del figlio, il delfino di Francia Luigi e dei figli: Luigi e Filippo (quest'ultimo fu la figura designata dal testamento di Carlo II). Ad avanzare pretese non del tutto illegittime sul trono di Spagna c'erano poi l'imperatore Leopoldo I, cognato di Carlo II e rappresentante del ramo austriaco degli Asburgo, e il principe elettore di Baviera.

Carlo II d'Asburgo, nel fare testamento, aveva adottato proprio l'unica soluzione rigettata unanimemente da tutti gli altri regnanti, seppur vincolata alla rigida, formale e sostanziale separazione delle relative corone: lasciare indivisa la propria eredità nelle mani di un solo soggetto, in questo influenzato dalla moglie Maria Anna di Neuburg e dai consigli degli inviati papali.

Poiché il designato Filippo d'Angiò, sostenuto dal re di Francia, non avrebbe mai rinunciato ai benefici testamentari di cui era stato gratificato da Carlo II, fu inevitabile il ricorso alle armi. La guerra di successione spagnola, come fu chiamato il conflitto, iniziò con la grande alleanza dell'Aja del 7 settembre 1701, con la quale l'Inghilterra, i Paesi Bassi e l'Austria si impegnavano ad impedire che le volontà testamentarie del defunto re di Spagna trovassero definitiva attuazione: sarebbe stato infatti molto difficile fronteggiare un'unica sovranità borbonica da entrambe le parti dei Pirenei. La guerra si sviluppò con alterne vicende fino al 1713, quando, dopo lunghe e laboriose trattative protrattesi per circa un anno, il 13 luglio fu firmato il trattato di pace di Utrecht tra la Francia, da una parte, e l'Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, l'Olanda e la Savoia, dall'altra. La parola fine alla guerra di successione spagnola tuttavia fu posta solo quando anche l'Austria sottoscrisse il trattato di pace con la Francia: ciò avvenne il 6 marzo 1714 nella città di Rastadt.

Nel 1700 il re di Spagna Carlo II moriva e Filippo d'Angiò, all'età di 17 anni, fu nominato nel testamento come suo successore, essendo nipote della sorella di Carlo II, cioè Maria Teresa di Spagna. Se egli avesse rifiutato, la corona spagnola sarebbe andata a suo fratello minore Carlo duca di Berry o all'arciduca Carlo d'Austria. Entrambi i pretendenti avevano diritti legali per il fatto che il nonno, re Luigi XIV di Francia, ed il padre di Carlo d'Austria, cioè l'imperatore Leopoldo I erano entrambi mariti delle sorelle di Carlo II di Spagna. Filippo aveva i maggiori diritti poiché sia la bisnonna che la nonna erano più anziane rispetto a quelle dell'arciduca Carlo d'Austria. Comunque il ramo austriaco rivendicava il fatto che la nonna di Filippo aveva rinunciato a suo tempo ai suoi diritti e quelli dei suoi discendenti sul trono spagnolo, in conseguenza del suo contratto di matrimonio. La parte francese controbatteva sulla invalidità di tale ultima disposizione poiché la dote di tale matrimonio non era mai stata pagata.

Dopo meditate riflessioni e trattative dove Luigi il delfino perorava la causa di suo figlio, si stabilì che Filippo sarebbe asceso al trono di Spagna rinunciando per sempre ai suoi diritti e quelli dei suoi discendenti sulla corona francese. Scoppiò però la guerra di successione spagnola che durò fino al 1713. Anche se a Filippo V fu concesso infine di rimanere sul trono di Spagna, egli dovette cedere il possesso di Minorca e Gibilterra alla Gran Bretagna, e dei Paesi Bassi, di Napoli, del ducato di Milano e della Sardegna, alla famiglia austriaca degli Asburgo. La Sicilia e una parte del milanese andò ai Savoia. L'egemonia spagnola, che già lungo tutto il 1600 era calata a motivo della crescente rivalità olandese e inglese (soprattutto nell'ambito del commercio con le Americhe), subì in questa guerra un ulteriore indebolimento. Tuttavia, ripresasi dalla sconfitta nella guerra di successione spagnola, la Spagna di Filippo V, guidata dal governo del cardinale Giulio Alberoni, occupò la Sardegna e la Sicilia, scatenando così la guerra della Quadruplice alleanza (1717) che vide Inghilterra, Francia, Austria ed Olanda avversarie della Spagna e si concluse tre anni dopo con la sconfitta spagnola.

