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Carmelo Antinoro © 2008

 

FAMIGLIE E DIMORE STORICHE

di Carmelo Antinoro

 

 

        INDICE

 

La famiglia dei baroni Ricca e il palazzo sul piano della madrice.

 

Mendola

 

Cafisi

 

Licata

 

Fidirichello

 

Petta

 

Miccichè

 

Fanara

 

D'Angelo

 

Belmonte

 

Dulcetta

 

Giglia

 

Piscopo

 

Albergamo

 

 


 

La famiglia dei baroni Ricca

La famiglia Ricca pare sia originaria dal Napoletano (Mango di Casalgerardo: Nobiliario di Sicilia) e che sia stata portata in Sicilia da un Rinaldo, sotto Re Pietro d’Aragona. Un Lamberto fu capitano in Noto nel 1339; un Giovanni fu senatore in Siracusa dal 1420 al 1422 e possedette metà di Caddeddi e Bufalesi, che venne confermato al figlio Rinaldo nel 1453; un Antonio da Siracusa possedette metà del feudo di Ricalcaccia, di cui ebbe investitura il 6 giugno 1506; un Riccardo (n. Vittoria 1696 ed ivi morto nel 1754), figlio di Giovanbattista (nato nel 1666 e morto nel 1725) e Rixacchi, sposato con Isabella Alias da Palermo (morta a Favara nel 1766), con privilegio dato in Madrid il 7 marzo 1710 ed esecutoriato in Messina il 2 maggio 1713, ottenne concessione del titolo di marchese della Scaletta (feudo in Val di Noto, territorio di Vittoria) e fu senatore in Palermo nel 1729-1730; un Alfonso del barone della Scaletta Giovanbattista, con privilegio del 10 luglio 1748, ottenne il titolo di barone di Bruca e Villamarina e forse fu egli stesso quell’Alfonso che acquistò il titolo di marchese di Tittamansi, ottenendone investitura il 9 settembre 1779; un Gioacchino, figlio di Giuseppe e nipote del b.ne Riccardo (nato a Palermo nel 1741, dove è morto nel 1811) con atto dotale del 1 agosto 1761 in notar Tommaso Antonino Fiannaca da Favara sposava Rosaria Parisi e Fede (nata in Agrigento nel 1740 e morta a Vittoria nel 1815), il 4 settembre 1769 fu investito del titolo di barone del Sonnaro. Detta baronia era in possesso della citata Rosaria Parisi in quanto primogenita di Raimondo. Come risulta nell’elenco ufficiale definitivo delle famiglie siciliane nobili e titolate la baronia passò al figlio Salvatore (nato a Favara nel 1765) ed indi al figlio di quest’ultimo Gioacchino.

A Favara la famiglia Ricca la ritroviamo negli anni "30 del 1700, col cav. Angelo, il quale dimorava nel palazzo nel piano della madrice (ora piazza Vespri - v. foto a sx), confinante ad est col palazzo della famiglia Petta (negli anni "50 dello scorso sec. demolito, dove oggi si trova il Banco di Sicilia), a sud col piano della madrice e ad ovest con la via Ricca (ora corso V. Emanuele). La via Ricca iniziava dal cantone dell'omonimo Palazzo ed arrivava alla discesa della piazza (ora Cesare Battisti), per poi proseguire con la via Fasulo fino all'incrocio con la via Lunga (ora Umberto), prima del taglio della strada  Nuova (da qui il toponimo strata nova) fino alla piazza del Carmine (ora Garibaldi).

Il cav. Angelo Ricca di tanto in tanto veniva a Favara per gestire le proprietà, fra cui le terre di S. Gregorio, in territorio di Naro, che teneva assegnate in gabella e diversi appezzamenti di terreno in c.da Giarritella.

Nel 1739 ordinò la costruzione del mulino ad acqua (nominato del barone, poi passato in proprietà alla famiglia del baroni Mendola) nel feudo di Stefano.

