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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

PERSONAGGI VARI

di Carmelo Antinoro

      

Sajeva Domenico

(giornalista)

 

 

Domenico SajevaC’era un mostro in Favara che offendeva spudoratamente leggi, religione, onestà pubblica e privata e faceva per nome Domenico Sajeva di Giovanni e Angela Sajeva, razza cattivissima". Queste erano testuali parole del barone Antonio Mendola.

Domenico Sajeva era perito agronomo, un tipo un poco bislacco, socialista, con l’atteggiamento del babbeo giudizioso, il classico tipo, come suol dirsi a Favara, che cercava sempre "scuru e fudda". Non si riusciva a conoscere il vero colore di costui, ovvero, se aveva colore, o se li mutava tutti, secondo le occasioni, come un camaleonte. Era uno spirito turbolento, vario, sovversivo. Il Sajeva, mattoide come suo nonno Menico, soffiava nelle passioni popolari, predicava l’amore delle plebi, malediceva i dazi consumo, spingeva il popolo ad assaltare, distruggere e bruciare i casotti del dazio.

La sua avventura iniziiò a rinfocolarsi nel 1902, quando il popolo di Favara cominciò a duolersi dei medici favaresi che avevano fissato il nuovo annuo onorario, salatissimo, anzi, insostenibile per le famiglie povere. I medici erano diventati nemici spietati dei sofferenti.

Nel mese di agosto 1902 c’è stato un grande comizio popolare. Menico Sapeva parlò per circa un’ora, riscuotendo gli applausi e il favore del popolo. Propose alla popolazione di rompere l’accordo coi medici. In Favara si chiamava "accordo" l’annuo pagamento fissato tra il cliente e il medico. “Rompete tutti l’accordo - ha gridato Sajeva - e vedrete rotto l’incanto. I medici si sbraneranno tra loro come cani”. Poi ha proposto l'apertura di una farmacia notturna: cosa veramente necessaria. Ma il sindaco Angelo Giglia era negato per le opere di beneficenza. Il Sajeva disse: “Per fare disegnare a Ciccio Maniglia a chiaro scuro 25 ritratti dei 25 sindaci (quelli esistenti nella sala d'ingresso al primo piano del Palazzo di Città di piazza Cavour) ha pagato 625 lire; per la beneficenza diviene taccagno e pitocco”.

Nella prima metà di settembre correva voce che il dottorino Valenti avesse spinto gli altri medici a lanciare querela criminale contro i membri del comizio popolare, che avevano sottoscritto la risposta inserita nel giornale L’ora ed un’altra querela contro Menico Sajeva, per le parole pronunciate nel comizio stesso contro i medici.

Si è costituito un comitato di difesa e resistenza, e i denari abbondavano per sostenere le spese di dette querele.

In occasione della cosiddetta "congiura dei medici", Menico Sajeva ha fatto nascere un giornaletto in Favara, tutto dedito alle cose paesane col titolo "La Campana del Popolo" (di cui ancora oggi esiste una raccolta ben rilegata nella biblioteca comunale di Favara), nel cui primo numero ha dato una bella lavata di capo ai medici.

Purtroppo gli altri numeri non hanno risposto alle comuni aspettative. Menico Sajeva, ancora giovane e inesperto sognava rose, ma era destinato a vedere spine e avrebbe compreso la grande differenza tra il detto e il fatto, e quanto difficile era in Favara operare il bene e quanto era facile la censura e la calunnia.

Nel giornale il Sajeva, imprudentemente, aveva fatto stampare l’elenco, con i nomi delle persone che avevano contribuito alla colletta, che andava raccogliendo nel popolo, per pagarsi gli avvocati difensori. I medici si sono inviperiti, hanno fatto comunella e si sono resi solidali nel male, rifiutandosi di curare i membri del comitato a prezzi plausibili e correnti.

Un articolo ingiurioso e diffamante di Sajeva contro il dr. Vita nel n. 5 de La Campana del Popolo ha fatto inacerbire ulteriormente le cose, al punto da prendere il carattere di una pubblica e dannosissima discordia.

