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Un coraggioso appuntato di P.S.
Stefanu Cuppularu
Figlio di un dio minore

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Vincenzo Zuccaro un piccolo genio

Piero Meli - Sandro Varzi

 

Vincenzo Zuccaro nacque a Cefalù il 25 aprile del 1822 da Benedetto e da Lucia de Luca, originari di Caccamo, ma ambedue provenienti da Palermo. Appena nato, fu immediatamente portato in cattedrale dalla signora Paola Maggiore, levatrice, e subito battezzato, perché in grave pericolo di vita. Il padre, professore di flauto e direttore d’orchestra, per guadagnarsi da vivere, vagava da Comune a Comune, portandosi con se il fanciullo (che grazie a Dio sopravvisse) e gli strumenti musicali e iniziando a dargli le basi musicali, giacché doveva egli sicuramente intraprendere per il futuro la medesima professione del padre che, non poteva permettersi di avviarlo agli studi delle belle lettere. Vincenzo, laddove il padre si fermava per qualche giorno a suonare o a dare lezioni di musica, era sempre pensoso e taciturno e se ne stava spesso rannicchiato in un angolo della stanza dove il padre esercitava la sua professione. Ora accadde che suo padre, chiamato da un gruppo di giovani a dirigere una banda musicale, dovette stare sei mesi lontano da casa. Al suo ritorno trovò il piccolo Vincenzo di molto dimagrito e ne chiese il motivo alla moglie la quale rispose che il fanciullo da qualche mese stava sempre sveglio, non riusciva a chiuder occhio la notte e calcolava continuamente tra se e se borbottando numeri: cento, dodici cento, venti trecento....ed inoltre aveva già imparato a contare sino al centinaio giocando con le noccioline. Il padre sorrise e chiese scherzando al fanciullo che cosa avesse da contare e che cosa ne potesse sapere lui di conti. Vincenzo rispose prontamente che faceva il conto di quanti tarì aveva guadagnato il padre l’anno prima, di quanti ne aveva mandati a casa in quei mesi, quanti ne spendeva la madre tutti i giorni e a quanto sommavano per mese e per anno. Contava poi quante stelle ci fossero in cielo, quanti portoni, balconi e quante finestre ci fossero a Cefalù. Il padre lo credeva impazzito ma non si perse d’animo e facendosi coraggio, così per prova, gli chiese: “47 più 38 quanto fanno?” e prontamente il fanciullo rispose “85”; “e chi ti ha insegnato a sommare?” replicò il padre; “Nessuno” rispose Vincenzo;e il padre “dimmi 5 per 9?”; “45” rispose Vincenzo. “Ma chi ti ha insegnato la tavola pitagorica?” chiese il padre, ma il fanciullo non sapeva che cosa fosse detta tavola e la madre affermava che non fosse venuto nessuno a casa. Intanto il padre continuò a porgere a Vincenzo altre domande più difficili, avendo da lui sempre risposte pronte, sicure e velocissime. Sbigottito, dopo aver fatto tutti i riscontri con carta e penna, concluse che le risposte erano tutte esatte. Nel frattempo si confidò con alcuni amici i quali vollero rendersi conto delle meraviglie di Vincenzo e rimasti anche loro sbalorditi, consigliarono don Benedetto di far conoscere il fanciullo ad alcuni nobili e dotti cefalutani o ancor meglio di portarlo nella città di Termini Imerese, che a dir loro era città più dotta. Passarono alcuni mesi e tra la gente locale e del circondario incominciavano a circolare notizie sui prodigi del piccolo Vincenzo, “ Nato e cresciuto nella miseria, nell’ignoranza, deve la sua scienza alla natura che volle formarne un prodigio, fanciullo di statura conforme all’età, fisionomia graziosa, occhi e fronte indicanti riflessione profonda, voce di suono maturo, il quale senza sapere ne leggere e ne scrivere, con la sola forza del suo intelletto, eseguisce a memoria i calcoli numerici di qualunque specie con maggiore facilità e speditezza di quanto si possa attendere dal più esercitato calcolatore e con tale esattezza che sorprende, ciò che Zuccaro fa da se stesso, non lo fanno gli uomini di nessuna età e di nessuna dottrina, come se madre natura avesse rotto le sue leggi”. Nel 1829, il padre ripensando a ciò che ebbe detto dagli amici, un giorno presa una carrozza da Cefalù, portò il piccolo Vincenzo a Termini Imerese. Appena arrivati in quella cittadina, la gente, come se sapesse del suo arrivo, si riversò nelle strade accompagnandolo con giubilo al Palazzo di Città. Qui accolti dalle autorità cittadine, Vincenzo fu invitato a dare una pubblica prova del suo talento, lo invitarono a farsi fare un ritratto e lo decorarono con la medaglia del loro Liceo. In quell’occasione si trovava a Termini, per affari personali, il marchese