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Primo cinematografo a Favara
Miracolo clandestino di S. Calogero
Ambrosini e il pesce di Aprile
Esordio della Democrazia Cristiana
Il giusto nome della villa liberty
I pappagalli di donna Momma
Visse un ricco spagnolo
Ammoniti di 200 milioni di anni
Via P. Belmonte da correggere
La cisterna dei morti di colera
Il cimitero sotto la madrice
Reliquie sante al Purgatorio
Accadde a Gioacchino La Lomia
I figli di nessuno
Assassinio nella madrice

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

 I figli di nessuno

   di Carmelo Antinoro

 

Nel passato molti bambini appena nati venivano sovente abbandonati per le strade o nelle campagne, dove ordinariamente perivano per fame e spesso divorati da animali, un vero dramma che coinvolgeva, in varia misura, tutte le Università (Comuni) del Regno.

A Favara nei secoli XVI, XVII e XVIII, prima dell’uso della ruota, i bambini trovati venivano portati all’ospedale S. Nicolò (adiacente all’omonima chiesa), dove venivano curati ed accuditi dalle balie. I neonati abbandonati venivano registrati nei libris baptizatorum della madrice chiesa con l’appellativo di filius/a populi, ex patre et matre incerti, oppure spurius/a, spulius/a fino alla prima metà del 1800 e successivamente con figlio/a d’ignoto/i, figlio/a del Popolo o semplicemente del Popolo e Proietto.

Nel sec. XVIII la situazione dei proietti nel Regno divenne insostenibile e con un regolamento del 1751 venne ordinato dalla Deputazione dei proietti e ai Giurati delle Università di adottare le ruote. Gli alimenti venivano somministrati ai proietti per un periodo di soli tre anni per poi restare abbandonati a loro stessi. Per sopperire a tali deficienze venne emanato un altro regolamento nel 1760 affinché ogni Università corrispondesse gli alimenti per il mantenimento dei bambini proietti maschi fino a 5 anni e delle femmine fino a 7 anni. Per venire incontro ai dettami del perpetuo regolamento dell’11 gennaio 1751 l’Università di Favara teneva in affitto un catoio, dov’era situata la ruota, ubicato in un luogo abitato ma nello stesso tempo appartato, nel cortile chiamato della Ruota, con ingresso dalla via Margherita. In detto catoio alloggiava la ricevitrice dei proietti, che aveva il compito di tenere accesa una fiammella alimentata ad olio in prossimità della ruota, di prelevare e apprestare le prime cure ai neonati abbandonati. I proietti, dopo un apposito controllo medico venivano affidati alle nutrici che, per un periodo di tempo, provvedevano ad allattarli, pulirli e vestirli. Nella prima metà del 1800 le spese che il Comune di Favara affrontava per il mantenimento dei proietti superavano abbondantemente quelle per le opere pubbliche, inoltre variavano, a seconda delle esigenze e della disponibilità, da 200 a 400 onze all’anno (un’onza corrispondeva a circa 300 euro attuali), con punte anche di 700, contro un bilancio complessivo annuale che oscillava tra 1000 e 3000 onze.

Mensilmente si contavano mediamente da 50 a 65 nutrici che accudivano altrettanti bambini proietti. Non mancavano le speculazioni nel mondo dei proietti e per questo nel 1870 vennero denunciate una certa Giuseppa Frisino e le quattro figlie, note prostitute che illecitamente dichiaravano in diversi Comuni alcuni proietti (tra cui anche figli propri) e con diversi nomi, al fine di percepire danaro pubblico per la somministrazione di alimenti dai diversi Comuni, con conseguente danno per l’erario e la morale.

L’ultima ruota che memoria d’uomo ricordi a Favara è quella del collegio di Maria, attiva nella prima metà del XX sec.. Molti dei bambini abbandonati spesso venivano marchiati da strani cognomi. Se ne citano alcuni dell’800: Fortuna Salvatore, Miracoloso Alfonso, Cristallino Salvatore, Brillante Giuseppe, Dumas Alessandro, D'Arimatea Melchiorre, Dante Giuseppe, Petrarca Giuseppe Marcello, Di Napoli Antonio Masaniello, Saltalamacchia Calogero, Macco Giovanni, Bombolo Giuseppe, Bramato Giuseppe, Scordato Gaetano, Miserino Giuseppe, Defuntino Gerlando.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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