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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

PERSONAGGI VARI

di Carmelo Antinoro

      

Ambrosini Vittorio

(giornalista, militante politico)

 

 

Ambrosini Vittorio (Favara, 26 febbraio 1893 - Roma, ottobre 1971) figlio del maresciallo dei RR. CC. Giovanni Battista (1846-1907) di Nola, in servizio a Favara, e dalla direttrice didattica favarese Carmela Lentini.

Vittorio fu un personaggio singolare che attraversò lo scenario combattentistico di entrambi i conflitti mondiali, con ripetuti spostamenti su opposti schieramenti politici. Attraversò i due conflitti mondiali ed il dopoconflitto con prese di posizione alternanti e contraddittorie. Già nel 1913 era a Berlino quale corrispondente del Giornale di Sicilia. Nel 1915 era un interventista di sinistra. Dopo Caporetto è andato volontario nei reparti d'assalto, col grado di capitano alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1919, immerso nell'ambiente futurista, assieme ad altri Arditi futuristi, fra cui Giuseppe Bottai e Mario Carli, fondò l'Associazione fra gli Arditi d'Italia. Era il periodo di forte legame fra ex Arditi futuristi ed il giornale Il Popolo d'Italia di Benito Mussolini. Chi spezzò il legame fu Mario Carli col suo famoso articolo Arditi non gendarmi nel giornale di Associazione fra gli Arditi d'Italia intitolato l'Ardito, dopo l'assalto squadritistico alla Camera del Lavoro di Milano (era pure presente Filippo Tommaso Marinetti), dando le premesse di appoggio carismatico alla fondazione degli Arditi del Popolo di Argo Secondari del 1922.

Ambrosini, scrisse pure su Roma futurista ed era su posizione di confuso socialismo rivoluzionario. Fondò la sezione degli ex Arditi di Palermo e nell'aprile del 1919 i primi Fasci di Combattimento mussoliniani in Sicilia. Nell'immediato prosieguo partecipò al tentativo di golpe ante-litteram con Argo Secondari, tentando di spingere all'insurrezione ed alla presa di potere i militari di stanza a Pietralata, episodio dai contorni molto confusi.

Vittorio Ambrosini e Giuseppe Mingrino erano fra i nomi di spicco del Fronte Unito Arditi del Popolo, anche se non si possono annoverare fra i maggiori capi militari del movimento, ma pare abbiano avuto rapporti di collaborazione con la polizia segreta fascista.

Nell’estate del 1919 l'Associazione Arditi, con tre dei più autorevoli membri e dirigenti: Mario Carli, Cesare Maria De Vecchi e Vittorio Ambrosini, malgrado il personale interessamento di Mussolini, non volle aderire al fascio delle forze interventiste per orientarsi verso il movimento socialista. Ambrosini scrisse una lettera all'Avanti con cui annunciava la rottura di buona parte degli arditi futuristi con Mussolini, ma la risposta dei socialisti (almeno quella ufficiale) fu di invettive contro Ambrosini ed Argo Secondari, ponendo fine al mai iniziato legame fra gli ex Arditi ed arditi futuristi coi socialisti. Nella pratica, però, le cose andarono diversamente, perché molti socialisti entrarono nel fronte unito Arditi del Popolo, fra questi anche persone di enorme caratura come Guido Picelli, deputato al parlamento e capo carismatico del fronte unito Arditi del Popolo parmense.

Nello stesso anno Ambrosini scrisse diversi lavori per l'Avanti attaccando Mussolini ed i futuristi, ricevendo lodi da Amadeo Bordiga. Entrò, poi, nella Guardia Rossa di Milano, di cui si hanno pochissime informazioni e, in concomitanza col biennio rosso di Torino, fondò gli Arditi Rossi. Dei rapporti fra Ambrosini ed il gruppo soviet ne parlò Giuseppe Berti, militante e storico delle vicende del PCI., additando quasi il capitano Ambrosini quale infiltrato della polizia, cosa che periodo fu assolutamente indimostrata e falsa. In quel lasso di tempo nel giornale Soviet venne pubblicato l'intervento di Ambrosini e le sue posizioni si poterono riassumere come d’appoggio ai consigli di fabbrica, al metodo rivoluzionario dei soviet.

