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Libro: Giustizia e verità nella vita del barone Antonio Mendola - dai suoi diari intimi

 

Libro: Il castello dei Chiaramonte di Favara

 

Libro: La famiglia Mendola

 

Libro: FAVARA epidemie, ospedali, cimiteri, sepolture, ...

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Libro "La famiglia Mendola"

(formato 17x24 cm, pagg. 178, 60 illustrazioni)

 

INDICE
 

pag.

Presentazione...............................................................................................

7

 CAPITOLO I

LA FAMIGLIA MENDOLA

PROVENIENZA, GENEALOGIA, NOBILTÀ

1 Il baronaggio.........................................................................................

15

2 Provenienza e genealogia dei Mendola...................................................

15

2.a Il ramo di Libertino e Anna Giovanna di Carlo........................................

31

2.b Il ramo di Giuseppe e Anna Maria Sollazzo............................................

33

2.c Il ramo di Giovanni e Monaca Terranova................................................

34

 

CAPITOLO II

ATTIVITÀ E POSSEDIMENTI DEI MENDOLA

1 La famiglia di Giovanni e Monaca Terranova

 

1.a I fratelli Girolamo e Biagio......................................................................

47

2 La famiglia di Biagio e Margherita Grimaldi

 

2.a Il sacerdote Giovanni Martino.................................................................

53

2.c Il sacerdote Vincenzo.............................................................................

55

2.d Andrea e Costanza Salvago....................................................................

57

2.e Andrea e Girolama Tortorici...................................................................

58

3 La famiglia di Andrea e Girolama Tortorici  
3.a Maria Antonia e Calogero Sala...............................................................

60

3.b Maria Antonia e Antonino Belmonte.......................................................

60

3.c Giuseppe e Angela Licata.......................................................................

62

3.d Margherita e Filippo Giglia......................................................................

72

3.e Concetta e Filippo Fidirichello.................................................................

73

4 La famiglia di Giuseppe e Angela Licata  
4.a Antonio e Rosalia Cafisi..........................................................................

73

4.b Girolama e Salvatore Cafisi.....................................................................

83

4.c Gaetano e Maria Teresa Giudice.............................................................

93

5 La famiglia di Antonio e Rosalia Cafisi

99

5.a Angela e Nicolò Lombardo.....................................................................

 

6 La famiglia di Gaetano e Maria Teresa Giudice

 

6.a Maria e Francesco Scaduto....................................................................

100

6.b Grazia e Gabriele Fanara........................................................................

107

6.c Giuseppa e Stefano Miccichè..................................................................

108

 

CAPITOLO III

LA BARONIA DI FONTANA D’ANGELO, I FEUDI, LE TERRE, IL PALAZZO, LA VILLA E LE CASINE SUBURBANE

1 Il feudo e la baronia di Fontana degli Angeli............................................ 111
2 Il feudo Donato...................................................................................... 117
3 Le terre e la casina di Piana dei Peri........................................................ 120
4 Il palazzo di piazza Cavour..................................................................... 124
5 La villa liberty di contrada Piana............................................................. 139
6 La casina di contrada Nicolizie............................................................... 143

 

CAPITOLO IV

VITA E OPERE DEL BARONE ANTONIO MENDOLA

1 Vita del barone Antonio Mendola........................................................... 147
2 Il loculus popularis sapientiae.................................................................. 156
3 L’opera pia............................................................................................ 169

 

 

PRESENTAZIONE

dr Antonio Patti

 

Il feudalesimo, che nel resto d’Italia è finito dopo pochi secoli, in Sicilia è durato ufficialmente fino al 1812, con nefaste conseguenze, presenti ancora oggi.

La politica dei Baroni, con le loro congiure e solenni promesse di fedeltà al Re di turno purché non toccasse i loro privilegi, si spiega proprio con il perdurare di questa forma di governo, che ha mantenuto in una crisalide lo sviluppo sociale, culturale, economico e politico di un intero popolo.

Il libro di Carmelo Antinoro non è l’ennesimo studio di questo fenomeno già ampiamente analizzato, ma vuole offrire al Lettore attento ampio materiale per ricostruire, attraverso la disamina di una famiglia nobiliare, quella dei Mendola (tra l’altro di recente nomina e degna di essere ricordata soltanto per uno degli ultimi discendenti), i meccanismi che portavano alla selezione della classe dirigente sotto il regno dei Borboni.

I titoli si conquistavano o attraverso le armi, al seguito del re vittorioso, o per servigi particolari (e spesso non meritevoli di pubblica divulgazione), o, più semplicemente, si acquistavano con vile denaro sonante, per censo come dicevasi allora.

Un approfondito excursus introduttivo, che occupa la prima parte del volume, ci illumina sui meccanismi che portarono al perdurare del sistema feudale nel meridione d’Italia.