Prostrato per la sconfitta Filippo V abdicò in favore di Luigi, suo figlio maggiore, ma fu costretto a tornare sul trono pochi mesi dopo in seguito alla morte del figlio per vaiolo. Successivamente Filippo si adoperò per aiutare la dinastia borbonica a riconquistare territori durante la guerra di successione polacca e la guerra di successione austriaca, con la riconquista di Napoli e della Sicilia dall'Austria, e di Orano dagli ottomani. Per questo si alleò all'Austria di Carlo VI ed alle due potenze si aggiunse poi anche la Russia. Ma ciò provocò una reazione che condusse all'alleanza fra Inghilterra, Francia, Olanda e Prussia. La situazione politica degenerò e sfociò nella guerra anglo-spagnola del 1727, durante la quale Filippo V tentò, senza risultato, di recuperare al regno di Spagna la rocca di Gibilterra. Verso il termine del suo regno, gli spagnoli difesero con successo i territori dei Caraibi dall'invasione britannica nella guerra di Jenkins Ear. Durante il suo regno la Spagna cominciò a risollevarsi dal ristagno in cui era caduta sotto gli Asburgo.

Con i decreti Nuova Terra Filippo V impose un nuovo modello amministrativo e politico: Vennero abolite le autonomie politiche, venne riformata l'amministrazione riorganizzata su province governate da un capitano generale e di una udienza, che erano responsabili per la gestione completa dell'ordine pubblico e per la giustizia verso il governo di Madrid. Mentre per la gestione economica e finanziaria furono stabiliti intendenti provinciali. Anche il governo centrale fu riformato; vennero aboliti i consigli di amministrazione, che furono sostituiti da segreterie di stato, predecessori degli attuali ministeri, i cui funzionari vennero nominati dal re e vennero aboliti i viceregnieccetto quelli americani.

Per risanare le finanze, lasciate in condizioni disastrose dai predecessori, Filippo V riorganizzò il sistema fiscale riequilibrando le imposte, abolendo molti privilegi del clero e della nobiltà e in seguito ridusse le imposte dei ceti bassi, fece abolire i dazi doganali interni e istituì sovvenzioni per rianimare la produzione agricola e manifatturiera.

Per riconquistare i domini perduti fece attuare anche dei miglioramenti all'esercito e ne curò di persona, insieme alla moglie, la riorganizzazione: venne introdotto il moderno sistema a schiera e a battaglioni (sperimentato nella guerra dei trent'anni), fu introdotta la divisa e la baionetta e rinforzato il corpo d'artiglieria. Inoltre per migliorare l'efficienza degli ufficiali vennero riorganizzate le scuole militari e fu riarmata la marina militare per la quale furono organizzati nuovi arsenali e alcune scuole per ufficiali. Tale politica fu continuata dai due figli e fino al 1800 la Spagna rimase una potenza navale di prim'ordine.

Anche in materia di diritto dinastico Filippo V approntò dei miglioramenti introducendo la legge salica che impediva la trasmissione della corona per via femminile (anche se il re era salito al trono proprio grazie a questa).

In verità, sebbene avesse un potere assoluto subì l'influenza sia del cardinale Alberoni sia della moglie Elisabetta Farnese.

Alla sua morte gli succedette, nonostante l'opposizione di Elisabetta, Ferdinando VI di Spagna, ultimo figlio della prima moglie, Maria Luisa di Savoia.

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Matrimoni e discendenza:

Il 2 novembre 1701 sposò Maria Luisa di Savoia ( 17 settembre 1688   †  14 febbraio 1714), dalla quale ebbe 4 figli:

Luigi ( 25 agosto 1707   †  31 agosto 1724), re di Spagna per 7 mesi dall'abdicazione del padre alla sua morte per vaiolo;

Filippo ( 2 luglio 1709   †  8 luglio 1709);

Filippo ( 7 giugno 1712   †  29 dicembre 1719);

Ferdinando ( 23 settembre 1713   †  10 agosto 1759), futuro re Ferdinando VI di Spagna;

