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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

GLI OSPEDALI

di Carmelo Antinoro

 

L'ospedale S. Nicolò 

Un momento abbastanza significativo e probabilmente determinante per la fondazione dell'ospedale fu l'elevazione dello Stato di Favara da baronia a marchesato. Nel 1559 con privilegio Reale veniva concesso a donna Giovanna de Marinis di elevare lo Stato di Favara a marchesato.

Scriveva l'abbate Vito Amico: Un ospedale finalmente ci era, testimonio il Pirri, nella chiesa di S. Nicolò, oggi deserto.

L'ospedale era retto da un procuratore, da un vicario, da uno o più deputati, da uno o più rettori e da un detentore dei libri. Alla conduzione sia dell'ospedale che della chiesa di S. Nicolò contribuivano i cappellani per la celebrazione delle messe e per la solennizzazione della festa del glorioso santo, il sacrestano, il notaio, i medici, le nurrizze per il nutrimento dei bambini bastardelli, gli aromatari per la fornitura dei medicamenti, il barbero, il mastro marammiere ed i manuali per la manutenzione delle fabbriche ed altre persone ancora. Gli introiti provenivano da censi e gabelle su terreni, case e botteghe.

Tra la seconda metà del sec. XVII e la prima metà del XVIII gli introiti ammontavano mediamente a 25 onze all'anno (circa 7.750 euro attuali).

Tra la seconda metà del 1600 e la prima metà del 1700 allo spitaleri venivano assegnate 3 onze all'anno per governare li poveri infirmi; al cappellano per la celebrazione di tre messe per settimana, comprese le feste comandate, veniva assegnato un salario annuo di 8 onze; per solennizzare la festa di S. Nicolò venivano spese onze 2 per cera, per sparaturi di maschi, maschi, giummarri e per paraturi della chiesa; inoltre 6 tarì per salario di barbero, 2 tarì per suonare il tamburino ed altre spese ancora per il servizio dei medici, per acquisto di cera lavorata per la chiesa, per medicamenti, per conzare le fabbriche della chiesa e dell'hospidale, per l'ostij, per vistimenti, scarpi, calzarelli, faldari di lana, linzola, matarazza, motande, tele, gipponi, cutricelli, fasci e pannizzelli.

Nel 1768 i deputati delle venerabili chiese e luoghi pii di Favara arciprete Giuseppe Cafisi, vicario sac. Girolamo Mendola e sac. Calogero Vita si attivarono per la ristrutturazione dell'ospedale.

Nel 1770 il protonotaro apostolico ed arciprete di Favara dott. Giuseppe Cafisi concedeva di utilizzare una casa di sua proprietà, dietro la madrice, nelle more della nuova costruzione da realizzare accanto la chiesa S. Nicolò. Nello stesso anno l'ospedale veniva ampiamente ristrutturato.

Notevoli lacune documentali di epoca successiva non permettono di stabilire se l'ospedale abbia avuto periodi di inattività; tuttavia nel 1804 l'impianto era ancora in vita.

Nel 1819 l'impianto probabilmente non era in funzione; nessuna menzione infatti veniva fatta in una lettera indirizzata al rettore della chiesa di S. Nicolò sac. Antonio Vullo da parte di Marco Indelicato, canonico della cattedrale di Girgenti. Intorno al 1890 l'ospedale cessava di funzionare.

 

L'ospedale della Grazia della Portella

Nella seconda metà del 1800, essendo venuto meno l'uso dell'ospedale S. Nicolò e nel contempo anche del cinquecentesco cenobio di Maria SS. della Grazia della Portella, dietro petizione popolare si pensò di trasformare quest'ultimo in ospedale per dare sostegno alla povera gente.

Nel 1880 il Consiglio comunale istituiva un'opera di beneficenza in favore dei poveri. Il primo pensiero fu quindi quello di recuperare e riadattare i locali della Portella e per questo non mancarono le oblazioni di persone sensibili. I locali venivano completati nel 1882 e contenevano otto posti letto, il tutto corredato di biancheria, mobili, etc. Al mantenimento ed alla realizzazione dell'opera contribuirono ricchi benefattori.

Nel 1883, con propria dichiarazione, il sac. Arnone si impegnava, durante vita, ad assumere a titolo gratuito la direzione dell'ospedale appena istituito e, per meglio disimpegnare questo servizio, fissare la propria dimora nel medesimo locale.

