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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

IL COLERA MORBUS DEL 1866-1867 A FAVARA

di Carmelo Antinoro

 

Nel mese di luglio 1865 veniva riconosciuta l’esistenza del morbo colerico nella città di Ancona, ma il ministro dell’Interno non drammatizzava e con lettera del dì 26 comunicava al prefetto di Girgenti di vigilare e provvedere su quanto disposto in merito alla pubblica sanità ed igiene e di raddoppiare la sorveglianza.

Con lettera del 2 agosto 1865 il prefetto di Girgenti informava i sindaci del circondario sul contenuto della nota ministeriale e li richiamava all’attenzione sulla pulizia degli ospedali, delle carceri mandamentali, sulla bontà dei cibi, sulla pulizia degli abiti e di ogni utensile.

Con circolare del 27 settembre 1865 il Ministero dell’Interno tentava di fissare delle regole per attenuare le conseguenze del colera che già travagliava molti Comuni del Regno. Pubblicata la legge sanitaria del 20 marzo 1865, il prefetto di Girgenti reiterava l’invito alle Amministrazioni locali a provvedere alla realizzazione dei cimiteri che per le leggi ed il regolamento sanitario vigenti dovevano essere portati a termine all’inizio del 1867.

Il 9 ottobre 1866 si riuniva, in seduta straordinaria, la Commissione Sanitaria di Favara composta dai medici Antonio Mulè, in sostituzione del Sindaco, Giovanni Antonio Bellavia, Giovanni Giudice, Gaetano Giglia, Gerlando Giudice, Salvadore Spadaro e Gaetano Vita medico condotto e segretario, per discutere su un cordone sanitario per impedire l’introduzione all’interno del Comune di Favara, di persone esterne infette.

Il 7 dicembre 1866 si manifestava il primo caso di colera a Favara. Il 12 dicembre 1866 il sindaco comunicava al prefetto che per quattro giorni un individuo aveva manifestato segni colerici non tanto chiari e che il dì 11 era morto di tale malattia. Il giorno 12 comparivano altri tre casi, di cui uno grave. Con lettera del giorno 13 il sindaco comunicava che altre tre persone erano state attaccate dal male e due di queste erano già morte. Con lettera del 16 dicembre 1866 il prefetto di Girgenti spendeva non poche parole per dimostrare l’immensa utilità dell’applicazione dei provvedimenti legislativi ai fini della salute pubblica. Con nota del 22 dicembre 1866 il sindaco Gerlando Vaccaro comunicava al prefetto che da più di dodici giorni il colera aveva attaccato ventisei persone, di cui otto erano morte e di queste ultime tre non avevano chiamato medici, mentre sedici erano guarite e due erano ancora sotto cura.

Il sindaco Vaccaro rispondeva alla prefettizia del dì 16 con nota del 26 dicembre 1866: "..... qui il cimitero esiste lungi dall’abitato al di là di cento metri, in punto elevato, non essendovi bisogno che di pochi ristauri nella chiesa aggregata, al recinto alto di mura di tre metri, ove si esegue il seppellimento dé cadaveri col metodo della inumazione" (v. foto del rilievo planimetrico). Il Prefetto rispondeva che quant’unque il Comune disponeva di cimitero, doveva essere verificata la conformità alle prescrizioni degli artt. 70 e 79 del Regolamento Sanitario ed in caso contrario il Comune non doveva esimersi dalla progettazione di un nuovo cimitero od all’adeguamento di quello esistente.

Antica carta riguardante la zona della collina S. Francesco fino al Conzo.In data 27 gennaio 1867 il Sindaco, viste le condizioni sanitarie del Comune per la invasione del morbo colerico ed in virtù delle facoltà speciali concessegli dall’art. 104 della legge del 20 marzo 1865 sull’igiene e salute pubblica, ordinava la sospensione delle festività ecclesiastiche e le quarant’ore in tutte le chiese. Dopo qualche decina di giorni dalla comparsa del colera un gruppo di volontari benestanti favaresi contribuivano al soccorso degli infelici colerosi con la somma di lire 541,50.