Sposò in seconde nozze Elisabetta Farnese il 24 dicembre 1714, dalla quale ebbe 7 figli:

Carlo III di Spagna ( 20 gennaio 1716   †  14 dicembre 1788);

Francesco ( 21 marzo 1717);

Marianna Vittoria ( 31 marzo 1718   †  15 gennaio 1781), regina consorte di Giuseppe I di Portogallo;

Filippo I di Parma ( 20 marzo 1720   †  18 luglio 1765, duca di Parma e Piacenza;

Maria Teresa Raffaella ( 11 giugno 1726   †  22 luglio 1746), prima moglie di Luigi Ferdinando di Borbone-Francia, figlio di Luigi XV.

Luigi Antonio ( 25 luglio 1727   †  7 agosto 1785) il Cardinale Infante. arcivescovo di Toledo, primate di Spagna e cardinale dal 1735 al 1754, quando rinunciò ai titoli ecclesiastici, diventando conte di Chinchón. Nel 1776 contrasse matrimonio morganatico con Maria Teresa de Vallabriga y Rozas. I loro figli non ebbero titoli nobiliari.

Maria Antonietta ( 17 novembre 1729   †  19 settembre 1785). Moglie di Vittorio Amedeo III di Savoia.

 

Re di Sicilia della dinastia Savoia

1713-1720

 

1713

1720

Vittorio Amedeo II di Savoia

Vittorio Amedeo II di Savoia , detto la Volpe Savoiarda ( Torino, 14 maggio 1666  Moncalieri, 31 ottobre 1732); figlio di Carlo Emanuele II di Savoia e di Giovanna Battista di Savoia Nemours.

Figlio di Carlo Emanuele II di Savoia, Vittorio Amedeo II succedette al padre a nove anni. La reggenza venne affidata alla madre Giovanna Battista di Savoia Nemours: donna ambiziosa ed energica che si faceva chiamare "Madama Reale". Era imparentata con la corona portoghese, e cercò di indurre il figlio ad un matrimonio lusitano: la prescelta era la figlia di Pietro II del Portogallo, Isabella Luisa di Braganza. Vittorio Amedeo, che allora aveva soltanto quattordici anni, venne facilmente indotto a sottoscrivere un matrimonio che, tra le varie clausole, prevedeva anche che il giovane duca di Savoia vivesse fino a sedici anni a Lisbona; prima di quell'età gli sarebbe stato impedito il ritorno a Torino. L'atto venne rogato il 14 maggio 1679. Era una mossa politica astuta da parte della madre Giovanna Battista: quando il matrimonio fosse stato celebrato, Vittorio Amedeo sarebbe diventato a tutti gli effetti re del Portogallo.

Ma il giovane principe non aveva intenzione di partire: quando il delegato lusitano, il duca di Cadoval, arrivò a Torino, Vittorio Amedeo venne inspiegabilmente colto da un attacco di febbre. Impossibilitato alla partenza, Vittorio Amedeo rinunciò alle nozze. Per i suoi cittadini piemontesi, che avevano visto con terrore la possibilità che il loro duca diventasse re di Portogallo, temendo che il Piemonte si trovasse nella stessa condizione della Lombardia nei confronti della Spagna, fu momento di gran festa. Fu in questo momento (verso il 1680) che avvennero moti insurrezionali in mezzo Piemonte, e specialmente a Mondovì: le cosiddette "guerre del sale".

Le agitazioni erano dovute alle impopolari gabelle sul sale e alle imposte tributarie che tutte le città sabaude dovevano versare alla Corona dai tempi di Emanuele Filiberto di Savoia. Il clero ne era ovviamente esentato. Dai tempi del duca Testa di Ferro non era cambiato l'ammontare della cifra che ogni Comune doveva versare annualmente e si erano generati grandi squilibri, aumentando il malcontento popolare che esplose con violenza a Mondovì, dove i popolani si rifiutarono di pagare le imposte all'emissario sabaudo Andrea Cantatore di Breo, ex frate cappuccino. I primi Monregalesi che egli visitò furono ovviamente i religiosi, cui sottrasse anche tesori. I religiosi cercarono di reagire e si organizzarono in compagnie per stanare il Cantatore, ma non riuscirono a rintracciarlo, anche perché si trovarono di fronte le masnade degli scagnozzi dell'esattore, armati di tutto punto, contro i quali i semplici frati non potevano sperare di avere la meglio.

