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Leonardo Sciascia a Favara
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Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara città dei vivi e dei morti
Demolita torretta del 1897
C'era una volta un casello
Favara: indignarsi è un dovere
I dipinti di Farruggia
Favara: uno Stato nello Stato
Costruire comunque e ovunque
Favara che scompare
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Cose da profondo sud al cimitero

 

Fatti storici

Garibaldini favaresi
Suppliche al Duce per confinati
Favara nei moti del 1411
Assassinio nella madrice
Atto di obbedienza del Comune
150.mo dell'Unificazione
Memoria di un turbine
Scomparso in mare
La cisterna dei morti di colera
Il cimitero sotto la madrice
Opunzie galeotte
Prima automobile a Favara
Sotto l'usbergo dei Frati Minori
Dall'assedio di Famagosta a Favara
Annuario di Favara, anno 1905
Deli: natura incontaminata?
A strata nova
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Il Milite Ignoto ha un nome
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Storie popolari

Parti plurigemellari a Favara
La vera storia dei linticchieddri
Lotta fra bande
La mangiata dei santi
Il falso blasone dei Fanara
"Sì, sarà vostra moglie"
Suppliche di una donzella al padre
Sposata per forza
Nomignoli dal "500 al "900
A Piana Traversa come sul Milvio
La nevicata del "56
Scintille di ricordi
Genealogia dei favaresi e Pullara
Antico viaggiatore a Favara
I figli di nessuno
Poesie di un bambino al padre carcerato
"Levate a cammisella"
Primo cinematografo a Favara
Esordio della Democrazia Cristiana
I pappagalli di donna Momma
Via P. Belmonte da correggere
Il giusto nome della villa liberty
Liti e questioni sull'eredità Mulè
Una lapide per davanzale
Una breve storia

 

Personaggi ed eventi religiosi

Missione redentorista del 1762
Un cardinale agrigentino dimenticato
Papa Giovanni XXIII a Favara
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Figlio di un dio minore
Una chiesa divenuta macelleria
Miracolo clandestino di S. Calogero

 

Arte e tradizioni popolari

Bestiario favarese
Simboli sacri/massonici madrice
Favara: storia, arte, massoneria
Massoneria a Favara fra il XIX e XX sec.
Ammoniti di 200 milioni di anni
La lapide nel posto sbagliato
Fra i dipinti del Palazzo Mendola
La febbre del lotto
Esequie al cimitero di Piana Traversa

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Dall'assedio di Famagosta a Favara

di Carmelo Antinoro

 

Cipro era uno dei tanti regni latini sorti nel Medio Oriente dopo la conquista cristiana della Terra Santa. In questa società coloniale, riprodotta secondo il sistema feudale europeo, principi, cavalieri e vassalli avevano un’alta coscienza di classe rispetto ai nativi comunemente definiti greci. Nelle corti si parlava francese, gli uomini si dedicavano ai prediletti tornei e le dame leggevano avidamente i romances che arrivavano dall’Europa. Questa dolce vita durò un paio di secoli e, a poco a poco, i rozzi cavalieri crociati si trasformarono in raffinati gentiluomini. A ciò aveva contribuito l’innesto con la più evoluta civiltà bizantina, ma anche il rapido intensificarsi dei matrimoni misti favorito, oltre che dalla comprensibile scarsità di donne latine, dal fascino esercitato dalle bellezze locali. I cupi castelli crociati erano stati ingentiliti e arredati sontuosamente, i cavalieri privilegiavano i burnus di seta alle pesanti armature e portavano la kefiah sull’elmo, mentre le dame portavano il velo e usavano esotici profumi. Gli incroci di sangue che si erano susseguiti avevano insomma dato vita a una società multietnica che costituiva una sintesi felice delle rudezze occidentali con le mollezze orientali. Gli Stati latini erano dunque il risultato delle crociate, un evento epocale di cui gli storici europei, afflitti da complessi di colpa ignorati da altri popoli per i quali i diritti di conquista erano ancora considerati sacri, solevano dire tutto il male possibile. In realtà, i regni cristiani dell’Outre-mer portarono in quelle regioni una diffusa prosperità che non si vedeva dal tempo della dominazione romana ed esse torneranno a impoverirsi dopo la loro scomparsa.

