panorama
GeneoStoriaFavara

Stemma civico del Comune di Favara

Profilo e finalità

Home

contatto

Genealogia dei Favaresi

- emigrazione -

Memorie storiche

Curiosità storiche

Etimologia del dialetto

Album delle memorie

Dominazioni e re di Sicilia

Artisti siciliani

Vescovi della Diocesi Agrigentina

 

Archivio curiosità

01

02

03

04

05

06

 

Annuario di Favara, anno 1905
Poesie di un bambino al padre carcerato
Dall'assedio di Famagosta a Favara
L'omicidio Micari
A strata nova
Antica pescheria
Massoneria a Favara fra il XIX e XX sec.
Leonardo Sciascia e Favara
Il Milite Ignoto ha un nome
Scomparso in mare
Il piccolo attore Ciccio Iacono
Il s.tenente Giuseppe Cirielli
Luca Conoci vittima della ferocia umana
Note di una passeggiata ciclistica nel 1898
---

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Note di una passeggiata ciclistica nel 1898

di Carmelo Antinoro

 

Bertarelli nel suo studio a MilanoLa suprema poesia di un paese come la Sicilia strappa al viaggiatore capace di intenderla dei brandelli del suo essere, e li trattiene dove il caso lo ha condotto a peregrinare. Siracusa e Girgenti, Selinunte e Taormina, l’Etna e Segesta sono amanti esigenti. Esse ci rubano per sempre un po’ della nostra anima, incatenano in eterno un po’ dei nostri ricordi. A compenso del loro sorriso, filtrano in noi, imperituro, un desiderio tormentoso di correre di nuovo ai loro incanti”. Sono queste le parole con cui Luigi Vittorio Bertarelli (1) volle incorniciare i suoi ricordi del suo viaggio in bicicletta, nel 1898, per alcuni luoghi della Sicilia (2). Tra il suo peregrinare, dopo avere visitato le zolfare di San Cataldo che lo avevano tutto rimescolato per le scene tragiche a cui aveva assistito, Bertarelli iniziava a pedalare rabbiosamente dirigendosi verso Girgenti. Quel giorno tutto gli andava di traverso, tranne il vento, il maledetto ponente che lo investiva diritto di fronte, fisso ed implacabile. La strada era completamente deserta, il terreno in qualche parte incolto, coperto di palme nane, i campi bordati di lunghe righe di agavi spinose, il cui scapo fiorito si alzava in fusti sottili e graziosi fino ad otto metri. Nell’aria ardente, che bruciava le fauci, tutto oscillava: dove una tumefazione del terreno portava la strada un po’ in su e l’occhio correva tangente alla curva che saliva, ivi il tremolio dell’aria calda era così vivo, che un fiume invisibile scorreva sulla terra. L’arsura traspariva dalle foglie anelanti, dai legni screpolati, dal suolo pieno di fenditure, dai colori, dal silenzio, dal cielo infuocato. Era un paesaggio africano. Non s’incontrava mai nessuno. O purtroppo si, qualcuno o qualche cosa s’incontrava. Incontrai dapprima una carovana sinistra: un uomo, certo un picconiere, stracciato come Giobbe, che accompagnava una dozzina di ragazzi carichi come muli, i carusi assoldati in qualche paese e che esso conduceva al lavoro. Più avanti, in mezzo alla strada, mi arrestai esterrefatto a un’orrida carogna di cavallo. Tre gambe erano volte in alto, stecchite e tese, la quarta era a due passi più lontano. Dei corvi disturbati volavano via crocidando; un nugolo nero di mosche e mosconi, ronzanti come uno sciame d’api, si abbatteva continuamente e si staccava dall’animale. Esso era ormai scarno a metà e disseccato. Forse era lì da quindici giorni; alcune costole avevano forato la pelle e sporgevano, dure, come una rastrelliera schifosa; il grosso capo disteso a terra, attaccato a un collo divenuto esile come un braccio, faceva spavento. Più lungi ancora, molti chilometri più avanti, passava una diligenza che, in qualche maniera, camminava ancora sulle quattro ruote sbilenche, al trotto dei suoi cavalli sfiancati. Due carabinieri trottavano avanti, due erano all’interno e tra di loro una torva figura di indigeno prigioniero. Triste convoglio! Passo, poco dopo, in Favara, forse il paese più malfamato della Sicilia. Un maggiore dell’esercito mi disse che per tutto il tempo che esso era stato di guarnigione a Girgenti, alla festa patronale di Favara si usò distaccare una compagnia di soldati in aiuto ai carabinieri. Mezza compagnia stava di riserva, l’altra occupava gli sbocchi del paese, perquisendo tutti per togliere ogni arma. Eppure ad ogni festa qualcuno restava sul terreno, con una coltellata nel petto. Si dice che un Borbone di Napoli, verso metà del “800 aveva sul serio proposto, molto paternamente ai propri ministri di circondare Favara di uno steccato e dare fuoco al paese e ai suoi abitanti per distruggere la razza! È possibile che il clima torrido e la razza indomita contribuivano a mantenere usi e costumi feroci, ma non poteva essere altrimenti, né poteva l’educazione penetrare laggiù, dove pure così nobilmente si provava dal popolo il sentimento dell’onore e della lealtà, quando in terreni fertili, con popolazione laboriosa e sobria, la distribuzione della ricchezza era tale, che invisibili latifondisti che ignoravano le loro proprietà, piccoli usurai nascosti e amministrazioni comunali in mano ai partiti, secondate dalla debolezza o dalla connivenza del governo, facevano sì che tranne per i privilegiati, la vita fosse di uno squallore che conduceva necessariamente all’abiezione.