La madre del cav. Angelo: donna Isabella Alias, nell'esprimere le ultime volontà, ha disposto che il proprio corpo fosse seppellito dopo la morte, qualora si trovasse a Favara, dentro la chiesa madre, innanzi l'altare del SS. Sacramento e, qualora si trovasse a Palermo, nel convento dei frr. Cappuccini. Il destino volle la sua morte a Favara, dove fu seppellita nel rispetto delle sue disposizioni con sacra funzione da parte dell'arc. Giuseppe Cafisi.

Nel 1778 il cav. Angelo ottenne facoltà dal parte dell'arciprete Cafisi di realizzare per se e suoi successori, una cappella di famiglia nella madrice chiesa di Favara, con relative armi, fregi e stemmi araldici di famiglia.

Il 16 novembre 1794 ha sposato la pronipote Giuseppa Di Lorenzo, figlia del dr Francesco e della nipote Emanuela (quest'ultima figlia del fratello barone Giuseppe).

Dopo la morte del Cav. Angelo Ricca, parte dei beni, compreso il palazzo d'abitazione, passarono al figlio primogenito cav. Riccardo, il quale, nel 1810 in Favara, ha sposato Carmela Licata, zia di Biagio Licata (1832-1893) principe di Baucina e zia del barone Antonio Mendola.

Da Carmela Licata e Riccardo ricca nacquero Giuseppa (nel 1812) e Maria Teresa (nel 1814, morta dopo meno un mese).

Nel 1834 Giuseppa Ricca, nonostante la ferma disapprovazione del padre, volle sposare Nicolò Lombardo da Canicattì, figlio di Francesco e Grazia Chiaramonte Bordonaro (vedi curiosità storiche: Suppliche di una nobile donzella al padre).

Nel 1875 il cav. Riccardo Ricca, non avendo più discendenza a cui tramandare i propri beni, vendette per lire 22.200 il palazzo del piano della madrice a Francesco Miccichè (che poi ha trasmesso al figlio Gaspare), riservandosi l'usufrutto per se durante vita.

 

Il Palazzo Ricca (quello a dx nelle foto)

Palazzo Ricca

foto metà anni "30 del XX sec.

Il palazzo ricca in una foto del mese di gennaio 2009

foto gennaio 2009

 

Genealogia della famiglia Ricca, limitatamente al ramo presente a Favara

Genealogia della famiglia Ricca limitatamente al ramo di Favara

 


 

La famiglia dei baroni  Mendola

 

Albero genealogico della famiglia Mendola

 

 

Il palazzo di piazza Cavour

All’inizio del 1700 i fratelli sac. Girolamo e Biagio Mendola possedevano un tenimento magno di case di dieci corpi terrani e solarati che avevano ereditato dal padre Giovanni.

Con proprio testamento Biagio assegnava la sua porzione di case ai figli Gaetano e sac. Giovanni Martino ed il sac. Girolamo al nipote sac.Giovanni Martino. Dai loro testamenti emerge che dette case avrebbero subito delle profonde trasformazioni tra il 1735 ed il 1750.

Nel 1769 i fratelli sacc. Giovanni Martino e Gaetano, a titolo di patrimonio, per la nomina di sac., assegnavano al fratello Vincenzo, alcuni corpi di questi corpi di case, mentre la quarta porzione l’assegnavano all’altro fratelloAndrea. Il testamento del sac. Giovanni Martino prevedeva che alla morte di uno dei detti fratelli dovevano succedere gli altri e, con la morte dell’ultimo dei tre, l’asse ereditario doveva trasferirsi a Giuseppe, figlio di Andrea. Anche il sac. Gaetano nominava il fratello Andrea erede universale sui propri beni, a cui faceva obbligo che su detti beni doveva succedere il figlio Giuseppe e a questo il figlio maschio primogenito e così via.