Giuseppe De Spuches, anima generosa e grande mecenate, che rimase colpito da quel fanciullo, tanto che in seguito, nel corso di quello stesso anno, lo condusse a Palermo prendendolo sotto la sua protezione e aiutandolo negli studi. Egli che assunse l’impegno di presentarlo al capo del governo, non volendo rischiare un tale passo prima di essere sicuro del merito del fanciullo, lo condusse, dal distintissimo matematico prof. Nicolò Cacciatore al quale, Vincenzo all’età di circa sette anni diede un pubblico saggio di calcolo mentale. Questo avvenimento fece parlare di sé i giornali scientifici e letterari più accreditati d’Italia e d’Europa, “Vincenzo Zuccaro fanciullo prodigio di Cefalù, volle dare in questa capitale un nuovo saggio del suo prodigioso talento di calcolare a memoria. Egli tenne perciò nei giorni trascorsi pubblica accademia in una delle grandi sale del Palazzo Calabritto. Scelta e numerosa udienza di personaggi distinti, di scienziati e di cultori d’ogni specie di letteratura v’era concorsa per ammirare uno spettacolo ben poche volte o non mai da altri veduto finora. Il programma delle materie, intorno alle quali poteva essere interrogato il fanciullo, girava di mano in mano agli spettatori e non vi fu un solo che leggendolo non avesse rivolto gli sguardi sul piccolo Zuccaro, come per assicurarsi se la cosa fosse possibile. Ma il dubbio durò ben poco. Alla prima domanda che al ragazzetto si fece: Estraetemi la radice cubica del numero 43.816, ed alla sua pronta risposta: 35 con il resto di 941, al dubbio seguì la sorpresa ed alla sorpresa la meraviglia allorché si andò man mano notando con quale rapidità e sicurezza egli risolvesse tutti i difficili problemi a lui posti. Dopo tali fatti che potremmo noi aggiungere in lode di questo favorito dalla natura? Diremo solo che ai professori nella scienza del calcolo esercitatissimi il tempo mancava per risolvere con la penna quei problemi ch’egli scioglieva senza altro soccorso che della sua memoria”. L’eco dell’accademia pubblica palermitana fu vastissima. Ne parlarono i più autorevoli giornali scientifici e letterari d’oltre faro. Perfino il “The London literary gazette” pubblicò una corrispondenza da Napoli dal titolo “Calculating Boy”. Oltre alla città di Termini Imerese il cui Decurionato riunitosi di proposito il 6 dicembre del 1829 aveva deliberato di proteggere, per quanto poteva, il fanciullo prodigio, anche la municipalità di Palermo volle contribuire al mantenimento e alla cura dello Zuccaro e concesse al De Spuches, che sin dall’inizio ebbe cura del fanciullo, una pensione affinché potesse farlo bene istruire. Vincenzo da quel momento ebbe chiarissimi protettori che tanto influirono per assicurargli una convenevole educazione e agevolare e proteggere le sue naturali virtù. Tra questi il Duca di Gualtieri, presidente del Consiglio dei Ministri. E proprio all’interessamento personale di questi si deve che nel corso del 1831 dal Governo di re Ferdinando, che ormai con impazienza desiderava conoscere direttamente e personalmente gli avanzamenti fatti negli studi, e i particolari progressi nella scienza del calcolo, fu impiegata la somma di 1500 ducati annui per la sua ulteriore istruzione. “ Che un ingegno così promettente non debba essere seguito e coltivato, è cosa irragionevole, bisogna dare lode al Governo delle Due Sicilie che addossandosi la cura del fanciullo Zucchero, gli dà una nobile educazione, di cui la povertà domestica lo avrebbe per necessità lasciato privo ”. Vincenzo Zuccaro, fanciullo prodigio superò brillantemente i problemi a lui sottoposti dai più grandi luminari di quel tempo, come il siciliano prof. Diego Muzio ed esimi matematici come i professori Bata, Fuoco e Casano conosciuti a livello europeo, i quali ebbero a dire di trovarsi di fronte ad un emulo di Archimede e Newton. La meraviglia suscitata dal nostro Zuccaro, non rimase circoscritta solamente in Sicilia e la presenza di numerosi e curiosi stranieri a Palermo portarono la fama del nostro, anche fuori i confini d’Italia. Dalla Francia tramite il barone Sermont, Intendente Generale dell’armata francese in Grecia, si volle da quel Governo decorare il fanciullo prodigio con Medaglia e Croce al merito, alta onorificenza in quel Paese. Nel 1834 veniva accordata al meraviglioso fanciullo calcolatore Vincenzo Zuccaro, l’annua pensione di mille scudi, onde non mancargli un decoroso mantenimento e un industrioso e diligente maestro che potesse riuscire al veloce e completo sviluppo di quell’ingegno, che tanto prometteva. Questo fanciullo, matematico per