Diverse locande, indicate per le migliori in città agricole di 20 e più migliaia d’abitanti erano, in generale, casupole dove stava scritto: Qui si fa da mangiare. Si entrava e si anticipavano i pochi soldi necessari, perché i padroni erano così poveri che non avrebbero potuto comprare la pasta, le uova e quello che si chiedeva, e si aspettava con pazienza che lo scarso pranzo venisse cucinato. Ciò poteva richiedere da una a due ore. Non c’era da arrabbiarsi: era l’uso. A Siculiana mi indicarono una locanda, l’unica del paese. Era un androne terreno senza finestre, aperto sulla strada con un gran portone. Un antro cieco e profondo quindici metri. I due terzi, verso il fondo, servivano da stalla a una dozzina di muli; il terzo anteriore era un pandemonio di legna, fieno e paglia, cesti, otri, giare, due capre e un fornello da un lato. In mezzo a questo diavolio passavano i muli per entrare in stalla lasciando abbondanti tracce. Vidi anche un’orrenda megera sgangherata, spettinata, stracciata, più sporca dell’immondezzaio in cui si agitava. Povere scimmie! Chi mai vi calunniò tanto dicendo che l’uomo e la donna derivano da voi? Eppure quella era l’ostessa che doveva con le sue luride mani cucinarmi il pranzo! Ci volle una mezzora per combinare il mangiare: pasta, uova, patate, uva … e basta. Mentre si disponeva il pranzo volli vedere la camera. Mi condussero nell’antro, fin quasi in fondo. Credevo di asfissiare per il fetore. Poi su per una scaletta di legno a una stanzetta sui tetti, che serviva da sfiatatoio alla stalla. Là dentro c’era un magazzino di canne, di otri, di lanterne, delle lunghe filze di caciocavallo, tre o quattro galline e una branda con un saccone tutto cavo nel mezzo. Ma, soprattutto, c’era un puzzo ammorbante di stalla e pollaio. Sgombrate, lavate, scopate, pulite o porci animali! Pagherò quello che volete, ma cambiate questa stalla di Augìa! Fortunato Giobbe sul letamaio, lui, almeno, era all’aria aperta! Non m’intesero neppure. Dopo avere anticipato alla megera il denaro per la spesa, mi sedetti sul portone ad aspettare. Il sole era caduto e, sul crepuscolo tutti, dopo il lavoro dei campi, tornavano a casa da cinque, dieci chilometri di distanza. Chi portava giare d’acqua, chi otri di vino, chi fasci d’erba secca o lunghe canne dei fiori d’aloe, chi cesti di fichi d’India. Certi cantavano, la mano sulla bocca, canzoni moresche lente e melanconiche. Dappertutto era un vociare continuo, confuso, sgarbato, incomprensibile, come di gente che gridava per farsi intendere, di dar di gomiti per farsi largo, di urtare per attirare l’attenzione. Era tutto un mondo diverso dal nostro, più vivo, più grossolano, più violento: una tribù selvaggia di arabi trapiantati in Italia. Udii uno scalpitare di cavalli: entrarono in paese due campieri fieramente impostati su dei superbi animali, col fucile attraverso l’arcione. Due passi dopo di loro, solo e senz’armi, un signore. Che dico signore? Un signorotto fiero, bello provocatore, sprezzante: nulla da invidiare a don Rodrigo. Poi, più dietro ancora, quattro sue guardie armate, in montura sgargiante, anch’essi splendidamente montati. La cavalcata mi passò accanto di trotto serrato, senza curarsi di me, senza scansarmi di una linea. Io, che ero seduto, per un capello non andai con le gambe in aria. Ah, se avessi avuto quel … barone tra le mani! Ma io solo, pare, mi sdegnavo della sua non curanza per i piedi del prossimo. Tutti quanti si scansavano senza nulla dire. Il barone è d’un altro mondo, al quale non si appartiene né si può appartenere: lo stesso senso con cui suppongo i cani debbano guardare noi uomini. Tale è il punto a cui si trovano queste popolazioni. Quanta strada ancora perché divengano coscienti! Quella sera mangiai di grande appetito, poi mi coricai. Cominciarono a latrare dei cani, dieci, cinquanta, cento cani, un concerto infernale di cani. Che notte!

 

(1) Luigi Vittorio Bertarelli (Milano, 21 giugno 1859 – 19 gennaio 1926) è stato un geografo e speleologo italiano. Nel 1894 fu, insieme con Federico Johnson e con altri cinquantacinque velocipedisti, uno dei soci fondatori del Touring Club Ciclistico Italiano, che diverrà poi Touring Club Italiano nel XX secolo, di cui fu anche il primo presidente. Grazie alle molteplici iniziative da lui intraprese con il valido aiuto di Arturo Mercanti, che dal 1906 al 1915 fu Segretario Generale dello stesso T.C.I., il numero degl'iscritti superò ben presto la cifra di centomila. Diresse la compilazione della Guida d'Italia del Touring Club Italiano edita in 17 volumi a partire dal 1914, della Carta d'Italia del Touring Club Italiano in 58 fogli e dell'Atlante Internazionale del Touring Club Italiano;

 

(2) L. V. Bertarelli, Sicilia 1898 Note di una passeggiata ciclistica, a cura di Vittorio Cappelli, Sellerio editore Palermo, 1994.

 

Nella foto L. V.Bertarelli nel suo studio del Touring Club Italiano con la segretaria Lena Papi - 1912 ca.

 

 

Geneo Storia Favara