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Memoria di un turbine

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Memoria di un turbine a Favara

di Carmelo Antinoro

 

302 anni fa, il 10 marzo 1772 un fortissimo turbine si è abbattuto su Favara devastando costruzioni e campagne, con danni anche alle persone.

Alle ore 19 e mezza dopo un insolito freddo, che fin dalla mattina di quel giorno fatale si era fatto sentire, cominciò a cadere una copiosa gragnuola accompagnata da fulmini, e tuoni, che gagliardamente s’ingrossò al punto da pareggiare prima le nocciole, poi le noci, e infine le arance.

Andarono in frantumi quasi il terzo delle tegole delle case, e le vetrate delle finestre delle case di Favara. Tre o quattro minuti prima di arrivare il turbine, alle 20,30, la grandine, anche se non copiosa, fece la comparsa a sud nel paese e cadde così grossa e con tal violenza da provocare deplorabili danni.

Ora, prima di accennare gli effetti, se ne descrive la sua prima comparsa sul nostro mare. Si alzarono su quelle acque tre colonne, una alla Pietra Patella, un’altra alla foce del fiume Naro, e la terza al di là della chiesa di S. Leone, lanciando fulmini e tuoni. Unitesi le due estreme a quella del mezzo, se ne formò una sola.

Dopo un’ora uscì completamente dal mare indirizzando il corso verso la sventurata Favara. Il suo gran cilindro aveva un diametro ora di 100, ora di 300 piedi, aspirando tutto, e denudando il terreno, come quando con la falce si miete l’erba, rovinando tutto, alberi e fabbriche. Era veramente uno spettacolo che lasciava inorridito ogni osservatore. Alberi di enorme grandezza cadevano a terra mostrando le lunghe e grosse radici strappate dal suolo. La prima casa che incontrò, fabbricata appena dieci mesi prima, restò diroccata fin dalle fondamenta. Rovesciò tante altre case, rovinò molti tetti e fra questi, quelli della chiesa di S. Francesco (oggi non più esistente), quella delle Grazie della Portella, cui sconquassò pure il campanile, e quella di S. Calogero, ove cadde la pesante statua del Santo. Quest’ultima chiesa era piena di gente, ma per fortuna non accadde alcun danno. Anche la chiesa madre fu colpita. Qui fece ballare le tegole sull’alto tetto, i sedili sul pavimento e fece vacillare il pulpito, ma non le candele accese all’altare, ove era riposta la sacra Pisside. Grande fu qui lo spavento, che provò quella gente ivi accorsa poco prima per il timore della grandine, ma fu maggiore, quando sopraggiunsero per il terrore del turbine donne scarmigliate e confuse e uomini stremati. Non può facilmente descriversi uno spettacolo così spiacevole, la confusione, i pianti, ed il timore della morte produssero degli svenimenti, e per tre donne gravide si temette l’aborto.

Frattanto non sembra credibile, per chi ha visto i tanti edifici rovinati, che siano morte solamente due persone, una ragazza d’anni sette, colpita da una trave del tetto e una giovane di 25 anni, che fu trovata sotto le pietre con un crocifisso nelle mani. Si trovò ancora sulle rovine di sua casa una madre col bambino in braccio, ma con poco danno per entrambi. Ma oltre il gran danno che fece la gragnuola nel paese è incomparabilmente maggiore quello, che ne patì la campagna, i seminati, le vigne, l’erba per il pascolo e le piante degli orti. Uccise volatili, accecò pecore e offese uomini. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Estratto da una memoria dell'arciprete di Favara Giuseppe Cafisi (1727-1802).

 

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