Intanto l'intera Mondovì era insorta. Da Torino venne richiamato il Cantatore e venne inviato don Gabriele di Savoia con l'esercito per piegare definitivamente i rivoltosi. All'inizio sembrò semplice sottomettere i poveri contadini, armati per lo più solo con i loro attrezzi da lavoro, ma i successi di don Gabriele erano apparenti: quando un paese veniva sottomesso, un altro insorgeva. A Montaldo, uno dei paesi più tenaci nella ribellione, i soldati regi persero più di duecento uomini contro la decina di contadini montaldesi che aveva attaccato per vari giorni, con azioni di guerriglia, l'esercito sabaudo. Gli stessi Montaldini occuparono poi la fortezza regia di Vico.

I moti raggiunsero così rapidamente dimensioni pericolose: c'era la possibilità che tutto il Piemonte insorgesse. La Madama Reale dovette cedere alla volontà dei Monregalesi e si rappacificò con loro. I rappresentanti della città di Mondovì si recarono a Torino per stipulare i trattati e furono accolti cordialmente anche dal giovane duca Vittorio Amedeo, ancora a letto con quella febbre che aveva impedito il matrimonio con la cugina portoghese.

Il giovane principe aveva intanto sposato a Versailles la nipote del re Luigi XIV di Francia, Anna Maria di Orléans. Adesso egli era fermamente intenzionato ad esercitare un potere effettivo. La Madama Reale aveva infatti fino ad allora continuato a tenere saldamente nelle sua mani le redini del comando anche dopo il raggiungimento della maggiore età di Vittorio Amedeo. Dietro pressione di gran parte della nobiltà, Vittorio Amedeo raggiunse Rivoli con una scorta armata, decretando che da quel momento avrebbe regnato direttamente egli stesso: era il 14 marzo 1684. La Madama reale, informata della risoluzione del figlio e comprendendo di non poterglisi più opporre, gli scrisse una lettera assai affettuosa nella quale lo informava di volergli consegnare spontaneamente il potere che lei tanto gelosamente aveva mantenuto fino ad allora nelle sue mani. Terminava così, senza incidenti, la reggenza di Giovanna Battista.

Ancora una volta si assistette alle persecuzioni dei valdesi. Era un'espressa volontà di Luigi XIV, infatti, che la minoranza valdese fosse annientata. La Corona di Torino era ormai completamente asservita ai "Consigli" che arrivavano, a guisa di ordini, da Parigi e Vittorio Amedeo dovette accettare la presenza in Piemonte di uno squadrone francese per cacciare i valdesi. Gli orgogliosi seguaci della dottrina di Pietro Valdo, infatti, si erano arroccati sui monti intorno a Torre Pellice ed avevano fatto della Val d'Angrogna la loro invincibile roccaforte. Ci furono episodi di ferocia, cui sopravvissero pochissimi eretici. Gli altri, o condannati sommariamente o incarcerati, erano tenuti in condizioni durissime e privati di ogni conforto spirituale (se si esclude l'intervento che ebbe il Valfré) e vennero liberati solo dopo una lunga prigionia per intercessione del governo svizzero, che accettò di accoglierli come profughi. Da ormai un secolo i valdesi avevano infatti aderito al movimento protestante, cercando per quanto possibile aiuti nel resto d'Europa per evitare di venire annientati. In Svizzera avevano trovato da anni una grande protezione, soprattutto perché considerati come i più antichi protestanti del continente ancora esistenti. Presi ad esempio da tutte le nuove ramificazioni del Cristianesimo, vennero così ospitati per anni tra le montagne elvetiche.

Vittorio Amedeo comprese che se voleva garantire una qualche forma di rilevanza politica ed un potere effettivo al suo ducato avrebbe dovuto sganciarsi dall'asfissiante influenza della Francia. Decise quindi di aderire alla Lega di Augusta che si era formata nel 1688 tra le principali potenze europee per contrastare la politica espansionistica di Luigi XIV. Recatosi a Venezia in incognito per poter discutere con i principi della Lega, venne però identificato dalla ramificata rete di spie francesi. Luigi XIV volle mettere in chiaro la situazione: Vittorio Amedeo avrebbe dovuto fornire alla Francia 3.000 fanti e 800 cavalieri per non essere dichiarato nemico della nazione francese.