Gli abitanti di Famagosta (antica Gazmagusa) furono gli ultimi sopravvissuti di questa società fagocitata dall’Islam. Nei palazzi e nei castelli delle famiglie più antiche si conservavano le vecchie tradizioni, e nei salotti ingentiliti dall’abbondanza di damaschi, di cuscini e di profumi sopravvivevano i rituali dell’amor cortese. Le belle dame dai profili esotici, rese più seducenti dai costumi orientaleggianti, trascorrevano ore liete fra intrighi amorosi e amene letture. Leggevano ancora le chansons de geste, si esprimevano nel dolce francese d’Outre-mer e i loro cavalieri si vantavano orgogliosamente di possedere il sangue più antico fra tutte le corti europee: quello dei biondi sovrani merovingi che avevano mandato i loro figli cadetti alla conquista del Santo Sepolcro. Un piccolo e suggestivo residuo del mondo medievale che sarà spazzato via per sempre dalle orde turchesche.

Venezia con un fortunoso colpo di mano, nel 1473 entrava in possesso dell’isola di Cipro, preziosa non solo perché costituiva uno dei centri vitali del commercio tra Europa ed Asia, ma anche per le sue ricche produzioni: metalli, indaco, zucchero, vini e sale. Per questo, nonostante la difficoltà di conservare l’isola, posta a duemila miglia dalla madrepatria, in quel lago ottomano che era diventato il Mediterraneo, Venezia difendeva con le unghie e con i denti Cipro, piegandosi perfino a pagare alla Sublime Porta un tributo annuo di ben 8500 ducati.

Per l’impero ottomano Cipro costituiva una costante minaccia alla sicurezza delle coste della Morea, della Siria, dell’Asia Minore e dell’Egitto; rendeva malsicuro il possesso di Rodi, e quando Selim II l’Ubriacone, succeduto a Solimano il Magnifico nella guida dell’impero ottomano, decise di riprendere la guerra in Occidente e di estendere ancora di più il potere della Mezzaluna, il primo obiettivo che si pose fu la conquista di questa Isola. Fu così che una forte flotta ottomana si concentrò a Negroponte (antica Eubea) per tagliare la strada ad eventuali aiuti veneziani. Venezia ordinò a Cipro di resistere ad oltranza, decretando una straordinaria leva di milizie di terra e di mare nei suoi domini di terraferma; ma la Serenissima non se la sentiva di affrontare da sola l’impero ottomano all’apice della sua potenza, e poi il problema di Cipro interessava tutta la Cristianità e la sicurezza dell’intero Occidente.

Un esercito di 80 mila uomini, al comando del capo supremo dell’esercito imperiale, Mustafà Pascià, poté tranquillamente sbarcare sulle spiagge indifese tra Limassol e Larnaca di Cipro. Nicosia, principale fortezza dell’isola, posta a difesa del capoluogo, capitolava dopo due mesi di lotta, il 7 settembre 1570. Tutti i difensori superstiti furono trucidati o deportati come schiavi. In un solo giorno furono più di 15 mila le vittime. Davanti ad un esempio così terribile, Kirenia, la terza fortezza di Cipro, si arrese senza sparare un sol colpo. Rimaneva ai veneziani solo Famagosta, posta all’estrema sponda orientale dell’isola. Famagosta era un antico borgo bizantino che era stato conquistato da Riccardo Cuor di Leone nel 1191 al tempo delle crociate e poi affidato ai cavalieri templari, i quali l’avevano abbellito con chiese e palazzi in puro stile gotico, trasformandolo in un importante centro commerciale difeso da un robusto sistema di fortezze. La dinastia crociata dei Lusignano, sovrani di Cipro e di Gerusalemme, che aveva regnato a lungo sull’isola, la preferiva a Nicosia. L’ultima regina, la romantica Caterina Cornaro, prima di ritirarsi nella quiete di Asolo, l’aveva donata nel 1489 a Venezia e Cipro era così diventata l’avamposto dell’impero coloniale di San Marco nel Mediterraneo.

