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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Giorgio Grajo: un personaggio straordinario

di Carmelo Antinoro

 

Sabato 1 settembre 1900 è arrivato in Favara un greco, un certo Giorgio Grajo, un sansone che operava mirabilia di forza. Era un vero atleta, alto grosso di 142 kg, tutto muscoli nerborati. Era bruno scuro, con gli occhi vividi, turgidi, quasi sanguigni, lucentissimi, che sprigionavano correnti di fluido magnetico vitale.

Giorgio Grajo era nativo di Sparta; era forse un fenomeno atavico di quei fortissimi atleti e ginnasti dell’Ellade antica. La sua forza era naturale, non era stata coltivata o sviluppata ed accresciuta con esercizi. Da giovinetto non ebbe coscienza della propria forza, del suo avvenire; era malinconico, solitario, diverso dai suoi coetanei, inquieto, turbolento, ma nemico della violenza; aveva l’istinto di proteggere i deboli e gli oppressi.

Visse molti anni esiliato a Siviglia, in Spagna. Ha percorso l’Europa e l’America destando le più alte meraviglie. Nelle sue peregrinazioni ha riscosso tale ammirazione ed ha generato tale stupore, che è stato decorato, nei diversi regni e stati da lui visitati, da 76 medaglie d’oro, da 208 d’argento e da moltissime nomine e titoli cavallereschi, fra cui: commendatore di Russia, membro della legione d’onore di Francia, dei Cavalieri di Malta, dell’Aquila di Russia, Cavaliere del Belgio, della Corona d’Italia, tante nomine accordategli dai re e dai presidenti di repubbliche.

Giorgio portava con sé una cassetta di tutte queste onorificenze, portava all’occhiello il nastro della legione d’onore, la croce di Malta e di Russia, ma si vergognava di farsi chiamare cavaliere o commendatore.

Nel 1892 a Filadelfia sostenne la lotta con una fortissima tigre del Serraglio di quella città. Lo spettacolo e la sua vittoria gli fruttarono quarantamila dollari in un’ora. La tigre gli diede sette morsi, uno dei quali gli tirò più di mezzo chilo di carne viva; ma egli, messe le mani dentro la bocca della belva feroce, sconquassò e divise le sue mascelle, aprendo in due la poderosa testa dell’animale. Fu un chiasso e un battimano incredibile. Giorgio era capace di rompere le catene che circondavano il suo largo torace, con la sola forza del respiro. Una volta, dando degli spettacoli di forza a Costantinopoli, maneggiò una palla di ferro di 100 kg, come un bambino che maneggia un giocattolo.         Mentre si esibiva a Favara, fu invitato a rompere un soldo o un doppio soldo; ha detto: “Ciò è ben facile; è un poco difficile rompere un centesimo o un pezzo da due centesimi”. Avutolo, lo ha, con le punte dell’indice e pollice, in un momento, spezzato in diversi pezzi. Gli è stato offerto un bastoncino di acciaio lungo 30 cm.: ha dato due o tre colpetti sul suo braccio e la verga si è piegata come una candela di cera. Ripercosse lo stesso col suo collo, senza impeto e sforzo, e l’acciaio riprese la sua diritta forma. Erano meraviglie quasi incredibili che la gente stentava a credere pur vedendole coi propri occhi.

Giorgio parlava male l’italiano; parlava con più agio in francese. Era uno stravagante, un dissipatore, un giocatore di prima forza. Guadagnava centinaia di migliaia di lire, ma subito le disperdeva. Frequentava le bische più famose e spesso Montecarlo.

Padre Padrenostro del convento dei frati minori di Favara lo aveva conosciuto anni prima a Mazzarino, anzi aveva coabitato con lui nella stessa locanda e gli aveva visto fare cose straordinarie.

Una volta sollevò da terra un tavolino della caffetteria, col suo piano di marmo, con due fanciulli sopra e girando tutta la stanza, li tenne bene in equilibrio.

Una volta a Catania scherzò con una donzella e il fratello, che era vicino, gli inflisse due schiaffi, ma immediatamente il gigante si voltò per ghermirlo, e guai se lo avesse toccato; ma quello, sapendo con chi aveva a che fare, fu prontissimo a puntarlo col revolver e così fu libero.

L’8 e 9 settembre 1900 si è esibito in piazza Cavour a Favara. Grajo fece meravigliare la gente. Rompeva soldi, quanti gliene buttavano. Ruppe in due, in un momento, due mazzi di carte da gioco. Tenne sulla pancia un masso enorme di pietra calcarea, che quattro uomini non erano buoni a rimuovere e molti, con la mazza di ferro, davano colpi a più non posso, senza guastare il ventre del Sansone.

 

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