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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Il baronello Giuseppe Mendola di Antonio

di Carmelo Antinoro

 

Il baronello Giuseppe Mendola di Antonio Giuseppe Mendola (v. foto) - nome di battesimo Giuseppe Benedetto - quarto e ultimogenito del barone Antonio Mendola e donna Rosalia Cafisi (di Stefano) 27 gennaio 1861 a Favara - † 20 febbraio1880 a Stuttgart (attuale Stoccarda).

Il primo figlio Giuseppe nacque nel 1849 e morì dopo 13 mesi;

La seconda figlia Angela nacque nel 1851 e morì a 82 anni, nel 1933;

La terza figlia nacque nel 1853 e morì dopo otto anni, 41 giorni dopo la nascita di Giuseppe Benedetto.

 

Il baronello Giuseppe Mendola di Antonio(estratto dal libro "GIUSTIZIA E VERITÀ NELLA VITA DEL BARONE ANTONIO MENDOLA - dai suoi diari intimi) - Conobbi ed entrai in amicizia con Luigi Amedeo Melegari nel maggio 1873, quando condussi a Berna mio figlio Peppino e quando lo lasciai collocato nell’Istituto di Hoffwyl (v. foto sottostante) la prima volta.

Appena arrivato a Berna, per informazioni avute e per la bellezza del sito e del fabbricato, presi alloggio col mio fanciullo nell’hotel Swapoff, vicino la stazione, dove la ferrovia entrava in città.

Di buon mattino, con le lettere del principe di Baucina e del marchese Antonio Starrabba di Rudini, mi recai dal Melegari nell’hotel Bernerhof presso la Borsa, il migliore hotel, cui seguiva immediatamente Swapoff. Faceva ancora freddo. Aprii la maniglia della grande bussola a cristalli opachi, che chiudeva l’ingresso e vidi un magnifico cane S. Bennardo. Mi guardò fissamente, quasi volesse dirmi: “Qui son Cerbero, non lascio entrare”.

Confesso che ebbi paura. Tornai indietro richiudendo i cristalli e pregai il guarda porta dell’hotel di accompagnarmi. Si pose a ridere. L'istituto Hoffwyl di BernaMi disse in francesce: “Non è nulla, non abbiate paura, io lo conosco, è una buona bestia”; ed io: “Sarà così, ma io vi prego per favore di accompagnarmi” e tosto con compiacenza prese la via guidandomi.

Appena entrati cominciò a carezzare quel magnifico cane che non si mosse, si mostrò veramente buono e montai su per la bella scala. Appena entrato si alzò un domestico in livrea, mi chiese il nome, mi annunziò al padrone, al ministro plenipotenziario del regno d’Italia presso la confederazione elvetica. Dopo pochi minuti mi trovai in presenza del ministro. Aspettai un poco in piedi. Si aprì un uscio e comparve un bell’uomo alto, grosso, imponente, grave e lieto, quasi sorridente. Mi presentai da me e consegnai le lettere. Il Melegari, lettele, mi fece sedere e con modi assai cortesi mi intrattenne un poco. Lo pregai narrandogli la mia paura del cane a farlo mettere in sicuro. Il Melegari sorrise bonariamente: “Avete troppa paura di questo buono e fedele animale” disse, e chiamò tosto il cameriere toccando, un bottone elettrico, dando gli ordini opportuni per contentarmi, come se fossi stato un suo vecchio amico, un suo parente. Melegari in questo primissimo incontro mi parve una figura impastata di forza e gentilezza. Mi disse: “Abbiamo già otto italiani col vostro figlio ad Hoffwyl, io lo terrò caro come gli altri e voglio vederlo”.

Così soddisfatto e arcicontento di aver trovato un amico, un quasi parente, tornai all’hotel e presi una carrozzella di piazza preferendola alla ferrovia, mi recai col mio Peppino a Hoffwyl. Qui non starò a raccontare la scena della presentazione, del pianto di mio figlio davanti al direttore Edoardo Muller e dei vari comici aneddoti, per equivoco di lingua e di frasi, passati fra me e le giovani cameriere dell’Istituto.

La mattina dopo lo condussi in casa Melegari. Il ministro si mostrò affabile e carezzevole col figliolo mio. Lo colmò di buone parole. Gli disse: “Sarete spesso con me e con gli altri italiani, in casa mia”. Indi fece chiamare la sua signora moglie assai distinta, una svizzera tedesca. Io cominciai a parlarle francese, ma tosto il Melegari mi disse: “La moglie di un ministro italiano deve saper parlare l’italiano e lo parla già, molto più con gli italiani”. ...

Andavo spesso solo o con mio figlio in casa Melegari.

