panorama

GeneoStoriaFavara

Stemma civico del Comune di Favara

Profilo e finalità

Home

contatto

Genealogia dei Favaresi

- emigrazione -

Memorie storiche

Curiosità storiche

Etimologia del dialetto

Album delle memorie

Dominazioni e re di Sicilia

Artisti siciliani

Vescovi della Diocesi Agrigentina

 

libro: Giustizia e verità nella vita del barone Antonio Mendola - dai suoi diari intimi

 

Libro: Il castello dei Chiaramonte di Favara

 

Libro: La famiglia Mendola

 

Libro: FAVARA epidemie, ospedali, cimiteri, sepolture, ...

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Libro "Il castello dei Chiaranonte di Favara"

(formato 22x24 cm, pagg. 144, 147 illustrazioni b/n e col.)

 

INDICE

pag.

 

 

7

 

Prefazione

9

 

Introduzione

 

CAP. I

I POSSESSORI DEL CASTELLO

17

1

I Chiaramonte del regno di Sicilia

18

1.1

1 Federico I Chiaramonte

20

1.2

Manfredi I (di Federico I e Marchisia Prefolio)

26

1.3

Giovanni I il Vecchio (di Federico I e Marchisia Prefolio)

27

1.4

Federico II (di Federico I e Marchisia Prefolio)

28

1.5

Giovanni II (di Manfredi I e Isabella Mosca)

31

1.6

Giacomo (di Giovanni I e Lucca Palizzi)

31

1.7

Enrico I (di Giovanni I e Lucca Palizzi)

31

1.8

Manfredi II (di Giovanni I e Lucca Palizzi)

33

1.9

Simone (di Manfredi II e Mattia Aragona)

34

1.10

Federico III (di Giovanni I e Lucca Palizzi)

36

1.11

Matteo (di Federico III e Costanza Moncada)

37

1.12

Manfredi III (di Giovanni II ed Eleonora d’Aragona)

43

1.13

Andrea Chiaramonte

46

1.14

Enrico II (di Matteo e Iacopa Ventimiglia)

46 1.15 Osservazioni conclusive
48 1 Schema genealogico dei Chiaramonte del regno di Sicilia
51 2 Montecateno (o Moncada) (1392 - 1398)
51 3 Perapertusa, i Perapertusa Castellar e gli Ajutamicristo (1398 - 1520
53 4 De Marinis (o Marino) (1520 - 1593)
55 5 Gli Aragona e Tagliavia (1593 - 1695)
56 6 I Pignatelli (1695 - 1829)
57 7 I Cafisi (1829 - 1941)
58 8 I Miccichè (1941 - 1962)
60 9 Il Comune di Favara (1962)
64 10 Cronologia dei proprietari del castello di Favara

 

CAP. II

LA CINTA MURARIA E IL CASTELLO

67 1 La fonte Canali
68 2 La roccia fortificata
69 3 La cinta muraria e la torretta
77 4 Le segrete
79 5 Il castello: usi, toponimi e trasformazioni degli ambienti
97 5.1 Il piano terra
97 5.1.1 L’andito
97 5.1.2 Il pozzo e la corte
98 5.1.3 La cucina degli armigeri
99 5.1.4 La scuderia
99 5.1.5 La dispensa
100 5.1.6 Gli alloggi degli armigeri
101 5.1.7 Lo scalone d’accesso al piano nobile
102 5.2 Il piano nobile
102 5.2.1 La loggia
103 5.2.2 Il portico
104 5.2.3 La cucina dei nobili
105 5.2.4 Il salone
107 5.2.5 Le stanze della duchessa
107 5.2.6 La stanza del duca
109 5.2.7 La cappella domestica
114 5.2.8 La stanza del Crocifisso
114 5.3 Il quarto superiore
114 5.3.1 Le stanze
116 5.4

La scala che collega il piano nobile col quarto superiore, con le coperture e l’orologio

118 5.5 I pavimenti
119 5.6 Gli infissi
121 5.7 Le coperture, i terrazzi e i merli
125 5.8 Le latrine
126 5.9 Le carceri
133 5.10 La torretta dell’orologio
136 6 Situazione statica e degrado
137 7 Il fabbricato addossato al castello
139 8 Fonti bibliografiche e archivistiche

 

 

PREFAZIONE

On. Prof. Alessandro Pagano

Assessore Regionale per i Beni Culturali, Ambientali e Pubblica Istruzione

 

Tanti sono i castelli siciliani perché altrettanto numerose sono le vicende che si sono succedute e che hanno lasciato i segni del loro passaggio in queste grandiose architetture, nelle cui pietre troviamo incisi secoli di storia: un universo che è entrato nell’immaginario collettivo anche per le dame i cavalieri, le lotte e la profonda religiosità. Dalla foschia di un passato d’abbandono e di degrado essi oggi riemergono come singolari testimoni di un'età che per lungo tempo la storiografia moderna ha trascurato, identificando erroneamente nel Medioevo una fase di oscurantismo.