In una relazione medica si evidenziava: …i sintomi della malattia e le sue diverse fasi in tutti si manifestarono quasi nell’ugual modo: invasione, conturbamento di mente e lassezza. Indi freddo progressivo per tutto il corpo, dolori articolari vaghi, indi crampi ora agli arti, ora al torace, ed all’addome, demagrimento istantaneo con infossamento di occhi, colore scuro, vomito e diarrea d’apprima gialla, e di poi come acqua di riso. In tutti coloro che il morbo estinse, il vomito, e la diarrea non furono né abbondanti né durevoli. Polsi d’apprima frequenti e bassi, indi mancanti in tutti assolutamente. Cardialgia, ansietà insoffribili. ..... La cura non ha trovato alcuno specifico, ma la cura razionale ha bisognato modificarsi giusta il grado d’intensità dei sintomi, sicché dapprima si cercava confortare e calmare il vomito e la diarrea, e quante volte siffatti disturbi eran soverchi in allora facenti uso di astringenti ed antimetrici. ..... Insomma è scopo ripeterlo, la cura razionale dovrà modificarsi secondo le individuate circostanze come cura profilattica poi somministrassi il chinino a piccolissime dosi e lo alcool saturato di canfora il quale egregiamente giovava sedare i sintomi nervosi.

Dal 10 dicembre 1866 al 25 febbraio 1877, per l’imperversare dell’epidemia, le sepolture venivano effettuate, nella quasi totalità, sulla collina S. Francesco. Da un bollettino inviato dal Prefetto al Sindaco di Favara il 28 marzo 1868, risultava che dal 7 dicembre 1866 al 10 febbraio 1867 il colera aveva colpito 1.199 persone di cui 566 maschi e 633 femmine e di queste 836 erano guarite e 363 morte. Il periodo più devastante per gli attacchi aveva inizio nella seconda metà del mese di dicembre 1866 fino alla prima metà del mese successivo. Quello relativo al maggior numero di decessi andava dai primi giorni del mese di gennaio 1867 all’inizio di febbraio.

Con lettera del 2 giugno 1867 l’arciprete Antonino Salvaggio comunicava al vicario capitolare su come tutti i preti facevano a gomitate per confessare solo donne e gridavano, strepitavano se non gli si dava facoltà. In quanto poi all’aiuto da dare agli infermi, uno dei due cappellani sacramentali disponibili risultava attaccato da colera, mentre l’altro da solo era costretto ad amministrare la confessione ed il viatico. L’arciprete Salvaggio da tempo sollecitava i rettori delle chiese sacramentali e nessuno si prestava, tutti fuggivano, non si recitava più officio, non si udivano altro che grida.

La seconda invasione colerica perdurava 62 giorni, dal 10 maggio al 10 luglio 1867 ed attaccava 959 persone, di cui 517 guarivano e 442 morivano, con maggior numero di attacchi e morti tra la fine di giugno e l’inizio della seconda metà di luglio. Le due invasioni coleriche in totale, dal 7 dicembre 1866 al 10 luglio 1867, attaccavano 2.158 persone, provocando 805 vittime.

Dai libri dei defunti della madrice emerge che contro una media di circa 400 decessi all’anno in quel periodo, nell’anno 1867 perivano 1.189 persone, di cui 784 per colera e 405 per altre cause.

Tra gli ufficiali ed agenti di P. S. della Prefettura che si erano distinti nei mesi di aprile, maggio e giugno 1867 veniva menzionato il l’appuntato Matteo Mingo, residente in Favara: ….. Questo solerte funzionario non appena il fatal morbo si fece sentire in paese si gettò corpo ed anima in mezzo ai colerosi e fu ben presto colpito anch’esso. Lottò con la morte che vinse, e ricominciò l’opera tralasciata con maggiore fervore.

Il 30 luglio 1867 la Commissione Sanitaria Municipale di Favara dichiarava il Comune di Favara libero dal colera.

Con lettera del dì 8 ottobre 1867 il Prefetto sollecitava il Sindaco di Favara cav. Gerlando Vaccaro a verificare se fossero stati esumati clandestinamente cadaveri dal cimitero sulla collina S. Francesco e trasportati in altre chiese. Il giorno successivo il Sindaco Vaccaro, in compagnia del maresciallo dei carabinieri Carlo Settimo Poletti e le RR. truppe, assieme alle guardie municipali si recavano nel largo piazza (piazza Cavour) e qui veniva ordinato di circuire le chiese sospette. Iniziate le opportune verifiche, si portavano dapprima nella chiesa del Purgatorio e con l’ausilio di quattro becchini veniva aperta la tomba più vicina all’altare maggiore, ove veniva rinvenuta una cassa con all’interno un cadavere che, secondo la dichiarazione dei becchini Alfonso Santamaria e Giuseppe Barba, era di una persona morta da circa quattro mesi. Nulla di illecito veniva rinvenuto nelle altre tombe. Interrogato il sagrestano Antonio Licata, questo dichiarava esistere un cadavere portato nel tempo proibito, di cui ignorava l’identità e di cui ne erano a conoscenza il sacerdote beneficiale Pietro Avenia ed il custode del cimitero Antonio Presti Citillo. Analizzata la questione, per il Sagrestano veniva ordinato l’arresto. Il sac. Avenia si rendeva irreperibile.