Dopo un susseguirsi di comunicazioni e solleciti durati quasi un anno, nel 1883, su proposta del Ministero dell'Interno, il Governo del Re emanava il decreto sulla elevazione a corpo morale dell'ospedale della Grazia della Portella.

Nel 1885 venivano donati due appezzamenti di terra confinanti con le fabbriche dell'ospedale, da parte di Biagio Licata principe di Baucina. L'aggregazione di dette terre si giustificava, nel caso in cui le circostanze lo avessero reso possibile, per l'ampliamento dei locali.

Tra il 1887 e 1889 l'ospedale navigava in condizioni economiche precarie e chiedeva aiuti al Ministero.

Sin dal suo nascere la struttura comincò a manifestava le proprie carenze. Non mancarono le critiche dei cittadini ed in particolare del giornale politico-amministrativo settimanale locale "La campana del popolo" che esprimeva pesanti commiserazioni sull'operato sia dell'Amministrazione comunale che della maggior parte della gente facoltosa che si limitava a donare solo qualche spicciolo.

Tra le incongruenze, le carenze ed i bisogni dell'istituto il giornale evidenziava l'esigua ampiezza della struttura, la mancanza di un arredo completo, la difettosa ed indecente biancheria di ricambio e per qualsiasi altro uso, la mancanza di un gabinetto scientifico, la carenza di personale medico e di infermieri. Il giornale, molto critico sulla questione, faceva sempre riferimento al Comune quale organo direttamente responsabile e inadempiente, che non stanziava alcuna somma per il mantenimento di una struttura di così grande importanza per la gente povera che continuava a morire sopraffatta da malattie, abbandonata nei più reconditi angoli delle proprie misere abitazioni.

L'ospedale veniva chiuso per mancanza di fondi intorno al 1930. 

 

L'ospedale sulla collina S. Francesco  

Nel 1906 il barone Antonio Mendola con proprio testamento disponeva la donazione in favore del Comune del suo palazzo in contrada Itria-S. Francesco, in via Beneficenza Mendola, con all'interno una biblioteca di circa 14.000 volumi, un museo, un laboratorio per la rilegatura, un piccolo osservatorio meteorologico ed altro ancora, con l'obbligo di adottarlo come sede ferma e pubblica del suo loculus popularis sapientiae. Purtroppo buona parte del Consiglio comunale non si trovava concorde ad assumere questo onere, fino alla decisione dell'unica figlia del barone, la quale, non vedendo alternativa, ha deciso di concedere il trasferimento del materiale esistente nel loculus nell'antico palazzo di città, per l'occasione trasformato in biblioteca comunale (ancora oggi esistente in piazza Cavour); tutto questo con la clausola che il palazzo di S. Francesco poteva essere utilizzato solo per scopi benefici, pena l'incameramento del bene nel patrimonio di famiglia.

Nel 1937 il nuovo ospedale veniva aperto nel palazzetto del barone Antonio Mendola.

I locali della Portella nel contempo venivano utilizzati per isolamento di ammalati contagiosi e poi come sede dei carabinieri prendendo l'appellativo di nucliu.

Intorno alla fine degli anni ''50 del sec. XX, a seguito della costruzione delle case popolari E.S.C.A.L. veniva modificata l'area limitrofa alla Marca di riscontro Ospedale Civile di Favarachiesa ove anticamente si svolgevano i festeggiamenti della Bammina (Madonna bambina), con la realizzazione di nuove strade.

Nella seconda metà degli anni ''70 del XX sec. invece veniva demolito l'ex cenobio per riadattare l'area resa libera a parcheggio ed ivi realizzare un anacronistico poliambulatorio e la chiesa. Nel corso di lavori abusivamente eseguiti, veniva demolita la struttura dell'antico cenobio e la chiesa veniva ignobilmente imprigionata da una gabbia di calcestruzzo armato e con lo stesso materiale veniva costruito ad est del prospetto, un informe campanile.

Anche il neoclassico palazzotto Mendola veniva deturpato negli anni ''80 a seguito di lavori condotti in modo inadeguato e riutilizzato come caserma dei carabinieri prima e come scuola materna successivamente.

 

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