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La febbre del lotto
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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

La febbre del lotto

di Carmelo Antinoro

 

All’inizio del 1900 nel popolo favarese regnava una grande effervescenza. Quasi tutti i devoti del lotto, ed erano molti, giocavano e qualche volta prendendo belle vincite. Nel 1904, da un sommario conto nei botteghini, risultò una vincita di circa 200.000 lire. In quei tempi di fame e miseria, questa inaspettata pioggia di denaro era un grande refrigerio, da un canto rappresentava una vera manna dal cielo, dall’altro però si capiva che in breve tempo i giocatori avrebbero riversato le vincite nuovamente nei banchi del lotto. Dopo la vincita vistosa, il popolino inebriato, credendo di avere già aperte le porte della fortuna, giocava a più non posso. I botteghini erano presi d’assalto, erano pieni zeppi di giocatori e più di giocatrici che gridavano, gesticolavano, facevano guerra a gomiti e bestemmie. Finiti i libri di registro e chiusi i banchi, le donne correvano, come dissennate, a giocare in Girgenti. Non si ricorda mai in Favara un simile parossismo, una febbre psicologica così infuocata. Quello del lotto era diventato un gioco birbone, seduttore, espoliatore e dissanguatore del povero popolo.

Nella metà di aprile 1904 si è toccato l’apice; si dovettero chiamare i carabinieri per tenere l’ordine. Tutto il popolino favarese era intento a giocare il terno 5, 12 e 26. Questi numeri erano stati pronosticati da don Isidoro, monaco francescano forestiero, da molti anni stabilitosi in Favara. Morendo intorno al 1882, fra Isidoro aveva lasciato detto che appena morta la sua perpetua, dovevano uscire i tre numeri. La serva è morta il 13 aprile e si scatenò l’inferno. Il popolino prese d’assalto i botteghini fino a notte. Esauriti i registri si dovettero richiamare nuovamente da Girgenti e da Palermo. La prima settimana il popolo giocò 15 mila lire e 14 mila lire la seconda. I poveri forsennati, per giocare vendettero pure abiti, utensili, scarpe, perfino la minestra.

Le lotterie adescavano principalmente i poveri e li spogliavano, anzi, qualche volta li portavano alla follia e al suicidio. La vergognosa bugiarda, anzi delittuosa reclame degli impostori cabalisti continuava sempre, si ammantava di religione, ponendo per cabalisti pure i monaci. Anche i giornali, organi della pubblica opinione, per solo guadagno venale, pubblicavano conti, avvisi e certe storielle relative a matematici e cabalisti da far trasecolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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