istinto, che non sapeva né leggere né scrivere, ora per le cure dell’Abate Minardi, destinatogli come istitutore, comprese e spiegò gli autori italiani e latini, prosatori e poeti, dandone pubblica prova. Le notizie sul suo conto si fermano all’anno 1837 quando negli Annali universali di statistica, pubblicati in Milano, in quell’anno, così si legge “ In ordine di tempo la Sicilia ci ha dato Vincenzo Zuccaro, il quale fecesi ammirare a Napoli e a Palermo, ed ora altro siciliano di cognome Pugliesi gira l’italia riscuotendo applausi per il suo improvvisar di calcoli in età fanciullesca”. Da questo momento cala un buio totale sul destino del piccolo Vincenzo Zuccaro, non avendo altre notizie sulla sua vita, sul suo operato, nessun anche ben minimo indizio sugli anni a venire, si presume che il fanciullo prodigio di Cefalù, sia morto prima di aver compiuto la giovane età di 15 anni. Ma non è così. Una lettera autografa dello Zuccaro acquistata da chi scrive in un antiquario di Lucca ci rimette sulle sue tracce. La lettera, datata 20 maggio 1852, da Torino, è indirizzata al ministro delle finanze del governo piemontese che allora era Camillo Benso conte di Cavour. Scrive tra l’altro Vincenzo Zucchero (così si firma, italianizzando il cognome): «Non avendo potuto avere l’onore di parlare con Lei, Sig. Ministro, mi fo ardito d’invitarla a volermi onorare di Sua presenza all’Accademia di calcoli numerici a memoria, che io darò la Sera di Sabato 29 corr. te alle ore 8½ nella Sala del Gabinetto Chimico sita nel Collegio di S. Francesco da Paola. Animato dall’avere il Presidente del Consiglio, Cav. D’Azeglio, accettato filantropicamente simile mio invito, spero che anch’Ella, Sig. Ministro, vorrà onorarmi di sua presenza». Che si tratti del prodigioso fanciullo non c’è alcun dubbio come dimostra un avviso apparso sulla “Gazzetta del Popolo” l’8 marzo del 1852: «Il professore di calcolo mentale estemporaneo, cav. Vincenzo Zucchero, siciliano, che ha dato sin dal 1829 delle accademie di calcoli numerici in tutte le principali città d’Italia, ed altrove, dà ora qui delle lezioni di Aritmetica ed Algebra elementare a prezzi discreti. Egli abita in contrada d’Argennes n. 6, piano 1º, e si trova in casa dalle 9 alle 11 antim. tutti i giorni». Come e perché fosse finito nella capitale piemontese a guadagnarsi da vivere esibendosi in pubbliche accademie e impartendo lezioni private è un’altra storia, un’altra avventura di questo singolare personaggio cefaludese. A svelarlo un documento dell’archivio di Stato di Torino, l’estratto dal ruolo matricolare degli ufficiali del corpo volontari italiani intestato a Vincenzo Zuccaro fu Benedetto e fu Lucia De Luca nato il 22 aprile 1822 a Cefalù. Un documento che ci riconsegna un “altro” Zuccaro acceso patriota e garibaldino, un combattente per l’indipendenza della Sicilia e per l’Unità nazionale. Dopo le speranze disattese nello studio delle scienze esatte, forse scaricato dal governo borbonico, si era arruolato nel maggio del ‘48 come volontario nei dragoni di Lombardia; il 21 ottobre però è in Sicilia dove il Parlamento Generale lo nomina primo tenente del genio. Ma dopo la caduta di Catania, nell’aprile del ‘49, prende la via dell’esilio, a Londra. Qui, senza mezzi economici e senza conoscere una sola parola di inglese, s’ingegnerà a sbarcare il lunario, sfidando al gioco del domino, dov’era abilissimo, gli avventori nei piccoli bar gestiti da italiani, vincendo infallibilmente la sua magra consumazione quotidiana. Nel ‘52 è, come abbiamo detto, a Torino. Il 19 giugno del ‘59 in qualità di commissario piemontese insieme al capitano Giovanni Pagliacci e al tenente Antonio Del Buono verrà mandato da Cesare Mazzoni presso il governo provvisorio di Perugia, per predisporre la difesa della città dall’assalto delle truppe pontificie. Alla fine degli scontri del 21 giugno verrà dato per disperso. L’anno successivo invece accorre nuovamente in Sicilia tra le file garibaldine col grado di capitano di fanteria dell’armata dell’Italia meridionale. Modesto e riservato, chiuderà la sua carriera nell’esercito nel distretto militare di Bari, ignoto agli storici e ai cultori di cose di Sicilia. Nel volume “Gli emigrati politici siciliani dal 1840 al 1860”, Alessio di Santostefano della Cerda ricorda d’averlo visto più volte uscire in fin di mese dall’ufficio del Direttore dei Conti stringendo “amorosamente” nella mano la busta che conteneva il suo magro stipendio di militare: «appariva convinto che verso lui, umile gregario, la patria ripagava il suo debito di riconoscenza».