Sajeva era un grande birbante. I medici gli hanno alzato un piedistallo d’oro. Ci voleva una voce autorevole. Ma chi si poteva mettersi in mezzo? Comporre il dissidio tra due era facile, tra molti difficilissimo. Mancava poi un paciere, che avesse effettivamente i requisiti e l’abilità richiesta nel presente caso.

I medici pretendevano una disdetta stampata dal Sajeva nei giornali, con la quale smentiva le cose dette da lui. Naturalmente tale dichiarazione veniva negata dal Sajeva.

La causa la chiamarono: “La causa del piccolo parlarolo”.

Il 14 novembre Menico Sajeva fu condannato dal Tribunale di Girgenti ad un anno e 10 giorni di carcere, oltre a mille lire di ammenda, alle spese di pubblicazione della sentenza in tre giornali.

Menico Sajeva ha avuto il torto di avere adoperato l’ingiuria e la diffamazione per difendere una causa giusta.

Dopo la sentenza La Campana del Popolo non vide la luce. Sajeva non ha avuto testa e tempo per infarcire di suoi scritti il giornale.

Il 16 novembre, il Sajeva, tornando verso le 5 di pomeriggio da Girgenti, ebbe una dimostrazione popolare numerosa, una specie di ovazione. Sajeva, in mezzo alla folla plaudente e commossa, è sceso in piazza Cavour, è salito su un tavolo ed ha pronunciato un vibrato e conveniente discorso. Concludeva con queste parole: “Io Domenico Sajeva, con la penna, con la parola e col cuore, con e senza le manette, sempre con voi, come spero voi sarete sempre con me”.

Molti si commossero. La piazza era gremita di persone, come per le feste solenni di S. Giuseppe, era un muro di teste e berretti. Questa enorme alzata di popolo non è stato certamente un fatto piacevole per i medici.

Ma le cose non sono finite qui. I dottori Valenti, padre e figlio, divenuti accaniti, persecutori, pieni di presunzione e di odio implacabile, per medie persone del capitano e tenente della truppa, hanno preteso di sapere se un articolo del concorso delle spie in Austria, che Menico aveva fatto stampare ne La Campana del Popolo, alludesse ad essi Valenti ed in ogni caso volevano una dichiarazione scritta e firmata dal Sajeva. Sajeva rispose che non era obbligato a dar risposta. A seguito di ciò i messi intimarono il duello, ma Sajeva rifiutò.

Il 24 gennaio 1903 si è riunito il Consiglio Comunale per deliberare sulla proposta della Giunta, di lanciare querela contro Sajeva, per la lettera aperta pubblicata ne La Campana del Popolo, diretta al prefetto, dove chiedeva un’inchiesta amministrativa sul Comune. Il Consiglio Comunale, ab irato, ad unanimità ha autorizzato la Giunta a procedere a spese pubbliche contro Sajeva.

Sajeva si era atteggiato piuttosto bene. Dopo essersi procurato l’aura, la benevolenza popolare cominciò a voler fare l’indipendente, non sentendo i consigli degli amici e gli avvertimenti di uomini sperimentati. Eccedeva ad ogni passo, cominciava a mettersi da sé in mala voce: perdeva fautori e seguaci.

Un’altra querela sulle spalle lanciata da un corpo intero rispettabile del proprio paese, a vicinissima distanza di tempo, produceva pessima impressione nel pubblico e nell’animo dei giudici.

Nel marzo 1903 sono partiti per Palermo, per l’appello di Sajeva, i medici Gaetano Vita Guadagno Miccichè, Gerlando Spadaro, Libertino Fanara e il dottorino Calogero Valenti.

La sera del 10 marzo arrivava un telegramma a Favara con la scritta: “Domenico è assolto”. La bandiera, di buon mattino, sventolava nel casino o circolo Fratellanza ad onore di Sajeva.

In realtà Sajeva fu liberato dal carcere; ma fu condannato alle spese del giudizio ed alla multa di lire 200 invece di 1.000. Non era completa vittoria, ma era un buon trionfo!

Arrivato in Favara Menico Sajeva ha avuto una vera ovazione, un’apoteosi popolare.

La strada dell’Itria era gremita di popolo: uomini, donne, vecchi e fanciulli, tutti gioiosi e plaudenti.