Un giorno la signora mi presentò la sua fanciulla, quella stessa Dora poi divenuta scrittrice valorosa in diverse lingue. ... Chi avrebbe mai potuto profetizzare che dopo 33 anni avrei dovuto ricordarmi di Dora?

Amedeo Melegari prese affetto quasi paterno per il mio figlio.

Lo invitava spesso a pranzo, segnatamente nelle grandi solennità. Inoculò a mio figlio la mania diplomatica. Ad ogni costo voleva entrare in questa carriera e tutto era già disposto per contentarlo. Se egli non si fosse spento mentre terminava il corso di scienze naturali in Germania, nel politecnico di Stuttgart, capitale del Würtemberg, sarebbe andato a finire in qualche ambasciata italiana in oriente.

Io non volevo che mio figlio prendesse quella via, lo volevo presso di me, nel suo paese a migliorare la propria condizione ed allo stesso tempo quella della nazione, con l’agricoltura scientifica razionale, con l’industria, etc.; ma fu così tenace, così profondo l’innesto melegarico della passione diplomatica dentro le vene di mio figlio che non potei distoglierlo.

Io allora feci un sospetto. Un sospetto tutto mio, intimo, cioè che il Melegari avesse potuto fin da allora intravedere le possibili nozze tra la sua Dora e il mio Peppino; però Melegari non ne diede mai nessun segno, nemmeno la sua signora e la figlia che andava crescendo. Quel dubbio entrò nella mia testa solamente per la comunicata passione della carriera diplomatica imposta dal Melegari nella persona di mio figlio. Era certo però che c’era una certa dimestichezza tra la Dora e mio figlio.

Il Melegari spesso, quasi tutti i giorni, nei mesi primaverili che io passavo quasi sempre a Berna, faceva delle lunghe passeggiate con me, godendo la frescura e la verde smaltatura delle belle colline e degli altipiani, che circondano la capitale delle genti elvetiche.

Il Melegari era tanto buono, dotto e liberale, quanto modesto e riservato.

Egli, l’amico fidato di Mazzini, non mi parlò mai di questa amicizia, che di per se stessa formava un vanto, un pregio, una gloria.

Solamente dopo lunghi anni, per mezzo della pubblicazione del carteggio col grande cospiratore genovese ho appreso chi era Melegari, patriota e più che patriota, amico e propugnatore della libertà internazionale, di tutti i popoli. ...

Il Melegari, dall’ottobre 1867 era ministro a Berna. Nel 1876 fu poi ministro degli Esteri del regno d’Italia quasi per un anno. Io scrivevo spesso al Melegari, ma appena nominato ministro, fatta la mia rituale congratulazione, ammutolii e troncai qualsiasi carteggio. Quando tornò a Berna, a ministero finito, ripresi le abitudini consuete.

Così praticai sempre con Crispi e Rudini. Tutti gli anni, per Natale, mandavo una bella scatola di cucuzzata che facevo apposta lavorare da Salvatore Gulì, famoso dolciere di Palermo e facevo rivestire la scatola con grande eleganza, poiché l’arte dell’ingentilire favorisce il dono.

Per usare squisitezza di modi e ringraziamenti, la famiglia Melegari non mangiava la zuccata senza prima aver fatto vedere la bellezza delle decorazioni artistiche a mio figlio.

Dopo tanti anni Dora pensava più a tutto questo? Io qui, solitario, abbandonato, lontanissimo dai tempi, dai luoghi, da lei nell’intimo rimescolio delle reminiscenze, scrivevo queste parole che per così dire rimanevano tacite, occulte, ignote.

Quando stavo col Melegari vedevo un patriarca, un uomo gioviale, un bel conversatore, ma non seppi indovinare e conoscerne la grandezza, il patriottismo. Solo dopo 30 anni, attraverso tante vicende, questa figura mi parve altissima, sublime, splendente di virtù. Egli stava già da un pezzo nel mondo degli spiriti, forse vedeva e leggeva questi pensieri, che la mia penna sollecitamente e forse scorrettamente deponeva sulla carta e che cosa poteva dire di me? Io oscuro anacoreta di villa Piana, un tempo fui in contatto con un personaggio illustre di cui si occupa la storia.

Quando penso e ripenso alla vita, la dico un mistero, una miscela di cose, le più strane e alle volte le più ripugnanti: Melegari entrava nel tempio della fama, io sprofondavo nell’abisso dell’oblio e del sepolcro. Eppure siamo stati in contatto. Il carteggio lungo ed intimo, sebbene non tutto, del Mazzini col Melegari, mostrava l’alta levatura del Melegari.

Ho perduto il mio unico figlio Giuseppino il 20 febbraio 1880, all’età di 19 anni. Era buono, saggio, bello.