Non possiamo compiacerci solo del fatto che molte di queste imponenti strutture vengono restaurate e restituite al godimento estetico: se non si vuole che cadano nuovamente nel degrado e nell’oblio, è necessario pensare al loro futuro, attraverso soluzioni compatibili per il loro riuso. Una indicazione immediata consiste nell’essere queste architetture musei di se stesse, contenitori o sedi per eventi culturali.

Nel panorama storico e artistico della Sicilia, il castello dei Chiaramonte di Favara s’inserisce a pieno titolo in questo orizzonte culturale, per farsi promotore di sviluppo del territorio su cui insiste. Come opera d’ingegno umano, il pregevole manufatto costituisce espressione di una realtà storica che, nel suo mutare, rappresenta le radici di quella attuale. Oggi il favarese non riuscirebbe ad immaginare la propria storia e la propria città senza il “suo” Castello. È proprio per questa lettura del bene culturale come categoria dell'identità sociale, che risulta di fondamentale importanza spostare l’attenzione dalle esigenze di semplice conservazione del Castello ad una concezione dinamica della sua tutela, nell’interesse di tutte le componenti del territorio.

Le forze attive della Comunità devono allora fare sinergia affinché la tutela e la valorizzazione del Castello tendano a completarsi vicendevolmente ed entrambe siano supportate dall’attività di gestione, per farne perno di sviluppo e laboratorio di crescita civico-culturale ed economica.

In applicazione del principio di sussidiarietà dobbiamo tendere ad una concreta collaborazione tra pubblico e privato dove il primo, responsabile sotto il profilo politico-amministrativo, è garante dell’interesse pubblico, il secondo, responsabile sotto il profilo gestionale-produttivo, reca il proprio contributo imprenditoriale oltre che finanziario.

In questa logica si inserisce compiutamente anche la pubblicazione dell’arch. Carmelo Antinoro “Il Castello dei Chiaramonte di Favara” frutto, da un lato, di un’attenta ricerca archivistica e bibliografica, oltre che di indagini scaturite dai lavori di restauro, dall’altro dell’intervento dei privati per la stampa.

Il libro rappresenta la sintesi puntuale degli aspetti storici che hanno caratterizzato il Castello dall’origine ai nostri giorni con particolare riguardo per le famiglie che lo hanno detenuto (con specifica attenzione su quella dei Chiaramonte) e soprattutto per gli eventi che ne hanno determinato il degrado, le trasformazioni, gli usi ed i toponimi degli ambienti.

Il lavoro è anche caratterizzato da un ricco repertorio fotografico e di disegni, risultato di indagini documentarie e ritrovamenti, che hanno permesso la ricostruzione filologica del prezioso maniero nella sua possente mole originaria.

Il libro, dal contenuto per buona parte inedito, costituisce un prezioso tassello per la conoscenza del manufatto e si va ad aggiungere al repertorio bibliografico e conoscitivo del vasto mosaico dei Beni Culturali siciliani.

 

 

PREFAZIONE

dell'autore

 

Avevo visitato il castello da ragazzino, quando lo scempio del 1964-1965 era stato da poco consumato.

Nel tempo però i ricordi si erano affievoliti.

Entrare nel castello per la seconda volta, nell’estate del 1993, a distanza di circa venticinque anni, è stato una riscoperta: una gioia e un’amarezza nello stesso tempo.

