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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Liti e questioni sull’eredità del sacerdote Mulè

di Carmelo Antinoro

 

Come spiegato nel precedente articolo il beneficiale della Confraternita delle Anime SS. del Purgatorio (dentro la chiesa di S. Rosalia, in piazza Cavour, a Favara), sac. Pasquale Mulè, teneva in casa un sedicente nipote chiamato Gerlando Licata. Arrivato alla maggiore età il Licata, nel 1813 volle fare promessa di matrimonio con una giovincella di Favara e, come regalo di nozze, il sac. Mulè, con scrittura privata, volle regalare al futuro sposo un luogo di terre alberate con casina rurale in c.da Falsirotta ed altri ancora nelle c.de Stefano e Caltafaraci.

Il regalo da parte del Mulè al presunto nipote aveva come obiettivo soprattutto quello di renderlo indipendente dal punto di vista economico, ma in realtà le cose non andarono così e, dopo il matrimonio, i rapporti fra i due divennero burrascosi. Un giorno il presunto nipote, dopo una insoddisfatta richiesta di denaro, forzò il cassetto del tavolo di casa del prete per rubare dei soldi, mentre in altra occasione pare gli abbia falsificato la firma; queste ed altre questioni ancora mandarono in escandescenza l’irruente sac. Mulè, al punto da cacciarlo di casa. Quest’ultimo, per vendetta, faceva tagliare alcuni grandi alberi di carrubo e faceva svellire il tetto di casina rurale nelle terre del sac. Mulè. Siffatti gesti accesero sempre più la collera del Mulè, al punto da pentirsi amaramente delle donazioni fatte, tanto che con una memoria del 1837 dichiarava falsa la succitata carta privata suscitando le ire del sedicente nipote, il quale minacciò di rivolgersi alla giustizia. Il Mulè, per non sottoporsi al potere giudiziario ed ai giudizi della gente, perveniva ad una transazione in favore del nipote. Detta transazione però non bastò a sedare la lite, poiché dopo poco tempo fra i due iniziò un vero e proprio contenzioso ed i rancori che ne scaturirono da parte del Mulè continuarono anche negli ultimi istanti della sua vita. Durante vita il ben.le Mulè aveva scritto due testamenti. Nel secondo testamento, a poco meno di due mesi dalla morte, per paura del giudizio divino rivelava di aver comprato a proprio nome, ma con introiti della chiesa, una casa in paese ed un appezzamento di terra in c.da Gelardo, dove esistevano delle vene di zolfo. Con quest’ultimo testamento il Mulè istituiva erede dei propri beni l’altare del SS. Sacramento nella chiesa del Purgatorio e per questo nominava due fidecommissari sacerdoti, con l’obbligo da parte di questi ultimi, di tutelare l’asse ereditario dalle malevoli insidie dal sedicente nipote. Ma le questioni maggiori ebbero inizio dopo il 1838, anno in cui il Mulè venne chiamato al giudizio di Dio.