Nel periodo del biennio rosso, Ambrosini strutturò gli Arditi Rossi col giornale L'Ardito Rosso, edito presso il fascio giovanile socialista di Milano. Il PSI non ebbe struttura paramilitare di autodifesa e risultava inadeguato sia a guidare i fermenti rivoluzionari dell'epoca che a difendere le sedi e le manifestazioni dagli attacchi squadristi. Le spinte di Bordiga e della federazione giovanile del PSI non sortirono effetti a livello di organismi centrali del partito per cui c'era tutta una fioritura di formazioni di difesa proletaria che agivano in modo scoordinato anche se, in casi puntuali, infliggevano dure lezioni agli squadristi: gli Arditi Rossi erano una di queste.

Nel febbraio 1921 venne attaccata e distrutta dagli squadristi la sede Il Lavoratore di Trieste, e finirono in carcere Giuseppe Tuntar ed i compagni triestini. Nel frattempo Ambrosini, deluso per la non forte adesione del PCI, a livello di organismi centrali, alla strutturazione degli Arditi Rossi ed in quanto gravato da numerosi mandati di cattura, continuò le sue peregrinazioni. Fuggì a S. Marino. Si mise a disposizione della neonata frazione comunista del PSI e tentò di raggiungere D'Annunzio per prendere Fiume, ma non riuscì nell’intento a causa dei mandati di cattura che gli impedivano movimenti sul territorio nazionale. Si recò ripetutamente a Vienna, città riconosciuta da tutti i servizi segreti quale crocevia per la connessione con la rivoluzione Bolscevica ed i suoi emissari. A Vienna la polizia indicò Ambrosini appartenente ad un fantomatico gruppo affiliato alle ancor più fantomatiche Bande Rosse di Pietroburgo, assieme a Nicola Bombacci.

Fra i dirigenti del PCI, Ambrosini e Nicola Bombacci fecero parte della minoranza favorevole agli Arditi del Popolo seguendo nettamente le indicazioni dell'Internazionale comunista. Gramsci vedeva di buon occhio il Fronte Unito Arditi del Popolo, e aveva cercato di incontrare Gabriele D'Annunzio quando si era reso conto del senso in cui stava stava evolvendo l'impresa di Fiume.

I militanti comunisti, contravvenendo alle indicazioni del partito, ma seguendo quelle dell'Internazionale divennero numericamente il gruppo più consistente del Fronte Unito Arditi del Popolo.

Ambrosini, fedele alla linea dell'Internazionale, pubblicò il libretto Per la difesa e la riscossa del proletariato italiano, in cui continuò a dissentire la linea Bordighiana sui metodi di autodifesa proletaria e, dopo il congresso di Roma del 1922, si dimise dal PCI.

A Vienna, all'inizio del 1923, fondò il nuovo raggruppamento dal nome PCI Unificato non riconosciuto dal PCI. Ambrosini entrò nel Circolo proletario Andrea Costa e nel comitato degli esuli ma ne fu ben presto espulso. Si avvicinò a personaggi legati al dissenso fascista, ma era ancora individuato dai servizi polizieschi come emissario dell'Internazionale.

Alla fine del 1923 Nicola Bombacci fece un singolare discorso in parlamento in cui si ipotizzava un'alleanza fra fascismo e Russia sovietica mentre era presente a Vienna Attilio Tamaro delegato del P. N. F. per vedere se c’erano condizioni per una alleanza fra Russia, Italia e Germania; Ambrosini fu un tramite per queste manovre.

Ambrosini, tornato in Italia nel 1924 al momento dell'omicidio di Giacomo Matteotti, assunse posizioni contro i socialisti ed accettò incarichi come agente provocatore da Crispo Moncada, scrivendo contemporaneamente su l'Epoca, quotidiano di Giuseppe Bottai, e su l'Intellettuale del fascismo legato all'ambiente futurista ed ardito futurista.

Ambrosini era ancora fra i fondatori della rivista La Sintesi, così titolata in riferimento ad un discorso di Mussolini del 7 giugno 1924 in cui indicava una via politica di congiungimento fra i due grossi movimenti rivoluzionari del dopoguerra: il fascismo ed il bolscevismo. La rivista Sintesi venne sciolta nel 1926 ed Ambrosini fondò Movimento Impero Lavoro e scrisse sulla rivista Lo Stato Sindacale. Svolse, nel contempo, un lavoro di tramite fra ambienti fascisti ed addetti all'ambasciata sovietica.