Nel 1826 Andrea assegnava al figlio baronello Giuseppe diversi beni immobili, tra cui il corpo di case nella pubblica piazza che, intorno al 1830-1835 ha sottoposto a significative e nobili migliorie, abbellimenti e decorazioni.

Nel 1841 Giuseppe Mendola ha fatto eseguire ampi lavori per la trasformazione del palazzo.

Nel 1846 il palazzo nella pubblica piazza, per disposizione testamentaria del barone Giuseppe Mendola passava ai figli Antonio e Gaetano.

Nel 1886 Gaetano Mendola affittava alcuni magazzini del palazzo nella pubblica piazza (a cui è stato assegnato il nome Cavour) al Comune di Favara ad uso del corpo di guardia.

Nel 1880-1881 il barone Antonio Mendola faceva realizzare la seconda elevazione sulla sua porzione fra quella del fratello Gaetano e quella della sorella Girolama vedova di Salvatore Cafisi, le cui volte le faceva decorare dal pittore adornista Vincenzo Indelicato.

Con atto dotale per il matrimonio di Giuseppa Mendola con Stefano Miccichè, avvenuto nel 1898, Gaetano Mendola assegnava il vento, o area, del palazzo (cioè l'area occupata dalla copertura) per potere realizzarci una sopraelevazione.

Il nuovo quarto superiore veniva realizzato nel 1902 anche Gaetano Mendola faceva realizzare la seconda elevazione sulla porzione del palazzo, fra quello del fratello Antonio e della famiglia Mulè e faceva ornare alcune parti del prospetto da maestranze palermitane. L’anno successivo Stefano Miccichè faceva realizzare una nuova scala, con entrata presso la strada-arco Mendola.

La porzione orientale del palazzo è stata utilizzata come municipio sin dalla prima metà del 1900 ed è stata venduta al Comune di Favara dagli eredi di Angela, Grazia e Giuseppa Mendola nel dicembre 1984.

Nel 1985 è stato abbandonato perché poco adeguato dal punto di vista logistico e soprattutto perché bisognevole di interventi.

Nel 2001 è stato finanziato dalla C.E.E. un progetto di recupero redatto dall’U.T.C., i cui lavori hanno visto la conclusione, anche nel recupero dei dipinti delle volte, nel dicembre 2008.

 


 

La famiglia Cafisi

 

Il palazzo di Salvatore Cafisi

Salvatore Cafisi (sindaco di Favara dal 1879 al 1883) di Stefano, fece costruire il suo nuovo palazzo (fra la piazza Cavour, via delSalvatore Cafisi Rosario e via Mendola) sugli avanzi dell’antica chiesa dei Santi  Cosma e Damiano fatta erigere dai marchesi di Favara, di cui si è persa memoria. Tra i lasciti di Stefano Cafisi al figlio Salvatore si annoverava, il cosiddetto magazzeno di S. Cosmo. Nei primi anni “40 del XIX sec., con molta probabilità a cavallo con il matrimonio con Girolama Mendola, Salvatore Cafisi fece costruire il nuovo palazzo cancellando ogni traccia dell’antico sacro edificio.

Risulta, infatti, che nel 1840 stava realizzando un edificio nella pubblica piazza che ha ornato del blasone della famiglia Mendola.

Il palazzo, in origine a due elevazioni, è caratterizzato da un ingresso trionfale ubicato nella secondaria via Mendola. Questa caratteristica è comune anche al confinante Palazzo Mendola ed al palazzo Contino-Fidirichello confinante con la chiesa del Purgatorio.

Il motivo è da ricondurre agli usi, ai costumi ed al modo in cui veniva fruita la piazza nel periodo di costruzione di detti edifici (XVIII sec. e prima metà dell’800). In realtà la piazza è nata come asservimento alla cinta muraria fortificata che, a sua volta, proteggeva il castello. Solo nel corso del tardo “700 e nel XIX sec. iniziò ad essere il cuore commerciale di Favara.