 

L’occasione del restauro del dipinto “Ritratto di Fanciullo”, di ignoto pittore siciliano del XIX secolo, posseduto dal barone Enrico Pirajno di Mandralisca, di proprietà oggi della omonima Fondazione Culturale, realizzato grazie al finanziamento del Circolo Italo-Tedesco Gaggenau e compiuto dalla restauratrice cefaludese Dott.ssa Antonella Tumminello, mi ha spinto ad iniziare una serie di ricerche riguardo il giovane personaggio ritratto in questa tela, sino ad oggi rimasto sconosciuto. Conoscendo bene tutto il patrimonio pittorico e librario appartenuto al Mandralisca, la mia memoria mi venne in aiuto facendomi ricordare di una litografia su carta che raffigurava un fanciullo che meritò di essere effigiato, in ricordo ai posteri, per dei meriti particolari che non ricordavo bene.Spulciando i vari inventari ecco trovare una litografia corrispondente al mio ricordo “Litografia raffigurante il fanciullo prodigio Vincenzo Zuccaro, nato nella Comune di Cefalù, addì 22 aprile 1822”. Trovata la litografia nei depositi, volli fare subito un confronto e il sorprendente risultato fu quello che i due personaggi risultarono pressoché identici nella fisionomia, differenti nella cronologia dell’abbigliamento, che tuttavia aveva in comune la presenza di un colletto riccamente ricamato. Il primo passo sembrava compiuto, il personaggio ritratto non è altro che il fanciullo cefaludese Vincenzo Zuccaro. Ma chi era costui? Che meriti ebbe per meritarsi una litografia, un ritratto ad olio su tela? Come mai il barone Enrico ci tenne ad avere dei ritratti, in ricordo di un personaggio a lui contemporaneo e che di sicuro ebbe occasione di conoscere personalmente? Conosciuto ora il suo nome e cognome iniziai delle ricerche sistematiche anche nell’archivio della Famiglia Mandralisca e nel fondo librario storico, nella speranza di trovare qualche cosa a me utile. Poco ci volle e mi imbattei in una pubblicazione dal titolo “Sopra il famoso fanciullo Vincenzo Zuccaro, epistola di Ferdinando Malvica”, Palermo 1829. Ecco scoperto l’arcano, finalmente fui in grado di capire chi fosse il fanciullo, il perché di quei ritratti e l’interesse che ebbe il Mandralisca nei suoi confronti. A voi il resto, affinché possiate avere il piacere di scoprire chi fu Vincenzo Zuccaro, fantastico fanciullo prodigio di Cefalù, del Regno delle due Sicilie, d’Italia, d’Europa.

Sandro Varzi

Vincenzo Zuccaro

Vincenzo Zuccaro

Il barone Antonio Mendola nei suoi diari ha scritto di questo prodigioso Vincenzino Zuccaro, palermitano, figlio di Benedetto Zuccaro, maestro della banda musicale Favarese per più di 15 anni.

 

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