La vicenda di Ambrosini nel periodo, ed in parte anche nel prosieguo fu, in certo qual modo, simile a quella di Nicola Bombacci e nel fuoriuscitismo francese si intrecciò con quella di Giuseppe Mingrino, già deputato socialista negli anni “20, schierato nell'appoggiare gli Arditi del Popolo. Ambrosini e Mingrino furono gli unici due autorevoli nomi, legati agli Arditi del Popolo, che ebbero connivenze col fascismo, o peggio, ne diverranno agenti provocatori, mentre Nicola Bombacci, dopo varie giravolte, si riavvicinò al fascismo nel suo momento più tragico, sperando ancora di riportarlo alle origini rivoluzionarie. Occorre rimarcare i legami fra Bombacci e Mussolini che perdurarono durante tutto il regime, fino ad essere giustiziati assieme.

Ambrosini andò a Parigi nel 1926 assieme ad Alfredo Gerevini (al soldo dei servizi riservati italiani), infiltrato nel gruppo sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, prendendo contatto con Giuseppe Mingrino ed insieme facendo da delatori e, soprattutto, da agenti provocatori nell'ambiente dei fuoriusciti.

Ambrosini, tornato in Italia, fu spedito al confino dal regime fascista per aver fatto il doppio gioco, e vi rimase fino al 1931, quando venne liberato. Subito dopo iniziò a collaborare con la polizia politica fascista; riprese le amicizie coi vecchi compagni antifascisti e cominciò ad inviare informative su questi ultimi ai servizi del regime. Detta collaborazione continuò fino al maggio del 1943. A Roma, nel 1936, fu editore di Lo Stato Corporativo, ma, allo scoppio della guerra, collaborò con i fascisti dissidenti di Felice Chilanti che nel prosieguo divenne uno dei capi della più forte compagine della Resistenza romana Bandiera Rossa Roma.

All'inizio del 1942 venne fatta una denuncia secondo la quale un gruppo di una settantina di fascisti di sinistra stavano preparando un colpo di mano per eliminare i fascisti reazionari, Ciano compreso, e alla guida di questo gruppo avrebbero dovuto esserci Ambrosini e Felice Chilanti.

Dopo la guerra Ambrosini iniziò ad organizzare un comitato di difesa per quelli su cui pendeva il sospetto di essere stati spie fasciste.

Fondò Il tribuno socialista ed il Gruppo politico indipendente Italiani di Sicilia di Africa e del Mediterraneo. Si candidò all'Assemblea Costituente senza essere eletto, assumendo anche la difesa di Amleto Poveromo, uno degli assassini di Giacomo Matteotti. Nel 1958 si candidò col MSI da cui si staccò passando alla destra democristiana.

Ambrosini si muoveva freneticamente, facendo e disfacendo, passando da una parte all'altra, ordendo strane trame. Nel 1956 fu presidente dell'Ente Nazionale Difesa Civile d'Italia, presidente dell'Ente Italiano Assistenza per il Ceto Medio, Proletariato intellettuale e Sottoproletariato, nonché direttore del periodico La difesa dell'Italia e degli Italiani.

Indro Montanelli ha scritto a Leo Longanesi di essere stato sfidato a duello dall'avvocato Vittorio Ambrosini a causa di un suo articolo sul Corriere della sera.

Il 14 dicembre 1960 Ambrosini ha scritto ad Almirante, al ministro dell'Interno Franco Restivo e al deputato comunista Achille Stuani, dicendo di essere a conoscenza di alcuni retroscena della strage di Piazza Fontana, facendo il nome di Ordine Nuovo, dicendo che gli attentatori andavano ricercati nel gruppo di dissidenti usciti dal MSI, andati in licenza premio in Grecia. Nel luglio 1970, interrogato dai magistrati, ritrattò tutto. Ma un anno dopo, incontrandosi con Stuani, confermò di essere al corrente di fatti gravi.

Nel settembre 1971 Ambrosini venne ricoverato in ospedale per sospetto infarto. Il 21 ottobre morì suicida, lanciandosi dal settimo piano della clinica (la sua camera era però al quinto), dopo aver lasciato un biglietto di addio, ma le circostanze della sua morte non sono state mai chiarite e molti dubbi ancora oggi rimangono sul suicidio.

 

 

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