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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Diamo il giusto nome alla villa liberty del Barone Mendola

di Carmelo Antinoro

 

villa Piana del barone Antonio MendolaNel lontano 1902, sopra una striscia di tela bianca, sotto il palazzo Fanara, in piazza Cavour, a Favara, Giuseppe Incagnola teneva scritto sulla sua bottega, in bello stampatello classico romano: “Ristorante”.

Lacerata dal vento la tela, Incagnola ne ha messa una seconda con scritta in stile moderno “Liberty”. “Io non so leggerla bene, consideriamo il popolo!. Che diamine di stile è questo Liberty?” commentava il Barone Antonio Mendola. E continuava: “Vogliono avere uno stile nuovo, battezzato con parole nuove ed invece hanno raffazzonato un mostriciattolo deforme, uno stile senza stile, una cosa brutta. …”.

Chi doveva dire al barone che gli intelligentoni amministratori favaresi, dopo più di un secolo, dovevano chiamare la villa del Barone con lo stesso nome che lui odiava: LIBERTY. Ma cosa c’è poi di liberty nella villa del Barone in contrada Piana?. In effetti la villa del Barone riporta alcuni caratteri stilistici architettonici (ingresso, porte esterne e finestre) ascrivibili al revival gotico, o meglio, al neo-gotico, una delle correnti artistiche che concorsero a determinare lo stile Liberty.

Ma è più corretto chiamarla “Villa Liberty” per alcuni caratteri stilistici o “Villa Piana” così come il Barone la chiamava.

Spero che l’espressione profonda di una riflessione del Barone nella sua amata Villa Piana possa far cambiare idea a tutti. Era il 29 giugno 1905 ed aveva 78 anni il Barone quando ha scritto queste sue riflessioni - Alle 2,30 p. m. parto per villa Piana per rimanerci anche di notte, al solito. Stasera ho visto tramontare il sole e venire la notte alla Piana, nel silenzio e nella solitudine. Mi sono seduto, al solito, dall'ave fino ad un'ora di notte, sul sedile presso la colonna del pergolato che fa angolo tra le due corsie, quella che viene dal portone e quella che va alla cantina. Affranto nelle forze del corpo, depresso nell'animo, sedevo quasi ebetico e ricordavo in modo confuso e annebbiato il passato col presente. Le antiche allegrezze e le nuove malinconie. Tutto è mutato, il cuore non ride, l'anima è deserta. Mi fanno compagnia gli alberi pur essi invecchiati, la notte e le stelle. Dicevo tra me: La vita è un gioco, un trastullo, un lampo, un composto di luce che guizza e passa subito. (30 giugno 1905) Ho dormito imperfettamente, cioè di sonno non profondo. Mi sono svegliato alle 4 di mattina. Sempre le stesse impressioni, le stesse rimembranze degli ultimi anni. Silenzio, solitudine, nebbia scura nel cuore. Mi manca l'udito. La solitudine si fa più austera, accompagnata dal silenzio profondo. I grilli cantano. canta il gufo, zittisce il barbagianni. I miei domestici lo sentono e ne parlano, io non odo più nulla. Anche questo conforto, questo concorso delle creature fatte per sentire la vita durante la notte che è una specie di morte temporanea della natura mi manca. Il villeggiare o anche lo star nell'aperta campagna che prima era dolce per me, oggi è divenuto amaro, o per lo meno ha perduto le sue attrattive soavi e dilettevoli. La campagna suol essere deliziosa per gli abitatori della città, quando dalla vita travagliata e torrida passano al quieto riposo, quando dall'aria densa e impura delle strade affollate di palazzi e di persone vanno a respirare le grandi correnti dell'aria libera e ossigenata dei campi, quando dall'afa infuocata che lambisce le più infuocate mura delle strade, godono la piccola brezza dei campi che rinfresca un pochino la fibra loro affievolita dai calori eccessivi dei formicus umani. E per me tutti questi vantaggi la malinconia non mi permette di gustarli. I miei sensi sono come ottusi, le percezioni passano quasi inavvertite, o meglio, manomesse dall'interno dolore. Ieri sera mentre la mia mente era in un sopore confuso, come un dormiveglia, chiedevo a me stesso: L'anno vegnente ritornerò, di questi giorni, in questo luogo?, si ripeterà questa scena della mia vita? Purtroppo ne dubito. Adesso non conto più gli anni, ma i giorni. La distanza tra la vita e la morte, tra la villa Piana e il cimitero è brevissima, basta un sol passo, un sol giorno per sorpassarla. Intanto ringrazio Dio, piglio il tempo come viene. 

 

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