La soluzione di ubicare l’ingresso di un palazzo signorile su una via secondaria già di per se diventa stridente all’occhio di un attento osservatore moderno e lo diventa ancora di più in questo caso, data la pomposità ed il notevole effetto scenografico del portale d’ingresso che il Cafisi ha voluto completare, chiudendo la lunetta con una rosta in ferro battuto recante il proprio nome.

I motivi artistici dell’impianto architettonico (colonne, trabeazione, cornicione) del portale sono tipici del neoclassicismo, in voga fra il XVIII e XIX sec., anche se non mancano elementi di derivazione barocca, come il mascherone in chiave all’arco che afferra il drappo con i denti.

I prospetti manifestano due ordini distinti: la prima elevazione, in conci lapidei ben squadrati, denunciano una certa severità e richiamano, seppure lontanamente, la casamatta, mentre il piano superiore è ingentilito da elementi stilistici neoclassici (paraste, modiglioni e cornici).

Il cornicione marcapiano superiore del secondo ordine chiudeva l’apparato scenografico dell’impianto architettonico e su di esso si impostava la copertura.

 

Il palazzo di Salvatore Cafisi visto da sud

Il palazzo di Salvatore Cafisi visto da sud-ovest

Il palazzo di Salvatore Cafisi visto da sud-est

Il palazzo visto da sud

vista da sud-ovest

vista da nord-ovest

Ingresso trionfale del palazzo di Salvatore Cafisi

Lunetta e mascherone dell'ingresso del palazzo di Salvatore Cafisi

Portale su via Mendola

Particolare della lunetta del portale

 


 

La famiglia Licata

 

Il palazzo di Antonio Licata

Il palazzo signorile sul piano della madrice (all’angolo S-O della chiesa madre, tra piazza Vespri, via Nino Bixio e Ruggero Mastrangelo) fu luogo d’abitazione dell’avv. Antonio Licata (figlio dell’avv. Biagio senior - giudice dello Stato di Favara sotto i Pignatelli) e Maria Cafisi. Antonio era sposato con Teresa La Lomia (figlia del barone Agostino e Rosalia Li Chiavi, nipote del frate Gioacchino La Lomia da Canicattì).

Dopo la prematura morte di Antonio (a 36 anni), sindaco di Favara negli ultimi anni della sua vita, divenne erede universale dei beni l’unico figlio maschio Biagio (junior).

Biagio sin da giovanissimo gustò la dolce vita della Palermo felicissima e all’età di 17 anni si trasferì nella capitale, dove sposò, nel 1863, Francesca Maria Termine (principessa di Baucina, contessa di Isnello, marchesa di Montemaggiore e baronessa di Montaspro.

In questo periodo Biagio junior, avendo perso molti interessi per Favara, ha venduto a mastro Giuseppe Di Stefano il palazzo sul piano della madrice in argomento (v. foto).

Si notano, in proposito, le iniziali GDS nella rosta in ferro a chiusura della lunetta soprastante il portone principale d’ingresso sull’attuale piazza Vespri.

 

Palazzo di Antonio Licata

Retro del Palazzo di Antonio Licata

Il palazzo di Antonio Licata: facciata principale (a sx) e posteriore (a dx)

 


 

La famiglia Fidirichello

 

Il palazzo Contino-Fidirichello

Il palazzo in pregevole stile neoclassico, confinante con la piazza Cavour, con via Arco Cafisi e la chiesa del Purgatorio, da qualcuno apostrofato “Fidirichello” sarebbe opportuno chiamarlo “Contino”.