 Il sindaco e i medici fecero proibire la banda musicale e l’uscita dei gonfaloni delle diverse società popolari, mentre carabinieri, guardie, delegato e truppa, erano in gran movimento nel badare all’orda di popolo che plaudiva Sajeva. Menico ha avuto un giorno trionfale. Questo fatto è servito di esempio ai medici, per valutare un’altra volta la potenza democratica.

Il giornale La Campana del Popolo del 18 agosto è divenuto più feroce di prima negli attacchi personali e assieme al giornale avverso nel frattempo nato: L’Avvenire, era divenuto una palestra indegna di sfogo, di odi, rancori e coltellate.

L’Avvenire del 21 agosto, numero doppio 28-29, con quattro pagine di fuoco, ha sparato la bomba, facendo guizzare per l’aria vampe e risuonare tuoni spaventosi. È stato vuotato il sacco delle contumacie, delle diffamazioni, dei vituperi. Sajeva è stato fatto segno a tutte le possibili ingiurie, colmato di fango e di disprezzo. Questi problemi toccavano Favara perché non c’erano uomini di carattere, non c’erano princìpi religiosi, non c’era amore di patria, carità di prossimo, desiderio di progresso civile. Favara era in uno stato grave di convulsione; c’erano tanti perché, ma nessuno poteva dare la risposta. Era un pasticcio, una completa contraddizione. La causa prima era la mancanza di caratteri, la nullità dei cittadini; una gioventù nulla, serva, che non sapeva elevarsi all’altezza dei tempi e al bisogno, che col suo operare insano, andava riducendo il paese ad una tomba. Nel pubblico c’era grande aspettativa: pace o guerra. La curiosità era immensa. L’opinione delle plebi era mutevole soprattutto in questi eccessi. Un giorno gridava evviva, un altro giorno muoia, muoia! Menico Sajeva gridava a tutta gola, si scalmanava dentro la casa della sua Fratellanza. Un grosso codazzo di zolfatai gli faceva corona.

Alla fine di agosto si intavolavano trattative di rappacificamento fra i redattori de L’avvenire e il Sajeva. Ci lavoravano il pretore, il delegato e l’ing. capo della Provincia Gibilaro.

I vecchi, coloro che componevano il piccolo patriziato locale erano tutti scomparsi; restavano i giovani, che dovevano essere civili, progressivi, pionieri dei tempi nuovi e invece davano il più triste spettacolo, lottando tra il fango dei vituperi, delle calunnie, delle insinuazioni. Invece di porgere esempio di virtù, di amor patrio e moderazione, offrivano alle plebi già abbastanza abbattute, uno scandalo continuo e ripugnante.

All’inizio di settembre il prof. Francesco Scaduto fu chiamato da amici comuni per comporre il dissidio, oramai pericoloso, tra Sajeva e Vita Guadagno e Bennardo redattori de L’avvenire. L’8 settembre è venuto Scaduto; poi è sopraggiunto l’avv. Pepè Bruccoleri da Girgenti e il delegato Montalbano. Si sono appartati in una camera, per discutere il componimento amicale tra gli arrabbiati avveniristi e la maledica Campana. Sono usciti dopo lunga discussione senza concludere nulla. A sera Scaduto e il sindaco Giglia sono andati a trovare Sajeva nel casino Studio e Lavoro. Menico Sajeva ha avuto l’abilità di fare venire, ad pedes, il sindaco e il prof. Scaduto! Fenomeni strani e scandalosi!

Menico Sajeva ha gettato un paese in uno stato di anormalità, in un parossismo convulsionario e morboso. Segno non tanto del valore effettivo del Sajeva, quanto della degradazione e tendenza immorale del popolo: perché un popolo saggio non si poteva lasciare manomettere da un Pietrino L’Aretino novello.

A sera i dissidenti hanno fatto una specie di pubblica dimostrazione. Tutti riuniti, insieme, altresì, al delegato, a Scaduto ed altri, hanno passeggiato su e giù per la strada "Nuova" (corso Vittorio Emanuele). La pace era fatta. I veri offesi, che hanno perduto molto, sono stati quelli de L’avvenire. Sajeva era il perturbatore, il virulento, il sarcastico gladiatore che, pur ferito, non sentiva dolore e non aveva sangue da perdere. Ma, meglio così che affrontare mali peggiori!