Dalla lettura del testo scopriamo che la famiglia Mendola arriva alla sospirata investitura nobiliare proprio per i soldi, messi diligentemente da parte - soldo su soldo, appezzamento di terreno su appezzamento - da alcuni parenti religiosi, dediti forse più alla cura dei beni terreni che a quella del bene celeste. Sono loro, infatti, che comprano un feudo e il titolo nobiliare annesso.

Non quindi con le armi e con lo scudo, a difesa dell’ordine costituito, che si conquistò il Gotha, ma con lo scudo con su impressa l’arme del casato: il cane rampante e un mandorlo non potato. Mandorlo scelto non per richiamare alla mente una delle più affascinanti metafore del Vecchio Testamento (Geremia, 1, 11-12, in cui Dio chiede al profeta cosa vedesse e Geremia: Un mandorlo, e Dio: Hai visto bene, Geremia, ecco perché il mandorlo è diventato il simbolo dell’incipiente primavera, il tempo della speranza, dopo gli stenti e la fame dell’inverno), ma più semplicemente il cognome italianizzato della famiglia Mendola, il frutto del mandorlo, mennula in siciliano.

Anche in questo nulla di più prosastico. Un’intera classe, quella borghese, che cerca la propria legittimazione non tanto nella plusvalenza, ma nell’araldica, non nel profitto, ma nella rendita di terre date in affidamento ai gabelloti, che a loro volta la davano in affitto ad altri e così via in un circolo vizioso portato avanti ad libita. Cito, chiedendo scusa per la lunghezza, quanto su questo argomento ebbe ad osservare un viaggiatore francese (Gastone Vuillier) ancora nel 1893: «I feudi esistono ancora in Sicilia e consistono in latifondi considerevoli (...) spesso presi in affitto da ricchi fittabili o gabelloti. Questi poi subaffittano i feudi, dividendoli in piccole masserie. Queste locazioni si fanno senza un contratto scritto e perciò i massari sono in balia del gabelloto. (...) Il contadino non può mai arrivare a soddisfare le condizioni gravose dell’affitto, poiché esso deve contribuire alle spese di coltivazione e di sementa; e questa sementa è obbligata a prenderla in prestito dal proprio gabelloto (...) e pretende, per di più, i due terzi del profitto ricavato dalle raccolte. Bisogna poi aggiungere a tutto ciò i canoni, le giornate d’opera gratuite, gli obblighi di ogni genere, e potremo comprendere così la miseria del popolo siciliano» (La Sicilia, impressioni del presente e del passato,  pp. 158-159). Analoghi criteri furono infaustamente adottati per le miniere di zolfo.

Tale weltanschauung, così diffuso anche nel nascente ceto borghese, legato soltanto all’investitura come unico strumento di legittimazione, non sarà scevro di conseguenze per l’intera collettività, costretta a lavorare non tanto per garantire benessere sociale a tutti, ma soltanto prestigio e solidità a una classe che guarda più a Palermo e alla Corte, che non alle logiche di mercato e dell’imprenditoria.

Ma perché allora Antinoro si occupa di una famiglia, che (anche se la famiglia Mendola faticherà non poco per aver riconosciuto il titolo, legato al feudo comprato) era riuscita nell’operazione fallita, invece, a Mastro - don Gesualdo, che portava sì le terre e, quindi la ricchezza, a una famiglia nobile decaduta, con il matrimonio con l’inquieta Bianca Trao, ma da cui non trarrà l’agognata promozione sociale?

Per una serie di fortunate circostanze.

Per essere riuscito, tramite un caparbio e appassionato lavoro di ricerca archivistica, a mettere le mani sull’intero carteggio della famiglia Mendola; per essere questa famiglia paradigma di una realtà diffusa in tutto il Regno delle Due Sicilie: la microstoria talvolta fornisce risposte che la macrostoria fatica a dimostrare ai non addetti ai lavori; per la particolare figura di un loro discendente, che riscatta del tutto il grigiore della famiglia e che la rende fulgida non solo agli occhi e al cuore di tutti i Favaresi, ma addirittura la pone come esempio di filantropia illuminata per l’intera collettività.

Il percorso di lettura non è spesso agevole perché si snoda attraverso la disamina di atti dotali, descrizioni catastali, passaggi di proprietà, testamenti, inventari di beni, di atti notarili vari e note fittissime.

Questo, che a primo apparire, potrebbe sembrare un ostacolo, un’arida esposizione di particolari ininfluenti, si rivela, a lettura sedimentata, una preziosa fonte di elementi, di rimandi, utili a un riesame critico di un periodo estremamente fecondo di eventi per tutta la nostra collettività. Basti pensare alle trascrizioni d’inventari di alberi presenti in alcuni possedimenti, che potrebbero far rievocare i versi, molto suggestivi, riguardanti la descrizione delle campagne di Alcinoo e di Laerte, (Odissea, VII, 112-132; XXIV, 336-344 e passim), ma che rispetta una nostra vecchia usanza che voleva la divisione degli appezzamenti di terreno non soltanto in base all’estensione, ma secondo i benefici fatti alle coltivazioni, cercando di garantire ad ogni erede lo stesso numero di specie arboree coltivate.