Dopo la morte del Mulè si procedeva alla stima e all’inventario dei beni che comprendeva case d’abitazione nel quartiere madrice, terre in c.da Milione, in c.da Piana dei Peri, in c.da Stefano ed altre ancora in c.da Pioppo con vigneto, casina e palmento, oltre a due mule e oggetti vari. Il Licata venuto a conoscenza di alcuni oggetti di pertinenza di quella successione, carpendo la buona fede dei fidecommissari ancora non legalmente autorizzati e, probabilmente ignari del passato, si faceva nominare depositario di tutti i beni inventariati. Chiamato successivamente alla consegna, detto Licata si negava, anzi faceva ricorso a quella successione, con notevole disorientamento da parte dei fidecommissari. Il Licata, trovando così terreno fertile, avanzava delle pretese, dichiarandosi depositario dei beni mobili ed immobili dell’eredità Mulè stante una donazione – a suo dire - non interamente adempiuta. Il Licata intanto, viste le difficoltà, si rifugiava sotto le grandi ali del vescovo di Girgenti, il quale con molta premura cercò le vie della conciliazione. Il vescovo nominò un arbitro inappellabile del litigio per pervenire ad un compromesso. Scaduti i termini legali della vertenza senza risoluzione, si cercò di pervenire alla stipula di un secondo compromesso. Scaduti nuovamente i termini, se ne stabiliva un terzo. Falliti i reiterati compromessi, a cagione che l’arbitro mal secondava le ingiunzioni del vescovo, si ricorreva al disegno di una transazione fra le parti contendenti. Questa transazione però non ebbe luogo a seguito seguito dello scoppio della rivolta nazionale del 1848, nel cui frangente il vescovo fuggì ed i fidecommissari, liberati dall’immane giogo, respinsero il calice amaro. Fu così che la causa veniva spinta in giudizio innanzi il tribunale che, con sentenza del 1849, condannava il Licata al rendiconto dei frutti dallo stesso percepiti ed alle spese. Ma con il rientro del Borbone vincitore anche il vescovo faceva ritorno in diocesi ed imponeva ai fidecommissari un’altra transazione. L’atto veniva respinto dalla Consulta di Stato in quanto ritenuto subdolo e lesivo nei confronti dei diritti della Congregazione. I fidecommissari trovandosi fra l’incudine ed il martello non osarono più riprendere il giudizio salvo che nel 1859. Scoppiata la rivoluzione nel 1860, caddero i fidecommissari e con essi una pietra sepolcrale stramazzò sulla vertenza, mentre i rettori della chiesa che si susseguirono da allora, ai quali sarebbe spettata la competenza di rimuovere il giudizio, chi per un verso, chi per un altro rimasero nell’oblio più profondo. Nel 1864, per essere venuto meno ai viventi il beneficiale della Congregazione Calogero Arnone, nel 1866 prendeva possesso del beneficio del Purgatorio il sac. Pietro Avenia, il quale, a suo dire, veniva a conoscenza di nuovi inganni che la Deputazione Provinciale tramava con gli eredi Licata. Con lettere del 1868 i figli dell’ormai defunto Gerlando Licata chiedevano al presidente e componenti la Deputazione Provinciale di Girgenti, di impartire omologazione alla transazione del 1847. Il beneficiale sac. Avenia inviava un reclamo al prefetto presidente della Deputazione Provinciale ed un altro al Ministro dell’Interno, onde prevenire una malsana intromissione della suddetta Deputazione. In riscontro ai suddetti reclami il prefetto Basile scriveva alla Deputazione Provinciale facendo constatare che l’eredità Mulè era rivolta ad esclusivo oggetto di culto e che non costituiva opera pia ai sensi della legge del 3 agosto 1862 e che comunque la questione era passata in autorità di cosa giudicata e che non poteva di certo ravvisarsi indebita qualsiasi ingerenza della Deputazione in tale affare. Il 27 febbraio 1869 lo stesso prefetto, evidenziava l’incarico assegnato dal Governo di statuire l’attendibilità delle transazioni del 1847 e 1850 dopo che gli amministratori fidecommissari dell’opera in discorso erano stati dichiarati decaduti. A seguito della morte del sac. Pietro Avenia, con bolla del 1878, il Vescovo di Girgenti rinnovava il beneficio delle Anime Purganti al sac. dr. Angelo Giudice. Il nuovo beneficiale volendo a tutti i costi tutelare i diritti del beneficio, dopo aver esaminato con cura le scritture e i documenti, dopo aver consultato persone, gli risultarono inconcusse le ragioni della Congregazione delle Anime SS. del Purgatorio sulle terre e case occupate dalla famiglia Licata che, a suo parere, per causa di debolezza ed impotenza dei predecessori fidecommissari, per tanti anni sfruttò come cosa propria. Spinto anche da alcuni debiti lasciati dal predecessore, il beneficiale Giudice iniziava così dei solleciti per la restituzione dei pingui frutti sottratti alla chiesa. Una nota della Direzione Generale del Ministero dell’Interno del 1879 indirizzata al Prefetto sembrò finalmente diradare la folta nebbia che da decenni offuscavana il campo dell’eredità Mulè. Detta nota evidenziava che la chiesa del Purgatorio era esente da soppressione perché dichiarata coadiutrice e succursale della chiesa parrocchiale, ragione per cui l’eredità Mulè non poteva che ritenersi disposta in favore di un Ente conservato ed anch’essa immune da soppressione. Si riservava quindi codesta Direzione di far procedere alla presa di possesso degli immobili ricadenti in detta eredità, ai sensi della legge 7 luglio 1866, art. 32. Inoltre, non costituendo detta eredità un’opera pia ai sensi della legge 3 agosto 1862, non poteva che ravvisarsi indebita qualsiasi ingerenza della Deputazione Provinciale in affari riguardanti detta eredità, come già lo stesso Ministero aveva fatto notare con propria precedente nota. Fu così che nel 1880, con atto in notar Biagio Miccichè trovava finalmente risoluzione una questione annosa che si trascinava da quarantadue anni. I figli e la vedova di Gerlando Licata si dichiararono pronti a pagare al beneficiale Giudice tutti gli arretrati derivanti dalle due vecchie transazioni, con decorrenza dal 1868. In piena adesione inoltre alle due transazioni, detti eredi si obbligarono a corrispondere una certa somma sul fondo del Milione ed il 10% del ricavato in caso di rinvenimento di zolfo.

 

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