Il direttore de La Campana del Popolo, il malefico Sajeva non sapeva moderarsi. La satira, la maldicenza, il prezzo sardonico, l’arma del ridicolo erano le sue arti consuete, da cui non poteva o non sapeva allontanarsi. Si rigirava tra piccolezze, punzecchiava le parti meno malate, si attaccava ai peli e lasciava da parte le travi. Si sfogava contro il consigliere comunale, contro il sindaco suo amico e contro qualche altro. Non scopriva le piaghe larghe e sanguinose, non si fermava sui furti o peculati, sulla negazione di ogni bene in fatto di criteri amministrativi, sull’immoralità, sulla corruzione, sui parassiti che mangiavano al Comune, dissanguando il popolo. Sajeva quando soddisfaceva i suoi istinti forsennati di maldicenza non si curava di altro. Sajeva era un repubblicano sui generis, un repubblicano comodista. Ciò che a lui piaceva, stava bene. Si pasceva di trizzi e di arzigogoli, di miseri giochetti di parole, promuovendo il riso indecente. Queste cose a Favara piacevano. Si battevano le mani. L’ambiente era lurido e nero.

Le intemperanze e maldicenze giornalistiche di Menico Sajeva, la sua irrefrenabile e continua febbre di assalire e aggredire le persone ha fatto molto male al padre Giovanni, che ha perso la migliore clientela, gli amici, gli affari. Il primo semestre 1904 Menico è stato espulso dalla casa paterna. Il sicario della penna è andato a rincantucciarsi nel misero ufficio de La Campana del Popolo, nei mezzi tetti concessigli dal casino o circolo Studio e Lavoro, in un giaciglio come un cane, solo, abbandonato. Forse gli pareva di guadagnare merito con queste privazioni e divenire martire.

Sajeva continuava a lanciare fulmini contro il sindaco Giglia e lo diceva anche ignorante. Se continuava come aveva cominciato, Menico si sarebbe consacrato col suo stesso fuoco, come lo scorpione che, quando non poteva inoculare altrui il proprio veleno, si mangiava la coda e moriva. Nella sua La Campana del Popolo fulminava Giglia, ma nessuno se ne curava. Giglia e i suoi opponevano il più profondo silenzio e se si continuava così, Sajeva era destinato a rimanere nullo.

Diceva molte cose vere contro Giglia, ma quel dir male per sistema, quell’eccedere nelle ingiurie e nelle frasi virulente muoveva a sdegno il pubblico dei lettori. Povero grillo! Era destinato alla pazzia seguendo le orme del suo nonno Menico.

Il Sajeva già si firmava dottore. Si creava un titolo senza averlo. Si credeva importante e con ciò mostrava vanità, orgoglio e nullismo. Ha formato una fanfara reclutando nella sua Fratellanza i trombettieri reduci dall’esercito, che suonavano piuttosto benino. Egli lo faceva, per avere uno strumento di chiasso, di svegliapopolo, uno stimolo entusiastico musicale di disordine, una riviviscenza dei famosi fasci del Colaianni. Fatto sta che venne cacciato via anche dalla Fratellanza degli zolfatai.

Sajeva viveva da eccentrico, da pazzo, cacciato dalla famiglia. Il dir male di tutti era la sua missione e la sua afflizione e castigo, poiché a poco a poco si circondava di odi sempre più fitti e più forti.

Il 5 dicembre 1904 i parenti snidarono Menico Sajeva dal mezzalino del casino Studio e Lavoro e lo fecero rientrare in famiglia, ma lui continuava ad essere quello che era: sempre maldicente.

Con la sua Campana Menico Sajeva per più di un mese, ha frustato a sangue il Giglia sia come uomo che come magistrato, ma il 12 gennaio 1905 si è tolta la maschera. In carrozza, appositamente locata, per Girgenti è partito il sindaco, il delegato Montalbano, Pasquale Andreoli e qualche altro, mezzani di codesti negozi. Lì si era convenuto doversi trovare Menico Sajeva. Si fece una doppia P: pace e pasticcio.