Veniva verificata anche la chiesa dell’Itria, allora distante dall’abitato circa trecento metri. Giunti sul luogo veniva fatto svellire il pavimento in un punto di recente rifatto e sotto l’ammattonato venivano rinvenute due casse. Veniva quindi interrogato il custode della chiesa Salvatore Scibetta, il quale affermava che un giorno non molto lontano, il custode del cimitero Presti Citillo gli aveva offerto quattro onze per dare sepoltura all’interno della chiesa al corpo del sac. Giuseppe Dulcetta ed altre onze due per quello di d. Mariano Pardo e che il rettore di detta chiesa era ignaro di tutto ciò, anzi da tempo cercava di prevenire simili reati. A seguito di quanto accaduto Scibetta veniva arrestato e sospettando che le due persone sepolte clandestinamente fossero perite per morbo colerico, non si procedeva subito alla esumazione. Il custode del cimitero Antonio Presti Citillo si rendeva latitante, ma veniva arrestato il di lui figlio, sospettato di complicità, per trasporto clandestino di cadaveri. Con opportuni accertamenti veniva appurato che i suddetti Dulcetta e Pardo erano morti per morbo colerico, per tal motivo sia le bare che i corpi venivano cosparsi di calce viva.

Ispezionate tutte le tombe delle altre chiese, non si rinveniva traccia alcuna di reato.

Il 30 novembre 1867, su proposta dei consiglieri barone Antonio Mendola e dr. Gerlando Giudice, il Consiglio all’unanimità, facendosi interprete dei servizi di Notaio Gerlando Vaccarogratitudine della popolazione, con profonda riconoscenza esprimeva un voto di encomio e di benemerenza in favore del sindaco Gerlando Vaccaro (v. foto) e della Giunta per la condotta operosissima e benefica tenuta durante i luttuosi ed infelici giorni del colera e detto deliberato veniva fatto pervenire alle autorità superiori.

In data 9 marzo 1868 il cappellano della chiesa dell’Itria sac. Francesco Giudice volendo rifare il pavimento con mattoni stagnati di Napoli e conscio della presenza dei due cadaveri ivi clandestinamente tumulati, chiedeva al sindaco su come doveva regolarsi, se provvedere semplicemente a fare abbassare gli alloggiamenti delle casse mortuarie od alla costruzione di apposite sepolture per il loro sotterramento. Detta richiesta destava notevole confusione al sindaco, il quale dopo avere interpellato il prefetto riuniva la Commissione Sanitaria per appurare eventuali possibilità di contagio.

Altra scoperta inquietante di sepoltura clandestina veniva fatta l’8 giugno 1868. Era una mattina come le altre per il sagrestano dell’oratorio del SS. Crocifisso il quale dopo avere aperto la porta della chiesa si accorgeva che la lastra di chiusura della cripta era stata da poco murata e nelle vicinanze scorgeva un recipiente di creta con all’interno del gesso impastato di recente. Insospettito chiamava l’arciprete Antonino Salvaggio, il quale prontamente informava il pretore e, alla presenza di due medici, della guardia di P. S. e dei carabinieri faceva aprire la fossa. Per l’ispezionamento scendevano il mastro muratore Domenico Lentini e due becchini i quali rinvenivano i resti mortali di un uomo con veste di sacerdote avvolto in un lenzuolo recante le iniziali S. C. D., morto da qualche tempo e con molta evidenza esumato. Considerate le esperienze passate i sanitari ritennero opportuno prima di rimuoverlo, accertarne le cause della morte e la provenienza. L’arciprete supponeva che il cadavere fosse stato nottetempo introdotto in chiesa da una porticina poco conosciuta dalla popolazione, aperta regolarmente con chiave ed i sospetti ricadevano sul becchino Alfonso Santamaria il quale veniva sorpreso a dormire dalle guardie di P. S. alle ore 12, probabilmente per la notte passata insonne. Dopo varie ricerche l’autorità giudiziaria accertava l’identità del cadavere appartenente al frate carmelitano Calogero Dulcetta. Per disposizione del sindaco e dietro parere dei medici condotti, in giornata la salma veniva riposta in una cassa ben chiusa, ricolma di calce viva e trasportata al cimitero provvisorio sulla collina S. Francesco.

Nel frattempo sulla collina S. Francesco si scavavano chilometri di fossati per la sepoltura.

 

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Elenco di persone colpite dal colera, di quelle guarite e di quelle morte.

 

   Notizie estrapolate dal libro

Libro: FAVARA epidemie, ospedali, cimiteri, sepolture, ...

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