Famagosta era difesa da settemila uomini e da 500 bocche da fuoco. Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, erano frutto delle più avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, era intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura erano sovrastate da una decina di forti che dominavano il mare e la campagna circostante, mentre all’esterno erano circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d’attacco era difesa dall’imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protendeva, più basso il forte del Rivellino.

Per spaventare i difensori Mustafà Pascià inviava a Famagosta, racchiusa in una cesta, la testa del governatore di Nicosia, Niccolò Dandolo, ma il capitano generale di Famagosta, Marcantonio Bragadin, di antico e nobile casato veneziano, respinse ogni intimidazione di resa. Bragadin ed i suoi uomini erano convinti che Venezia non li avrebbe lasciati in balia dei turchi e che sarebbero arrivati i sospirati soccorsi.

Il 22 settembre 1570 il blocco di Famagosta era completo. Un esercito di 200 mila uomini l’assediava per via terra, una flotta di 150 navi per via mare. I turchi completavano l’accerchiamento della città fino ad un tiro di cannone. Sulle alture circostanti millecinquecento cannoni ed alcuni obici giganteschi tenevano sotto il loro micidiale tiro sia la fortezza che i quartieri cittadini. Invano i veneziani cercarono di salvare i più importanti monumenti e le chiese, ricorrendo a travate di sostegno e cumuli di sacchetti di sabbia: tutto crollò o bruciò irrimediabilmente e la popolazione, terrorizzata, si rifugiò nella fortezza aggravando la già precaria situazione dei combattenti. Tra gravi privazioni e sofferenze, scarseggiarono viveri e munizioni. Passò così l’inverno 1570.

Nella primavera del 1571 Mustafà Pascià, che fino ad allora si era illuso di far cadere Famagosta per fame, decise di passare all’offensiva. All’alba del 19 maggio i millecinquecento cannoni turchi scatenarono un bombardamento di potenza inaudita che si prolungò senza sosta, notte e giorno, per millesettecentoventotto ore, sino alla fine della battaglia, con una tattica di demolizione sistematica delle postazioni difensive e di debilitazione psicofisica degli avversari. Ma poiché le 170 mila cannonate non bastarono a piegare Famagosta, Mustafà Pascià passò alle mine, con un impiego di esplosivo senza precedenti. I turchi scavarono nottetempo lunghissimi cunicoli sotto il fossato fino alle fondamenta dei forti, minandole con forti cariche esplosive. Vasti tratti di postazioni saltarono per aria sotto i piedi dei veneziani, mentre i turchi attaccavano selvaggiamente a più ondate. L’8 luglio caddero su Famagosta 5 mila cannonate e fu il preludio ad un ennesimo attacco generale che l’indomani si scatenò più massiccio che mai, contro il forte del Rivellino. Per arrestare i turchi, Bragadin non esitò a dar fuoco alle polveri ammassate nei sotterranei della piazzaforte, sacrificando trecento soldati veneziani ed il loro comandante, Roberto Malvezzi. Con loro sotto le macerie del forte rimasero sepolti migliaia di ottomani. A difendere Famagosta rimanevano ormai duemila uomini, in gran parte feriti, debilitati dalla fame e dalle fatiche. Da tempo, esaurite le vettovaglie, militari e civili ricevevano come razione giornaliera un poco di pane malfermo ed acqua torbida con qualche goccia di aceto.

La situazione era disperata, anche se finalmente la Santa Lega contro il turco veniva sottoscritta il 20 maggio da tutti gli Stati interessati, ma la flotta spagnola arriverà a Messina, dove si erano date appuntamento le navi alleate, solo alla fine di agosto, quando ormai Famagosta veniva costretta alla resa.