Il duca, preso alla sprovvista, dovette accettare, ma Luigi XIV volle imporre ancora una clausola: la cittadella di Torino avrebbe dovuto passare ai Francesi. Ciò avrebbe significato la rinuncia alla difesa della capitale ed alla stessa indipendenza del Piemonte. Vittorio Amedeo tentennò sul da farsi e Luigi XIV partì per il Piemonte. Messo alle strette, il duca rispose agli ambasciatori del re nemico:

L'esercito francese, guidato dal generale Catinat, si accampò nei pressi di Staffarda. Vittorio Amedeo decise di non attendere l'aiuto dell'imperatore Leopoldo I, ma di attaccare subito: nella battaglia di Staffarda subì tuttavia una cocente disfatta. Catinat si impossessò di molte roccaforti tra cui Pinerolo e la situazione parve subito critica. La famiglia reale venne costretta a lasciare Torino ed a rifugiarsi a Vercelli. Vittorio Amedeo II rimase comunque comandante in Italia delle forze alleate nella Lega.

Dopo l'inutile assedio di Cuneo del 1691 da parte dei francesi, le due armate si trovarono impegnate nella battaglia della Marsaglia. Era il 1693: i piemontesi vennero ancora sconfitti. Privo di un esercito, il duca dovette firmare la pace con Luigi. Da quel momento tornava dalla parte della Corona borbonica.

L'alleanza francese si faceva sempre più pressante. Sostituito nell'incarico di Supremo Generale al servizio di Luigi XIV in Italia, Vittorio Amedeo II decise di riallacciare i vecchi rapporti di alleanza con la Lega di Augusta. Luigi XIV ne fu informato dal suo servizio segreto. Era il 1703 quando venne dichiarato l'ingresso del Piemonte nella Lega di Augusta, con il trattato di Torino. Il popolo sabaudo lo salutò con entusiasmo, ma le truppe francesi occuparono rapidamente Vercelli, Susa, Ivrea e Aosta. Torino stessa fu minacciata da vicino, ma nessuno tra i comandanti nemici giudicava fattibile un assedio alla capitale sabauda.

La battaglia di Cassano d'Adda si risolse con una vittoria del duca di Vendôme. Il principe Eugenio di Savoia, cugino del duca, dopo quella disfatta decise di recarsi a Vienna per sollecitare l'arrivo dei rinforzi. Ma, dopo un'altra clamorosa vittoria di Luigi XIV sugli imperiali a Calcinate, si ritenne possibile assediare Torino. Era l'aprile 1706. A capo delle forze francesi era l'incapace conte Marchin. Il dispiegamento di forze da parte dei francesi era imponente. Dovevano superare le difese della cittadella, una fortezza considerata tra le più inaccessibili d'Europa, voluta dal duca Emanuele Filiberto e fiore all'occhiello della difesa sabauda. L'assedio era strettissimo. Presto in città vennero a mancare i beni di prima necessità, ma il popolo resistette. Il bombardamento era incessante, tutti gli edifici più alti delle mura furono dimezzati: in questo quadro tremendo i piemontesi vennero a trovarsi senza munizioni. Aiuti alimentari e bellici furono fatti pervenire alla città assediata tramite il fiume Po, ma i francesi se ne accorsero ed intercettarono i rifornimenti. Aiuti umanitari vennero forniti anche da figure di spicco del clero, come Sebastiano Valfré. Vittorio Amedeo era rimasto il solo della famiglia reale ancora a Torino. La sua presenza infondeva coraggio alla cittadinanza.

La tecnica militare adottata dai piemontesi consisteva nello scavare sotto la cittadella lunghi cunicoli, gallerie strette ed umide che, fatte arrivare sotto le file degli attaccanti, venivano riempite di esplosivo e fatte esplodere con gran danno avversario. I francesi, però, resisi conto di quella tecnica intercettarono i cunicoli. Fu proprio in uno di questi che, nella notte del 29 agosto, penetrò un folto gruppo di granatieri francesi e fu solo l'eroico sacrificio di Pietro Micca che riuscì a fermarli.