Ho gioito nel vedere, in tutte le sue parti, il manufatto più importante di Favara: un piacere intimo, un brivido attraverso la pelle, un senso di sacra venerazione nel toccare con mano le pietre, che per secoli hanno vissuto il fragore della storia. Di contro, tanta tristezza nel constatare il degrado di quel monumento e la situazione in cui quel gioiello d’architettura era caduto tra l’indifferenza degli amministratori e della gente: un relitto abbandonato a se stesso. Un tonfo al cuore nel vedere gli sfregi, le violenze che sprizzavano dalle fabbriche; dove non era riuscita l’azione vandalica dell’uomo, ci aveva pensato la natura, che aveva sottoposto la struttura ad un continuo stillicidio d’acqua meteorica, ed aveva perfino fatto partorire alberi dalle viscere dei robusti muri.

In quel luogo, ormai tranquillo, le colombe avevano fissato la propria dimora; di tanto in tanto esse venivano disturbate da monelli che andavano lì a scavare, alla ricerca di chissà quali tesori, probabilmente perché foraggiati dalle fantasiose leggende, che da secoli aleggiano sul pregevole manufatto.

A parte gli interventi e gli stravolgimenti del passato, ciò che ha destato in me maggiore preoccupazione è stata la condizione di salute ed affaticamento delle strutture murarie, invase dappertutto da dissesti.

Buona parte delle fabbriche era interessata da un processo di ribaltamento a causa del depauperamento della materia; a ciò si dovevano aggiungere le sollecitazioni provocate dalle pesanti volte di calcarenite (fra cui quelle di copertura che ormai da diversi secoli non esistono più), i sovraccarichi dovuti alla gran quantità di strutture in cemento armato introdotte tra il 1964 e il 1965: stravolgimenti questi, che hanno reso maggiormente difficoltosa la lettura del manufatto nelle varie stratificazioni storiche.

Mi sono reso conto subito dell’arditezza dell’intervento non solo per la grave situazione statica e di degrado della struttura, ma anche, e soprattutto, per l’ingerenza tipologica e metodologica che poteva scaturire dall’uso incongruo di materiali o, peggio ancora, di soluzioni progettuali inadeguate: però, l’entusiastica prospettiva di vedere rivivere il maniero, con i conseguenti risvolti benefici per Favara, era più forte di me e mi spronava ad agire.

La possibilità concreta di ottenere i finanziamenti necessari per il restauro mi incoraggiava ancora di più.

Sono entrato nel vivo della progettazione con lo scopo di recuperare il tempo perduto ed è stata una corsa estenuante contro il tempo.

Non mi angosciava tanto la prevedibile mole di lavoro, quanto il fatto che, nella fretta per non perdere il treno dei finanziamenti, in tempi brevi doveva essere necessariamente stabilita una diagnosi strutturale, cosa non semplice per un manufatto importante, complesso e fortemente ammalato.

Era indispensabile, quindi, un lavoro conoscitivo propedeutico, sugli aspetti storici, oltre che sullo stato di degrado dei materiali; cose queste, necessarie, ma che prevedevano tempi abbastanza lunghi ed incompatibili con le urgenze che richiedevano gli interventi ed i finanziamenti necessari. D’altro canto, però, proprio le lentezze dell’iter burocratico dei finanziamenti mi tornavano a vantaggio, nel senso che, nel frattempo, potevo usufruire di un congruo lasso di tempo per approfondire gli aspetti propedeutici di cui sopra, per adeguare l’intervento in relazione alle esigenze storiche e del degrado; inoltre le indagini conoscitive sulla struttura potevano essere avviate parallelamente ai lavori: come, in effetti, è stato.

Ogni tipologia d’intervento è stata vagliata, verificata e scelta in funzione della lettura dei segni, man mano, ritrovati sulle fabbriche; ma anche, e soprattutto, in funzione del patrimonio documentario e bibliografico recuperato negli archivi pubblici e privati. I documenti si sono rivelati uno strumento prezioso sia per la conoscenza degli interventi e dei materiali, sia per la comprensione degli usi, dei toponimi dei vani che, nell’insieme, hanno reso possibile la ricostruzione filologica della compagine originaria del castello e della cinta muraria fortificata, anticamente ad esso collegata.

Prima di procedere più oltre, mi sembra necessario aprire una parentesi, per tracciare, a brevi linee, i riferimenti concettuali, che hanno determinato le scelte metodologiche del restauro del castello.

Fino al XVIII sec. mancava, in qualche modo, la coscienza dell’opera architettonica in quanto opera d’arte ed il restauro riguardava, per lo più, riparazioni e modifiche per adattarla a nuove esigenze d’uso.