Ed ecco che un vilissimo maldicente, un volgare e incorreggibile denigratore, che si vantava di carattere adamantino, di indipendenza assoluta, avido solo di giustizia, scendeva senza saper perché all’abbraccio fraterno col suo denigrato sindaco Giglia e suggellava l’atto complesso con l’agape cristiana.

Il commendatore Giglia, il caporione dei civili, il volpone, colui che teneva il bastone del comando sugli armenti cornuti, attorniato da larga e poderosa parentela e clientela, dopo aver taciuto, almeno in apparenza, dignitosamente, ha dimostrato che il suo tacere non era stato atto di dignità umana, ma paura mista a vigliaccheria.

Dopo un pugilato sanguinoso, senza scopo e senza conclusione, divennero agnellini, si fiutarono, si leccarono e belarono insieme l’inno della pace.

A sera, tornando da Girgenti in Favara, tanto per celebrare come suol dirsi, una grande messa solenne, tutti scesi dalla carrozza, in corteo magno, incluso mastro Vannillo Sajeva, padre di Menico; hanno trionfalmente accompagnato a piedi il sindaco sino alla porta della sua casa, offrendo un grazioso spettacolo alla popolazione favarese.

Sebbene un atto sia stato eseguito in Girgenti, questa farsa è stata rappresentata nel teatrino di Favara. Che cosa si è rappresentato? Un poema eroicomico. Don Chisciotte montato sul suo gran ronzino detto La Campana del Popolo, armato da un grande spadone, da molti scudisci, fruste e flagelli, è apparso sublime e severo, ed ha menato colpi a dritto e a rovescio. “Ecco, signori, guardate bene, la mia durlindana non rispetta nessuno, ferisce nel buio e nel meriggio. Io sono il rivendicatore dei diritti del popolo, io sono il severo esaminatore di tutti i pubblici uffici e di tutti coloro che governano ed amministrano, dai più alti scalini fino alle ultime soglie, sono la vera oca del Campidoglio. Dove vedo il male, grido a squarciagola e do l’avviso; dove vedo un velo, che copre una piaga, lo spezzo e lo metto in chiaro; dove vedo una combriccola di truffatori o di pubblici abusatori, sferzo a sangue e faccio ballare senza volerlo ogni sorta di reo. Giudici di pace titolari e vice, regi procuratori, signori che trafficano la giustizia, per me tutti si equivalgono, li attacco, li svergogno e me li metto sotto i piedi. Io sono il vero erede della Mancia moderna. Guardatemi, specchiatevi su di me, amministratori, e tremate”.

L’uditorio di questa farsa aveva i suoi posti distinti e i suoi posti comuni. I civili, i giovani, che erano la speranza e la forza, energia vera del paese, erano burattini e quindi, nel godimento dell’eroico spettacolo, non si trovavano che nel loro elemento, come il pesce nell’acqua e l’uccello nell’aria. Il resto del popolo vero, del popolo lavoratore, che pagava, che non era corrotto fino alle ossa, mirando le sciabolate di don Chisciotte, vedendo un sindaco, che sprizzava sangue da tutte le carni flagellate, inarcava le ciglia, aspettava l’effetto, il trionfo della giustizia ed invece non constatava che lo scioglimento strano inaspettato dell’eroicomico dramma. Per incanto si sono sanate le ferite, si è stagnato il sangue. Don Chisciotte ha deposto la durlindana, ha abbracciato il sindaco e tutto è finito. La Campana del Popolo di Favara dopo aver suonato col martello del terrore e della minaccia, ha suonato con la carezza. Di punto in bianco, un desinando al Caffè Palermo, una scenetta preparata da una combriccola, una stretta di mano ed è tutto finito. Ecco la grande morale della favola!”.

Il popolo si sentiva sconvolto, non sapeva più giudicare, la logica era spenta.

Diceva il barone Mendola: "Nel mio paese ci sono burattini e marionette e, alla testa, pochi Cagliostri e arruffapopoli che si arrabattono; un popolo numeroso che soffre e geme.".