Il 30 agosto, improvvisamente, venne annunciato l'arrivo del principe Eugenio: si incontrò con Vittorio Amedeo presso Carmagnola, e da lì proseguirono in direzione della città assediata: il 2 settembre salirono sul colle di Superga. Vittorio Amedeo fece voto alla Madonna di erigerle una grande chiesa, in posizione dominante, sulla collina, ove in quel momento sorgeva solo un piccolo pilone, se avesse concesso la liberazione di Torino. La mattina del 7 settembre la battaglia di Torino iniziò ad infuriare sotto le mura della cittadella. I francesi furono annientati completamente. Come ringraziamento per la stupefacente vittoria, Vittorio Amedeo fece costruire la basilica di Superga, opera dell'architetto Filippo Juvarra.

Dopo la cocente disfatta francese presso Torino, Vittorio Amedeo II, spinto dall'Inghilterra, che gli aveva fatto balenare l'idea di un titolo regio in caso di vittoria, decise di marciare verso Tolone. Nella campagna militare egli riconquistò le fortezze di Exilles, Fenestrelle e la città di Susa, cadute in mano francese anni prima. L'avanzata piemontese verso il cuore della Francia ebbe successo ed a Tolone, assediata in luglio mentre gli alleati inglesi, occupate le isole Lerino, la bloccavano dal mare, la flotta del re Sole si autoaffondò. I savoiardi si ritirarono la notte tra il 22 e il 23 agosto 1707. Dopo gli stravolgimenti della politica europea (evento molto importante fu il decesso di Giuseppe I, al quale subentrò Carlo VI, che già aveva concorso al titolo di re di Spagna anni prima), le nazioni del continente decisero di risolvere la guerra attraverso un trattato di pace.

A Utrecht, in occasione dei trattati omonimi, la Casa Savoia ottenne grandi vantaggi. A Vittorio Amedeo II andarono: Alessandria, la Lomellina, il Monferrato, Pragelato e l'alta Valle di Susa, la Valsesia e i feudi delle Langhe. Nel 1713 otteneva, inoltre, il titolo regio e l'intera Sicilia e nel contempo la Spagna firmò il documento di cessione dell'isola ai Savoia sotto la pressione dell'Inghilterra. Le condizioni imposte da Filippo V di Spagna per la cessione della Sicilia erano le seguenti: la Casa Savoia non avrebbe mai potuto vendere l'isola o scambiarla con un altro territorio; la Sicilia sarebbe stata mantenuta come feudo della Spagna: estinto il ramo maschile dei Savoia, essa sarebbe tornata alla corona di Madrid; tutte le immunità in uso in Sicilia non sarebbero state abrogate.

In realtà, solo gli ultimi due punti furono accettati da Vittorio Amedeo II. All'ultimo momento, Filippo V fece aggiungere un ultimo punto, secondo cui il re di Spagna sarebbe stato in grado di disporre a suo piacimento dei beni confiscati ai sudditi siciliani rei di tradimento.

Vittorio Amedeo volle accondiscendere anche a questo punto, per evitare che una sua protesta potesse rinviare la stesura dei trattati. Il documento con cui si cedeva la Sicilia ai Savoia venne siglato il 13 luglio successivo. Una folla esultante si accalcò davanti al palazzo ducale acclamando il re, che uscì dal balcone brindando insieme alla folla.

Il 27 di quello stesso mese, Vittorio Amedeo II, in procinto di partire per la Sicilia, nominò suo figlio, principe del Piemonte, luogotenente degli stati di terraferma ma il ragazzo non aveva che sedici anni e fu dunque assistito da un Consiglio di reggenza. Il 3 ottobre il nuovo re salpò da Nizza alla volta di Palermo, ove sbarcò circa venti giorni dopo. Il 24 dicembre, dopo una sontuosa cerimonia nella cattedrale di Palermo, Vittorio Amedeo II e la moglie Anna Maria di Orléans ricevettero la corona regia.

I buoni intenti del re vennero messi in pratica nella lotta contro il brigantaggio, nello sviluppo della marina mercantile e nella riorganizzazione delle finanze e dell'esercito (per il quale venne preso a modello quello piemontese). La permanenza del re in Sicilia durò fino al 7 settembre 1714.