Dagli 8 a 13 anni fu messo nelle grandi preparazioni di Hoffwyl presso Berna e già a quell’età parlava il tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo. Poi è passato a Lipsia a studiare le grammatiche. Da 14 a 15 anni imparò benissimo il greco e latino. A 16 anni aveva intrapreso lo studio delle lingue orientali. Era pianista, disegnatore e non aveva i vizi appartenenti alla maggior parte della gioventù del suo tempo. Era passato a Stuttgart, capitale del Würtemberg, nella Germania sud-occidentale, per il corso di scienze naturali.

Era stato 10 anni in Svizzera e Germania, sanissimo, robusto, mai ammalato. Era una perla di ragazzo, buono, saggio, studioso; era l’idolo mio e del paese mio; era la mia speranza, il mio tutto; aveva la stessa passione per la musica e la pittura di suo nonno Giuseppe.

Nell’inverno 1879-1880 a Stuttgart, gli eccessi del maltempo raggiunsero gli estremi. Peppino, era robusto quando fu colpito da una terribile polmonite e pleurite che in soli tre o quattro giorni lo spedirono al sepolcro. Io restai stupido. Con lui perdetti tutto, la famiglia, la consolazione della vecchiaia e rimasi solissimo.

Ho cercato la quiete dedicandomi alla beneficenza e le spese mi hanno sopraffatto. Ho cercato la calma e il conforto nella rassegnazione in Dio e nel tempo. Ho costruito un orfanotrofio di femminucce, cercando di sostituire l’eredità degli affetti con le orfanelle. Annesso all’orfanotrofio ho costruito pure un asilo di invalidi al lavoro, stabilimenti che mi sono costati circa mezzo milione di lire. Ho realizzato una palazzina dedicata alla sapienza recante in fronte Popularis Sapientiae Loculus, cioè luoghicciolo di popolare sapienza. In essa vi erano la biblioteca, i gabinetti di chimica e fisica, un osservatorio meteorologico, una legatoria tipografica e un museo di scienze naturali a decoro e utilità pubblica.

Quello che facevo non era un trastullo o un diletto personale, ma l’adempimento di un dovere religioso e civile.

In testa a tutte le mie opere stava scolpito a lettere cubitali: Il soverchio datelo ai poveri.

Ero socialista convinto, ma cristiano, un socialista solitario. Ammettevo prima Dio, poi la famiglia e le proprietà. In questa valle di lacrime piangevo, pregavo e pensavo, dopo la mia morte, di riunirmi alle mie amate creature, nel cielo, dove la morte è sbiadita per sempre e dove sono perpetui i gaudi delle anime riunite in quella eterna carità che riassume e concentra la famiglia, l’umanità e l’universalità di tutti gli esseri angelici in una cosa sola.

Il 24 maggio 1906 Girolamo Di Pasquale, nell’occasione che sua nuora andava a sgravarsi di un bambino, mi ha chiesto qualche culla, giustamente presupponendo che io ne dovessi avere ancora una.

Gli ho dato quella dove furono allevati i miei figli, tutta in rame, ancora bella e intatta.

Nel rivederla, si sono destate in me tante dolci emozioni.

Io serbavo questa culla come un caro ricordo di famiglia, che sarebbe stato trasmesso ai miei; ma, ohimé! non c’era più nessuno, tranne il ricordo.

Con me moriva ogni cosa. Dopo di me non esisteva più nessuno, che poteva essere attaccato alle reminiscenze familiari. Non c’era maggiore sventura che ricordarsi del tempo felice nella miseria.

I miei figli erano scomparsi. Da questo lato c’era la miseria.

Quanti ricordi mi ridestava questa culla! Aveva visto attorno a se tante feste, tante gioie, tanti veli e fiori. Poi i bambini che ci stettero dentro a vagire furono anzi tempo mietuti dalla morte e la culla restò deserta. Poi fu riposta e abbandonata in un angolo buio di un mezzo tetto cullando ragni e vestendosi delle loro tele.

 

Si legge nel fremdeubuch dell'istituto Emanuele Fellemberg di Hofwyl a Berna: Maggio 1873 - Giuseppe Mendola, originario della Sicilia, figlio di Antonio e di Rosalia Cafisi. Alunno esemplare e ben educato, di buona famiglia aristocratica della città di Favara (Girgenti). Motivato negli studi; sempre con ottimi risultati; di buon esempio per il suo comportamento nei confronti dei suoi compagni di scuola. Ha buoni contatti con tutti ed è molto stimato da tutti i suoi compagni di scuola. Dal punto di vista amministrativo la famiglia è stata sempre puntuale e gentile, rispondente sempre a tutte le nostre direttive.*

 

*Scheda gentilmente inviata da Berna dal prof. Antonio Sutera.

 

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