Il 29 luglio i difensori respinsero un’altra terribile offensiva del nemico: decine di migliaia di turchi si alternarono all’attacco che continuava ininterrotto per oltre 48 ore, fino alla sera del 31. Per la prima volta, dopo 72 giorni, i cannoni ottomani finalmente tacquero; centinaia e centinaia di turchi giacevano sul campo di battaglia e sotto le mura della fortezza, tra gli altri, lo stesso figlio primogenito di Mustafà Pascià.

Il primo agosto rimasero solo munizioni per una giornata di fuoco, mentre i difensori ancora validi erano ridotti a settecento (in media uno ogni 50-60 metri del perimetro difensivo).

Mustafà, ignorando le misere condizioni degli assediati e preoccupato per le gravi perdite subite, offrì ai veneziani patti insolitamente generosi ed onorevoli. Marcantonio Bragadin, presagendo quanto sarebbe accaduto in caso di resa, respinse l’offerta. La maggior parte degli ufficiali, dei soldati, la stessa popolazione invocavano la fine della impari battaglia. I rappresentanti dei cittadini, il vescovo, i magistrati, appositamente convocati, optarono tutti per la resa. Il 4 agosto, dopo dieci mesi di assedio, i turchi poterono entrare a Famagosta. Come previsto da Bragadin, Mustafà Pascià esasperato per la morte del figlio e dalla mancata espugnazione di Famagosta, soprattutto dopo aver accertato l’esiguità numerica dei veneziani, non rispettò i patti e fece massacrare a tradimento tutti gli ufficiali e deportare come schiavi i soldati. Bragadin, dopo tredici giorni di atroci torture, venne scuoiato vivo; lentamente staccarono dal suo corpo vivo la pelle, spogliandola in un sol pezzo, a cominciare dalla nuca e dalla schiena, e poi il volto, le braccia, il torace e tutto il resto. La pelle riempita di paglia venne esposta a guisa di trofeo sull’antenna più alta della nave di Mustafà Pascià.

Durante il periodo dell'assedio a Famagosta venne alla luce un tale Vincenzo Bronzo, dalla cui unione con una certa Caterina, nacque Costantino fra il 1591 e 1596. Questo Costantino Bronzo, non si sa per quale arcano motivo, lo ritroviamo a Favara nel primo quarto del sec. XVII, dove il 24 giugno 1623 sposò la girgentana Francesca Puma, da cui sono venuti alla luce Agata il 17 8 1628, Gerlando il 25 2 1634 e Francesca il 14 9 1636, morta il 13 11 1637 e sepolta nella madrice.

Gerlando Bronzo l'8 novembre 1658 sposò Antonia Caracausi da Grotte, da cui sono nati Rosalia Margherita il 20 11 1659; Antonina il 13 10 1662; Agata il 16 1 1665; Grazia il 13 11 1667; Francesco il 2 5 1669; Natale Stefano il 22 12 1670; Francesca Paola il 14 11 1675.

Gerlando Bronzo, il 7 gennaio 1687, in seconde nozze, ha sposato Vita Giovanna, da cui, però, non ha avuto figli.

Dei figli di Gerlando Bronzo e Antonia Caracausi si sono sposate: Margherita (con Sciumè Nicolò da Racalmuto nel 1678, da cui non risultano figli nati a Favara), Antonina (con Nobile Gaspare nel 1683, da cui ha avuto 10 figli), Agata (con Rizzo Francesco nel 1687, da cui ha avuto 6 figli) e Francesca (con Gucciardino Michelangelo nel 1691, da Racalmuto da cui ha avuto 10 figli).

La famiglia Bronzo si è estinta per mancata discendenza mascolina.

 

Immagini di Famagosta

 

Famagosta

Famagosta

 

Il martirio del capitano Generale di Famagosta Marcantonio Bragadin scuoiato vivo dai Turchi

Il martirio del capitano Generale di Famagosta Marcantonio Bragadin

Il Leone di S. Marco sull'ingresso di una delle porte della cinta muraria

Fortificazioni di Famagosta

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Cattedrale di Famagosta

Cattedrale

S. Sophia di Famagosta

S. Sofia

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