La pace di Utrecht, con tutto ciò che comportò, fu soltanto un evento transitorio nella storia piemontese. La Spagna, infatti, stava fortemente riarmandosi. Intimorite da tanta potenza, Francia, Olanda, Inghilterra e Austria strinsero via via legami difensivi tra di loro. Vittorio Amedeo II, quando ricevette la notizia della creazione di una possibile quadruplice alleanza, si sentì nuovamente in pericolo. Era infatti in progetto, tra i sovrani alleati, di mettere a tacere le mire spagnole in Italia, ma tale progetto si scontrava contro le mire di Casa Savoia. L'Austria, in particolare, progettava di eliminare i piemontesi dalla Sicilia. Vittorio Amedeo decise di agire con astuzia, inviando messi a Vienna ed a Londra per essere costantemente informato delle novità nella politica estera. Se i paesi alleati avessero davvero siglato un'alleanza, allora Vittorio Amedeo sarebbe stato seriamente nei guai, circondato da tutti i fronti.

Dopo aver in ogni modo cercato di allearsi all'Austria (anche ricorrendo ad una proposta di matrimonio), Vittorio Amedeo venne attaccato sul fronte siciliano dagli spagnoli, che egli considerava alleati. La Sicilia venne invasa da 30.000 soldati stranieri e le poche fortezze piemontesi dovettero desistere dalla difesa.

Da Vienna arrivò la proposta di aderire alla ormai siglata quadruplice alleanza in cambio del titolo di re di Sardegna. La distruzione dell'imponente flotta spagnola nella battaglia di Capo Passero e la conseguente vittoria della quadruplice alleanza permisero a Vittorio Amedeo di mantenere il titolo regio. Con il trattato dell'Aia (20 febbraio 1720) l'erede di Casa Savoia otteneva l'isola di Sardegna con il titolo di re di Sardegna, in cambio della Sicilia. La maggiore vicinanza della prima al Piemonte la rendeva meglio gestibile e controllabile della seconda, cosicché si può dire che il cambio si sia rivelato vantaggioso per Vittorio Amedeo.

Vittorio Amedeo II riteneva che il sovrano dovesse essere il punto di riferimento essenziale per l'organizzazione istituzionale, conducendo così una politica antinobiliare, basandosi sulla frantumazione del feudo. Su proposta del ministro Platzaert dunque, il sovrano ordinò una ricompilazione delle vecchie leggi ed una loro riforma: le costituzioni di sua maestà redatte nel 1723 e riviste nel 1729. Attuò una politica mercantilistica, abolendo i dazi interni e tassando fortemente l'esportazione di seta greggia per favorire la produzione interna; in campo amministrativo riordinò la burocrazia con la creazione di un governo centrale e l'apparato fiscale con l'attuazione di un'imposta generale su tutti i redditi, abolendo molti privilegi fiscali regionali e delle classi privilegiate. Durante il suo regno inoltre fu organizzata un'accademia militare e l'università di Torino fu laicizzata.

Lentamente, con il passare degli anni, i trionfi politici e militari avevano infastidito e stancato il re. Non presenziava quasi più alle feste e ai ricevimenti, anzi tendeva ad evitare la vita di corte. Amante della semplicità, l'unico lusso che si concedeva era l'elegantissima parrucca stile Luigi XIV.

Verso il 1728 la sua salute peggiorò e decise di abdicare in favore del figlio Carlo Emanuele III di Savoia, pur continuando a controllare la sua politica con consigli perentori e non allontanandosi dalla vita di corte. Concluse per il figlio un matrimonio di rilievo con la principessa Anna Luigia Cristina, figlia dell'elettore palatino, e dopo la di lei morte concluse un secondo matrimonio con un'altra principessa tedesca, Polissena Cristina d'Assia-Rotenburg. La ferrea mano del padre pressava non poco Carlo Emanuele III: tra le proibizioni impostegli, il divieto di andare a caccia ogni giorno e di convivere negli stessi appartamenti della moglie. L'abdicazione divenne effettiva solo nel 1730. Il re si ritirò in Savoia.

Era una situazione insostenibile per Carlo Emanuele, ma egli si rassegnava alla volontà paterna.

