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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

A cento anni dalla morte il barone Mendola si racconta

di Carmelo Antinoro

(tratto dai diari intimi del barone Antonio Mendola)

 

Busto del barone Antonio Mendola al Boccone del Povero di FavaraNel primo giorno di ogni anno staccavo l’ultimo foglio del calendario del mio scrittoio: un atto semplice, ma che pigliava un aspetto importante dentro di me, fatticelli da nulla, ma che mi creavano una certa trepidazione, un sentimento di timore e di speranza, che impressionavano la mia anima. Il togliere quel foglio per me equivaleva ad affrettare la mia morte. Era come scendere da un cavallo che il tempo mi aveva prestato dopo averlo cavalcato per un certo tempo. Questo cavallo non tornava più, lo portava all’inizio del nuovo anno il suo successore, sulla cui sella non contava più gli anni, ma i giorni, aspettando che lo buttasse a terra e disperdere le sue povere ossa. Questo animale furibondo, inarrestabile, correva e non si fermava mai, teneva in groppa milioni di esseri umani di ogni età, sesso e colore. Tutti i momenti ne rovescia giù milioni e tutti i momenti si riforniva di altri milioni e non si stancava, correva, correva, finché tutto ad un tratto precipiterà in un abisso senza ritorno: l’abisso dell’eternità.

Spesso col pensiero mi lasciavo andare sulle ali della mente in ragionamenti profondi sull'origine della vita, sulla forza vitale, ma dopo un pò mi stancavo, mi abbattevo e sentivo tutto il peso del mio nulla, della mia ignoranza. Ma non potevo tirarmi indietro, vedevo dentro le tenebre un punto che tendeva a diventare luce. Mi acquietavo solo pensando a Dio.

Nei tempi passati, alla Piana, la sera, o in circa all’ave, mi sedevo sugli antichi sofà di pietra presso il pergolato della mia villa e la gente che mangiava il mio pane e vi abitava mi circondava facendo discorsi ingenui, asinerie che mi trasportavano in una parentesi di riposo, quasi di ristoro. Quella conversazione bonaria, di bonarie genti era un conforto. In certi momenti mi astraevo da loro per contemplare le stelle, ma poi subito le liete e stridenti risate, il trillare di grilli o l’abbaiare dei cani mi tuonavano dentro.

Erano i tempi dolci della gioventù e della famiglia.

Una sera, durante la mia vecchiezza, al solito, mi sono seduto dall’ave fino a notte, sul sedile presso la colonna del pergolato della mia villa Piana. Ha visto tramontare il sole e venire la notte nel silenzio e nella solitudine. Ero affranto nelle forze del corpo, depresso nell’animo. Tutto è mutato, il cuore non rideva più, l’anima era ormai deserta; mi facevano compagnia gli alberi pur essi invecchiati, la notte e le stelle. Tutto mi pareva lutto e dolore. Dicevo fra me: La vita è un gioco, un trastullo, un lampo, un composto di luce che guizza e passa tosto. Poi mi sono ritrovato solo, chiuso dentro le pareti deserte della mia casa, in una specie di sepolcro, in compagnia di me stesso, delle mie sciagure e delle mie miserie.

Non godevo della stima del mio paese e soprattutto dei giovani e questo per me era doloroso perché ho cercato di fare sempre il bene. La coscienza mia era netta e sicura.

Fare il bene era anche e soprattutto esercizio di grande pazienza. Ormai ero rassegnato al volere di Dio.

Oh concittadini, che cosa ho fatto di male a voi? La mia coscienza è serena; perché tanto odio, tanto disprezzo? Se qualcuno parlava di me, tosto e tutti dicevano: “Ah!, si, bene, ma …” e facevano seguire una schiera interminabile di questi ma… ipocriti, maligni e maldicenti e infine, non avendo che dire, certe volte concludevano: Sì, il paese si giova di lui; ma uno solo è nulla, almeno ci vorrebbero altri quattro baroni Mendola.

Più avanzavo negli anni e più temevo di non poter dare principio al mio nuovo volume del diario; dubitavo di poterlo macchiare tutto del mio inchiostro.

Mi chiedevo chi mi avrebbe compianto dopo la morte, chi avrebbe più pensato alla mia povera esistenza. A queste domande rispondeva una eco terribile di silenzio. Aspettavo con calma la morte e quasi con piacere, la sentivo vicina.

Ero vittima di una ipocondria continua, tacita, profonda. Non sapevo darmi pace. Non avevo a chi narrare, a chi confidare i miei guai. Solo in Dio trovavo conforto, ma dopo un momento ripiombavo nella nera ed infinita tenebre di dolore.

Non avendo ormai amici, persone a cui confidare i miei dolori, mi trastullavo coi miei diari. Ai miei diari ho affidato tutto me stesso, la mia verità.

Fidavo in Dio e nel tempo. Il tempo è il più grande amico. Il tempo dirà la verità e farà vedere da che parte viene il male.

Sotto l’usbergo del sentirmi puro aspetto la giustizia del tempo e la verità o presto o tardi dovrà venire a galla.

Frammenti di dolore e di speranze di un uomo che non ha saputo pensare a se stesso per fare il bene agli altri.

 

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