In realtà la famiglia FidirichelloPalazzo Contino-Fidirichello (nella fattispecie il dr. Filippo del fu Calogero sposato con Crocifissa Cafisi), lo ha comprato nel 1824 da un certo Spiridione Varvessi da Messina, un grosso industriale dello zolfo. Quest’ultimo, a sua volta, lo aveva acquistato nel 1819 all’asta per il fallimento degli eredi di Antonio Contino. Detto palazzo, di pregevole fattura neoclassica tardo settecentesca, con qualche richiamo al tardo barocco, alla fine del XVIII sec. risultava in possesso di detto Contino.

Antonio Contino era un benestante proprietario di Favara, figlio di Antonio e Francesca Vetro, marito di Maria D’Angelo. E' stato arrendatario dello Stato di Favara dal 1802 al 1807 assieme al sac. Gaetano Mendola (pro-zio del barone Antonio). Discendeva da famiglie di mastri muratori ed in particolare da mastro Onofrio, figlio di Marco, da Castrogiovanni (antica Enna), dove nacque intorno al 1575. Onofrio sposò Caterina La Grutta ed i due misero radici a Favara, dando origine ad una estesa discendenza (ancora oggi esistente.

 


 

La famiglia Petta

 

Il Palazzo di piazza Madrice (non più esistente)

 

Il Palazzo di Agatino Petta (Resti)Alle spalle della chiesa madre di Favara (a sud-est), a monte della via S. Nicolò, esiste uno slargo individuato come piazza Ruggero VII, anticamente Cantonale del palazzo ottocentesco di Agatino Pettapiazza (o largo) della Pietà. In detta piazza esistono i resti di un basamento di cantonale in pietra da taglio (v. foto), su cui oggi sorge un moderno edificio. Questi resti architettonici di tipologia neoclassica, attribuiti ad una chiesa da studiosi locali (sic!), facevano parte di un antico fabbricato signorile collocabile fra la seconda metà del “700 ed i primi del 1800, il cui ingresso (num. civ. 7) immetteva negli appartamenti del medico Agatino Petta, figlio del notaio Alessandro. Questa facoltosa famiglia di origine greco-albanese, è venuta a Favara all’inizio del 1700 e qui è rimasta fino alla seconda metà del 1800. A Favara aveva fissato la dimora principale in un imponente palazzo signorile nell’attuale piazza Vespri, in cima alla salita Madrice.

Questo palazzo è stato ignobilmente demolito alla fine degli anni “50 ed al suo posto è stato costruito un moderno ed anacronistico palazzo, nel cui piano terra oggi c’è il Banco di Sicilia. Di questa famiglia oggi rimangono pochissime testimonianze, fra cui un epitaffio con mezzo busto marmoreo nella chiesa dell’Itria dell’eminente teologo sac. Alessandro Petta, morto nel 1877, a 58 anni. 

 


 

La torretta sulla collina S. Francesco

 

La torretta sulla collina S. Francesco, a seguire, a nord, le strutture del Boccone del povero (v. foto) da sempre ha destato un certo interesse, soprattutto agli appassionati di storia locale. StanteTorretta sulla collina S. Francesco, in via Beneficenza Mendola, in particolare, la presenza della monofora ogivale rivolta ad ovest, in direzione del paese e le strette feritoie a nord e sud, era possibile classificarla come eventuale struttura rurale difensiva cinquecentesca. In realtà si tratta di una guardiola fatta costruire nel 1897 dal barone Antonio Mendola, per tramite del suo capomastro Carmine Airò. La costruzione è stata realizzata nell’arco di qualche giorno, riutilizzando residui di muri della distrutta chiesa cinquecentesca di S. Francesco (non più esistente), utilizzata come cimitero nel 1837 e 1867, durante l’epidemia di colera. La torretta doveva garantire e sorvegliare l’orfanotrofio del Boccone del povero, preso di mira da piccoli delinquenti che avevano perpetrato alcuni furti e, nello stesso tempo, salvaguardare anche il palazzo a nord della torretta, allora loculus popularis sapiantiae del barone, museo, osservatorio meteorologico, legatoria dei libri e laboratorio di falegnameria a piano terra.

 


 

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