Il fine della buffonata fra Giglia e Sajeva in effetti non era la pace per la pace, ma la pace per le elezioni. Quell’anno, infatti, erano previste le elezioni amministrative di Favara e questo avvenimento faceva risvegliare certi armeggi e certe persone, che non sapevano e non potevano vivere in pace, fra cui i Valenti che agognavano ad ogni costo al recupero della vecchia fortuna e stavano come i cani da caccia a fiutare le mosse della selvaggina.

Sajeva faceva bene il suo mestiere di mestatore e di pescatore nel torbido. Un povero disperato, che cercava pane ed una tavola dove aggrapparsi in tutti i casi di naufragio, era compatibile. Sajeva aveva tutto da guadagnarci e nulla da perdere in questo indecente giochetto, ma Giglia ricco, forte nella sua posizione, perché è sceso così in basso?; neanche il fratello Filippo, tornato da Palermo, dov'era andato a rifarsi la dentiera, riusciva a persuadersi.

Questa pace è stata appresa e giudicata male da tutto il paese.

Il 18 gennaio 1905 in piazza Cavour tutti, con sorpresa, hanno goduto di due scenette graziose: due lunghe passeggiate su e giù, dapprima fra Menico e Calogero Valenti "u lungu", il fratello di Antonio, con cui parlava furiosamente, e subito dopo col magno sindaco Giglia, con cui si scambiava vicendevolmente perline d’amore, sorrisi e capriole. Si potevano indovinare i sentimenti e le correnti contrarie di pensiero in tutti questi burattini che rappresentavano le loro farse nel teatrino piazza Cavour?

Il 22 gennaio 1905 è uscito il n. 82 de La Campana del Popolo. Era un pasticcio insipido, un catechismo repubblicano buttato giù dove non c’erano repubblicani e dove il senso politico era semimorto.

Il Sajeva ha rivestito di stoppa il batacchio de La Campana del Popolo.

Nel mese di febbraio nei vari casini e circoli di Favara è stata inviata anonimamente, in busta aperta, una caricatura mista a scrittura, una satira del famigerato Menico, raffigurato come un pupazzetto appeso ad una corda, che rinunziava alla Repubblica e si attaccava ad una carta da 100 lire proveniente dal sindacato dei produttori di zolfo, per l’assicurazione degli operai contro gli infortuni del lavoro.

Nel maggio 1906 il famigerato Menico Sajeva è stato costretto a far tacere la sua Campana del Popolo. Gli stampatori non si prestavano, più perché Sajeva non pagava e perché temevano le continue molestie delle querele. Però Sajeva era un esplodente, che non poteva, né sapeva star quieto; non poteva non esercitare la innata malvagità e, assieme ai girgentani commendatore Vitale Cognata e avv. La Loggia, ha montato un nuovo giornale da ricatto intitolato: Il Rinnovamento. Bel rinnovamento, c’erano i soliti articoli virulenti e malvagi contro Valenti, contro il cassiere, contro il sindaco, il Consiglio Comunale e Provinciale, contro il prefetto, etc.

Il famigerato Menico Sajeva faceva pure il libertino e lo scostumato. Nel giugno 1906 è andato via con la corista delle operettiste Rosa Bagiana, con cui aveva avuto prima dimestichezza quando era studente in Girgenti. Mastro Vannillo, suo padre, e i fratelli, appena saputa la partenza con un carrozzino, andarono a raggiungerlo sul ponte S. Benedetto lungo la via Favara-Caldare. Dovettero staccarlo dalla carrozza per ricondurlo in famiglia.

Dopo questo avvenimento Menico Sajeva è fuggito nuovamente da casa, in lotta coi parenti e la famiglia, andando a spartire col delegato Filippo Montalbano gli osceni e venderecci amplessi di una o due puttane coriste della compagnia Montesano.

Pare che, nello scappare di casa, per seguire le sue coriste, Menico abbia preso denaro dal padre o dagli acconti che l’Amministrazione dell’Assicurazione degli Infortuni degli zolfatai gli teneva in deposito. Il padre lo seguì lungo la via Favara-Aragona Caldare, più per ripigliarsi il denaro che per altri motivi.

Menico Sajeva poi è andato a vivere definitivamente in Francia, dove ha lasciato le proprie spoglie.

 

Notizie tratte dai diari intimi del barone Antonio Mendola.

 

Geneo Storia Favara