Nacquero le prime linee di pensiero, a volte del tutto contrastanti, come quelle di Le Duc e Ruskin.

Secondo la concezione scientifica del francese Eugène Emmanuel Viollet Le Duc (1814 - 1879) restaurare un edificio non consisteva affatto nel mantenerlo, ripararlo o rifarlo, ma nel riportarlo in uno stato di completezza, che a volte poteva non essere mai stato quello originario dell’edificio.

Contro questa concezione si levò in modo netto quella dell’inglese John Ruskin (1819 - 1900), secondo cui il restauro, inteso come conservazione, era una insostenibile menzogna, poiché, sostituendo le antiche pietre, seppure malconce, si otteneva solo un modello del vecchio edificio; perciò esso, sempre secondo Ruskin, doveva rimanere così com’era, senza interventi a posteriori, ed essere lasciato morire quietamente, pur cercando di allontanare il giorno fatale con una continua manutenzione.

Sulle fondamenta di queste due concezioni estreme, nel corso del XIX ed all’inizio del XX sec. nacquero alcuni principi fondamentali del restauro: da quello filologico di Camillo Boito (1836 - 1914) a quello scientifico di Gustavo Giovannoni (1873 - 1947), fino ad arrivare alla Conferenza Internazionale di Atene del 1931, nella quale si raccomandava una costante opera di manutenzione e consolidamento dei monumenti e si ammetteva l’impiego di mezzi tecnici e sistemi costruttivi fra i più moderni.

La gravità dei danni arrecati al patrimonio architettonico dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, rese di colpo inadeguata la concezione dei monumenti, intesi preminentemente come documenti storici tradotti in pietra, da custodire diligentemente con cure ordinarie.

Il ventesimo secolo è costellato da una rilevante quantità di Dichiarazioni, Documenti, Carte Nazionali, Istruzioni, Raccomandazioni, etc. Fra questi, le Carte del restauro di Atene del 1931, quelle di Venezia del 1964, quelle italiane del 1932 e 1972, le Dichiarazioni di Amsterdam del 1975 e di Washington del 1987, la Carta del Rischio del Patrimonio Culturale Italiano del 1995-1996 e la Carta di Cracovia del 2000.

Tuttavia queste Carte non hanno mai avuto forza di legge, fondamentalmente perché le diverse culture dei tempi che si sono succeduti, hanno fatto mutare, via via, il concetto di restauro.

Un errore di fondo compiuto dai vari specialisti è stato quello di accomunare i principi di restauro di un dipinto con quelli di un manufatto architettonico, privilegiando, per quest’ultimo, la museificazione a discapito della rivitalizzazione e della fruizione.

Probabilmente gli effetti delle diverse Carte vanno individuati nella loro capacità di fornire indirizzi di ordine generale, capaci di legare il restauro al tempo e, di conseguenza, alla società ed alla cultura.

Purtroppo il periodo di crisi che il movimento moderno sta vivendo, in cui i veterinari si improvvisano storici e gli imbianchini pittori, ha finito per fornire un vocabolario di forme architettoniche facilmente sfruttabile anche dalla speculazione edilizia, contribuendo a formare quelle squallide periferie urbane a contorno e a discapito dei centri storici e dei monumenti.

Da oltre un secolo, o addirittura dal periodo post-barocco, l’Italia vive una crisi d’identità artistica e stilistica.

Non è sicuramente un caso se le Carte del Restauro non attribuiscono valori d’arte alle trasformazioni effettuate sui monumenti dalla fine del 1800 in poi: è come se la società, da oltre un secolo, non sia più in grado di generare opere degne di essere tramandate alla storia ed all’arte del futuro.

Un’opera architettonica ha una sua particolarissima caratteristica che un dipinto o una statua non potranno mai avere, né mai ad essi può essere richiesta: l’utilizzazione. Non che il valore estetico dell’oggetto non assolva già di per sé una sua utile funzione, ma l’architettura ha un valore aggiunto: lo scopo, la destinazione d’uso.

Come sosteneva William Morris nel 1881, l’architettura serve; l’uomo non può vivere senza fare ed usare l’architettura.

