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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Il trattato di viticoltura distrutto del barone Antonio Mendola

di Carmelo Antinoro

 

In riferimento all’articolo apparso sul Giornale di Sicilia del 27 giugno 2007 sul ritrovamento del manoscritto del barone Antonio Mendola di Favara sulla viticoltura presso la biblioteca comunale di Favara purtroppo è un abbaglio. In realtà si tratta di poche decine di pagine manoscritte dall’illustre barone sull’ampelografia, sulla viticoltura e sul latifondismo, ciò che rimane di un ben più vasto trattato purtroppo andato distrutto, così come la vasta collezione ampelografica che contava diverse migliaia di varietà di viti provenienti da tutto il mondo.

Ma se a distruggere la collezione ampelografica ci ha pensato la natura, con la fillossera, per il trattato ci ha pensato l’uomo. Quest’uomo aveva un nome e cognome: Peppino Caruso.

Dopo la sparizione il barone li ha cercati invano per circa otto anni (dal 1884 al 1902). Non poteva supporre tanta viltà nella persona di Peppino Caruso.

Ma chi era questo briccone?. Peppino Caruso era uno dei dipendenti del barone Mendola che nell’ultimo periodo aveva collocato nella sua biblioteca sulla collina S. Francesco, per la sistemazione dei libri e dell’inventario. Il barone ha fatto l’errore, mostrandogli quei grossi fasci di carte, in uno degli scaffali della biblioteca, ed aver detto: “Qui sta il mio tesoro, se mi tolgono questi materiali mi rovinano, non potrei più compilare l’ampelologia italica” ed egli, vile uomo dopo essere stato licenziato, prima di andarsene, per vendetta, ha trafugato tutto il materiale scientifico manoscritto. Ha commesso il furto di cosa a lui assolutamente inutile, ma preziosa per il barone e per il mondo scientifico-agronomico del tempo. Non contento di questo gli mandò pure lettere anonime insolenti. Aveva poi torto il barone a definire una certa casta di popolazione favarese Plebaglia?.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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