I matrimoni, d’altronde, creano momenti d’intersecazione tra le varie famiglie presenti non solo a Favara e realtà limitrofe agrigentine, per cui l’indagine si allarga necessariamente ad altre province. Di ognuna di esse viene ricostruito l’albero genealogico e vengono messe in risalto le figure più rappresentative, fornendo al Lettore, particolarmente esigente, altri spunti di ricerca. Da architetto, impegnato nel recupero e nella salvaguardia del patrimonio architettonico dei monumenti presenti nella nostra provincia per conto della Sovrintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Agrigento, non può non dedicare anche ampio risalto alle domus patrizie presenti nel nostro territorio di Favara. E rabbrividiamo con lui quando leggiamo dei lavori di sgombero delle luride rovine della chiesa del ‘500.

Il libro tocca il climax con la figura del barone Antonio Mendola, che noi favaresi ancora non conosciamo completamente.

Carmelo Antinoro ce lo presenta con tutta una serie di documenti, in parte già editi in occasione dei solenni funerali nel 1908; o con l’amaro sfogo del barone sulle incomprensioni dei propri cittadini, che non capiscono il valore del suo lascito (almeno per decoro) soltanto in parte conosciuto grazie al volume di Antonio Bruccoleri del 1931, giustamente intitolato Scienza e Carità nella vita del barone Antonio Mendola Agricoltore Ampelografo, in quanto lega indissolubilmente due aspetti inscindibili del Barone. Uomo religioso, ma mai bigotto.

Cerca il confronto con chi non la pensa come lui: inizia così un carteggio con Darwin, carteggio che non si trova più, ma in compenso si ritrovano in Biblioteca, rilegati dal fido Aleo Nero, tutti i libri pubblicati dalla UTE (poi UTET) del padre dell’evoluzionismo. In tristi tempi, come i nostri, di incipienti intolleranze, questo suo esempio ci dovrà servire da lezione.

Antinoro ce lo fa conoscere e amare: la sua attività di moderno imprenditore ha qualcosa di rivoluzionario: il plusvalore non lo incamera, come sarebbe legittimo, ma lo reinveste nelle attività agricole, all’avanguardia della nascente agronomia, e nella ridistribuzione tra i suoi contadini, non trattati più come servi della gleba, ma nemmeno con autoritario paternalismo.

Progetta l’impensato: far crescere il livello culturale delle masse e creare per questo un insieme di strumenti quali una biblioteca, un laboratorio scientifico, una sala per conferenze, una scuola professionale per tassidermisti e rilegatori. Progetta una scuola materna per entrambi i sessi dopo aver studiato in loco analoghe strutture presenti nel Nord Italia e all’estero e una casa di riposo - asilo - per i vecchi contadini poveri.

Ecco perché non venne, o meglio non fu volutamente, capito dagli altri maggiorenti del paese, che gestivano per censo le sorti dell’amministrazione comunale e, per diritto dinastico le ricchezze locali.

Fa bene, quindi, il nostro Autore a riportare tutta quanta la documentazione per l’accettazione del lascito librario.

Ma, paradossalmente, non venne capito nemmeno dalla povera gente, che vedeva nel concime chimico, adoperato e propagandato dal Barone, un nemico ai loro poveri guadagni ottenuti con la raccolta degli escrementi buttati per via dalle bestie da soma. Forse la sua colpa più grave fu quella di essere vissuto e di aver agito con molti decenni d’anticipo rispetto al suo tempo.

A chiusura mi sia permesso esprimere il più vivo apprezzamento per il continuo fiorire di pubblicazioni sulla nostra cittadina. Questo è il segno che il mandorlo è finalmente sbocciato: il nostro paese ha subìto gravi mutilazioni a causa della speculazione edilizia (la villa liberty del Barone ne è un esempio) e questo anche, se non soprattutto, per la radicata volontà di negare il nostro passato, la nostra identità, forse per dimenticare la disperazione che costrinse i nostri genitori all’emigrazione.

Riacquistare la consapevolezza della nostra dignità porterà sicuramente al recupero dei manufatti (dopo il Castello, le chiese della piazza pubblica, già completati), che oltre al loro valore artistico, sono da considerare documenti storici e culturali indispensabili per realizzare un sogno: trasformare Favara in terra di turismo culturale, da legare indissolubilmente al treno su cui deve necessariamente salire non solo Agrigento, ma tutto il suo hinterland, Favara compresa. La cultura che si può trasformare in un volano di sviluppo economico, con creazione di numerosi posti di lavoro.

È questo, a ben pensarci, il frutto che finalmente sta maturando sul portainnesti piantato con amore e lungimiranza dal barone Antonio Mendola, a cui tutti siamo riconoscenti.

 

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