Per tornare a noi e chiedendo scusa al lettore per la parentesi storico-culturale, che pure mi sembrava indispensabile per la giustificazione e/o comprensione degli interventi di restauro effettuati, avendo dovuto operare delle specifiche valutazioni d’intervento per il castello, in rapporto alla sua situazione statica e di degrado, mi sono trovato ad effettuare delle scelte, nelle linee generali, riconducibili agli indirizzi dettati dalle Carte del restauro; ma mi sono anche visto costretto a barcamenarmi tra la concezione scientifica e radicale di Le Duc e quella Ruskiniana del non intervento, in modo da cercare di farle convivere in maniera funzionale.

Se avessimo dovuto ubbidire, in maniera esclusiva, alle Carte, dopo avere eliminato quanto nel recente passato è stato introdotto nel castello (solai, travi, pilastri in cemento armato, etc.), avremmo dovuto lasciare il piano nobile a cielo aperto o coprirlo con una struttura precaria; fra le tante cose, non avremmo dovuto introdurre nuovi pavimenti, intonaci, impianti; ancor meno avremmo dovuto completare la bifora est della stanza del Crocifisso.

Ferma restando la necessità del consolidamento e la messa in sicurezza (lavoro che è stato fatto, e, per la quasi totalità dei casi, non apprezzabile ad occhio nudo) il castello l’avremmo dovuto riportare e lasciare ad uno stato di semi-rudere, chiaramente non fruibile, e destinato a rimanere abbandonato a se stesso.

Se avessimo dovuto operare alla maniera di Le Duc, avremmo dovuto riproporre tutto quanto è andato perduto (merlatura, volte a crociera, stanze mancanti nel quarto superiore, etc.), eliminando anche le testimonianze del passato (finestre rinascimentali nel salone, scalone della corte, ingresso architravato nel magazzino di Timilia, etc.).

Di contro, se avessimo dovuto operare secondo la teoria di Ruskin, dopo avere eliminato le cennate superfetazioni in cemento armato, avremmo dovuto lasciare morire lentamente il castello, assistendo impassibili alla sua agonia.

Nessuna delle tre concezioni di restauro sembrava applicabile in modo incondizionato ed esclusivo per il castello di Favara, a causa del suo stato di salute e per le profonde menomazioni subite nel tempo: si rivelava indispensabile una convivenza, la più pacifica possibile, di tutte e tre le teorie.

Ritornando alla concezione di Ruskin, secondo la quale il restauro inteso come conservazione è una menzogna, non si può non essere d’accordo. È assolutamente vero il fatto che sostituendo antiche pietre si tende ad ottenere, ahimè, una copia dell’edificio originale, ma è anche vero che non effettuando manutenzioni, consolidamenti e quant’altro necessario, un manufatto finisce per degradarsi fino a collassare.

E allora qual è la giusta ricetta per un buon restauro?

Ritengo che nessuno è detentore della verità assoluta, né l’architetto prestato al restauro, né, tanto meno, il veterinario prestato alla storia.

Come già detto, ogni cosa fa parte della cultura del proprio tempo ed ogni teoria del restauro è una variabile infinitesimale nell’universo della storia.

Nonostante tutto il palazzo dei Signori di Favara si erge ancora oggi, in fondo alla piazza: imponente, monumentale, vorrei dire, affascinante, con la sua storia.

Tra quei muri, in quelle stanze sono passati oltre settecento anni di vita della comunità di Favara: anni di sfarzo, potenza, prestigio, amori, tradimenti, complotti, amministrazione dei sudditi, a volte benevola, a volte tirannica; in quelle prigionii le lacrime ed i sospiri di tanti reclusi.

La storia di Favara e tutta lì, tra quei muri, in quelle stanze.

Le mani dell’uomo, nei vari momenti storici e politici, volontariamente o inconsciamente, si sono industriate in mille modi per cancellare quella storia e far tacere quelle pietre. Esse invece, nonostante tutto, stanno ancora lì, continuano a sfidare l’incuria dell’uomo e la bufera dei tempi e, oserei dire, gridano vendetta per la trascuratezza dei tempi passati.

A chi ha l’animo di leggerle, a chi ha orecchie per ascoltarle, quelle pietre raccontano, nel bene e nel male, la storia di Favara.

Dopo il restauro a me resta il desiderio di accompagnare il lettore per le stanze del palazzo

 

Presentazione libro "Il castello dei Chiaranonte di Favara"

 

Presentazione libro "Il castello dei Chiaranonte di Favara"

3 marzo 2006 - Presentazione del libro nel Castello Chiaramonte di Favara

 

Geneo Storia Favara