Sotto la spinta della seconda moglie, la Marchesa di Spigno, Vittorio Amedeo II tentò di riprendere la Corona. Il suo isolamento aveva inasprito il suo carattere e vedeva il suo stato nelle mani di un figlio incapace. Così egli si espresse in riguardo alla sua abdicazione: « L'atto è nullo e difettivo nella forma come nella sostanza. Ed è una gran fortuna che sia così; qui è tutto disordine e sono stato costretto a tornare in Piemonte per rimediare a tanta rovina. ».

Dichiarato nullo il suo atto di abdicazione, dunque, minacciò anche di far intervenire gli imperiali nelle contese con il figlio. Carlo Emanuele si vide costretto ad usare la forza: con il consenso unanime dei ministri, Vittorio Amedeo II venne arrestato a Moncalieri e accompagnato a Rivoli. La sua residenza venne presidiata da un forte contingente di truppe: gli era impedito di rimanere da solo.

Re Vittorio Amedeo reagì sulle prime con violenza: si temette persino che il furore lo portasse alla pazzia. Tutte le sue proteste furono inutili. Ottenne, solo dopo umilianti suppliche, che la Marchesa di Spigno fosse accompagnata a Rivoli nella sua dimora (essa era stata rinchiusa nella fortezza di Ceva, ove era consuetudine segregare le donne di facili costumi).

Il 5 febbraio 1731 fu colpito da un attacco apoplettico e la sua salute peggiorò drasticamente. Chiese di poter cambiare residenza. Carlo Emanuele III gli concesse di rimanere a Moncalieri, ove fu trasportato nell'aprile 1732 su una lettiga scortata da numerosi soldati. Ivi, nella desolazione, si spense la sera del 31 ottobre 1732.

Lo storico Domenico Carutti riferisce gli ultimi momenti di vita del principe: « ...il padre Perardi, uno dei religiosi che assistevano il monarca agonizzante, parlavagli di Dio, e lo invitava a perdonare: non sapendo se egli intendeva ancora le sue parole, dissegli: Sire, se voi m'udite, se perdonate per ottener perdono, baciate questo crocifisso". Vittorio baciò fervosamente l'immagine del Redentore. Alle nove e sette minuti di sera, spirò. ».

Il marchese del Borgo, allora gran ciambellano, firmò l'atto di morte in data 1 novembre: era il tramonto di un uomo che per quasi mezzo secolo aveva dominato la scena politica italiana. La salma di Vittorio Amedeo II venne tumulata nella Basilica di Superga, dove tutt'oggi riposa.

Vittorio Amedeo II seppe destreggiarsi con abilità nelle complesse vicende politiche dell'epoca. I suoi passaggi di bandiera così repentini, che fecero dire a Luigi XIV che « i Savoia non terminano mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l'hanno iniziata, » furono il capolavoro politico del re. Tra i contributi dati dal re alla città di Torino, si ricordano la riformulazione dell'Università, la costruzione di nuovi monumenti e chiese, affidati agli architetti Bertola e Juvara. In quegli anni il capoluogo sabaudo si ingrandì diventando il maggiore centro del territorio alpino. Nonostante il massacrante assedio del 1706 e le guerre precedenti e successive avessero ridotto la già esigua popolazione piemontese, sotto il governo del primo re di Casa Savoia il Piemonte seppe assurgere al rango di maggiore degli Stati italiani. Ciò, bisogna dire, anche grazie all'intervento e alle volontà di Stati stranieri come l'Inghilterra, che vedevano come evento assai favorevole la creazione di una potente e salda monarchia in Italia, meglio ancora se questa nazione fosse stata ai piedi delle Alpi, in modo da frenare qualsiasi altro tentativo espansionistico della Francia. I governatori inglesi videro in Vittorio Amedeo II il personaggio adatto a realizzare questo loro progetto. Iniziava quel lento processo di modernizzazione che avrebbe portato, un secolo e mezzo dopo, all'unità d'Italia.

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Matrimoni e discendenza:

Dal matrimonio di Vittorio Amedeo II di Savoia con Anna d'Orleans nacquero:

Marie Adelaide ( 1685   †  1712), andata sposa a Luigi, duca di Borgogna, figlio di Luigi, il gran delfino, e quindi nipote in linea diretta del re Sole. Fu madre di Luigi XV, re di Francia;

Maria Luisa Gabriella (