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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Impressioni di un viaggiatore francese

nella Favara dei primi del 1800

di Carmelo Antinoro

 

Inerpicati su una montagna arida, dall’alto della quale dominavamo una grande distesa di paese e di mare, una svolta brusca ci fece entrare in una campagna bella e coltivata come quella di Girgenti; essa si estendeva verso una catena imponente, le cui sommità spigolose riflettevano ancora gli ultimi bagliori del tramonto. Una nuvola, fermandosi proprio sulle nostre teste, lasciò sfuggire una di quelle ondate fresche che caratterizzano la primavera; ma non durò affatto, e allora la freschezza sparsa nella natura, il cinguettio degli uccelli e la purezza dell’aria, ci immersero in questa vaga sensazione di felicità che fa provare il crepuscolo di una bella serata. Temendo di arrivare nottetempo a Favara, dove volevamo dormire … . Ci fermammo tardissimo davanti alla porta del fondaco di Favara (doveva essere quello esistente nella pubblica piazza o Castello, poi Cavour), città alquanto degna di attenzione costruita in una vallata, presso un fiumiciattolo che porta lo stesso nome. Sopraffatti dalla stanchezza, ci buttammo senza esame preliminare su due orrendi materassi e l’indomani mattina soltanto vedemmo, alla luce del sole, in quale schifoso tugurio ci trovavamo; era decorato con il titolo di “salotto degli stranieri” e abitato da una moltitudine di ratti, topi e insetti: Le pareti e il pavimento erano ricoperti di sporcizia; per fortuna la mancanza di soffitto, porte e finestre permetteva all’aria di circolare liberamente, e di disperdere i miasmi che senza i quali, sarebbero potuti diventare funesti a coloro che si fossero abbandonati al sonno in questo rifugio.

Rivolgemmo considerazioni di biasimo all’albergatrice; ella li accolse con un’espressione molto innocente, non comprendendo niente dell’assurdità delle nostre pretese, considerando la stanza pulitissima e comoda. La sua risposta fu: «il mio salotto è come tutti quelli del paisi (paese), e quando si vuole viaggiare bisogna sapersi adattare a vivere come la gente che vi ospita». A questo punto nulla da obiettare, ed io capii che era arrivato il momento di chiedere scusa. I Siciliani non ci tengono affatto alla pulizia; ho avuto spesso l’occasione di notarlo. Più volte mi è capitato di entrare nelle case di famiglie del ceto più basso del popolo: sono sporche, umide e infette; ci si dorme, si mangia, si lavora, si fa tutto in uno stesso bugigattolo che serve anche da bottega, da fienile, da cucina, e talvolta da concimaia. Questa sporcizia è più del tipo orientale che del tipo napoletano. In generale, sono colpito sempre più dalle numerose analogie dalle usanze del siciliano con quelle dell'abitante delle contrade arabe; stessa mimica e stessa gestualità, stesse attitudini, stesso modo di implorare la carità e posso inoltre aggiungere ad onore delle due nazioni, stessa inclinazione nel praticare l'ospitalità. La devozione del Siciliano cattolico deriva un poco da quella dell'Arabo maomettano; come gli Orientali accompagna le preghiere con genuflessioni e movimenti espressivi; si dedica ad una moltitudine di pratiche minuziose, e tutto presagisce che è più preoccupato della forma che della sostanza. Il grado di civiltà è lo stesso nelle campagne dei due paesi; i ceti sociali più bassi sono condannati ad un completo isolamento e allontanati dalle idee specifiche dello sviluppo intellettuale moderno: l'aspetto delle città di secondo ordine è triste e rovinato nelle due contrade; esse sono ambedue sprovviste di buone strade; la campagna è incolta, qui come in Oriente; insomma l'apparenza della miseria più profonda esiste sia nell'uno che nell'altro paese a discapito di una natura prodiga e di un suolo fertile.

 

 

 

 

 

 

Estratto da: G. Levrault, Paris and Meme Maison, Strasbourg, 1837 - Voyage en Sicile di Le B. Th. Renouard de Bussierre – traduzione dal francese di Rosa Criminisi.

 

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