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Suicida per amore o spavalderia
Papa Giovanni XXIII a Favara
Il falso blasone dei Fanara
"Sì, sarà vostra moglie"
Atto di obbedienza del Comune
Suppliche di una donzella al padre
Sposata per forza
Primavere che non verranno più
Ucciso a furor di popolo
Nomignoli dal "500 al "900
A Piana Traversa come sul Milvio
La nevicata del "56
Scintille di ricordi
La lapide nel posto sbagliato
La caffetteria Umberto

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

"Sì, sarà vostra moglie"

di Giacomo La Russa

 

        Seduto in cucina, incurante dei continui e rapidi spostamenti della moglie e della sua ostentata disattenzione (si serviva di quel suo lamentoso enigmatico borbottare come di una maschera dietro la quale nascondere la sua insopprimibile curiosità e quel rigoroso impegno che nulla, voce parola o suono, potesse nascere e propagarsi per la casa senza che lei non ne fosse già stata messa al corrente), per nulla distratto e forse anzi stimolato dagli odori fumanti che, dirigendosi verso il soffitto, tendevano ad allargarsi abbracciando l'intera stanza, raccontava. "Tutti suoi, quattordici figli, nove maschi e cinque femmine" ripeteva mentre, sorridendo e compiaciuto, fissava illuminandola la vecchia dagherrotipia che teneva fra le mani come un'ostia, piegando leggermente il capo sul lato destro quasi volesse incrociare lo sguardo di quei suoi antenati che, per la posizione trasversale della camera oscura, erano stati costretti a volgersi in maniera opposta alla sua (benché qualcuno mantenesse compostamente lo sguardo dritto davanti a sé come se non avesse udito il richiamo del fotografo o temesse chissà quale sorta di inganno celarsi in esso).

Non seppe mai nulla lei, fino a quel giorno, nulla le fu mai ufficialmente detto. Le richieste andavano avanti da tempo ma suo padre non ne voleva sapere e terre e animali e proprietà non lo convincevano perché era un burgisi, questo era, arricchitosi certo, ma che non per questo poteva pretendere la mano di sua figlia Giuseppina.

E abbassò allora la fotografia, abbandonandola sul tavolo con noncuranza e tornò a guardarmi come per cancellare con gli occhi ogni mio possibile dubbio, per soffocare ogni mia eventuale obiezione.

Poi, autonomamente, riprese, spiegando che loro, i Fanara, discendevano dai Lucchesi Palli, una nobile famiglia di Naro, con i quali condividevano pure lo stemma e precisò, insistendo più volte sull'espressione, senza neanche volere dissimulare il proprio orgoglio, che solo "dicerie malevole" attribuivano la loro fortuna e la pretesa nobiltà all'intraprendenza di una cameriera che si era fatta sorprendere dall'irrefrenabile brama di possesso del suo padrone.

Fino a quel giorno dunque, comunicata ogni volta tramite uno dei suoi contadini il giorno e l'ora della propria visita, Vincenzo Dulcetta (1811-1892) aveva enumerato a don Paolo Fanara tutte le sue proprietà, senza tralasciarne alcuna e per ognuna indicando qualità e caratteristiche. Centinaia e centinaia di salme di terreno distribuite nei feudi di Gibisa, Mandra di Schiava, Misita, Celso Vecchio, San Benedetto, Cannatello. Ed ogni volta don Paolo, consapevole senza averci mai seriamente riflettuto dell'impossibilità di quella proposta, eppure comunque inorgoglito per il fatto di riceverla, appoggiati i gomiti sui braccioli della poltrona e strette le mani, ascoltava ora annuendo in silenzio ora lasciandosi andare a qualche espressione di compiaciuto stupore che aveva solo l'effetto, interrotto per qualche secondo il racconto dell'ospite, di donargli maggiore fiducia e rinnovato slancio.

E lui che solo in chiesa e da lontano aveva visto l'oggetto del suo desiderio, che mai aveva osato avvicinarsi o rivolgere al padre più di un fugace saluto in presenza della figlia, scambiatosi d'un tratto un cenno di intesa con l'amico comune che lo accompagnava e che aveva avviato la trattativa, si alzava e precipitosamente cercava di guadagnare l'uscita, sperando che don Paolo non dicesse nulla, che tutto rimanesse in sospeso, che, una volta lontano, l'eco delle sue parole e dei nomi delle sue proprietà avrebbe ricamato in lui i fili di una diversa risposta.

Lei non seppe mai nulla, nessuno le diceva niente, eppure qualcosa doveva avere capito, che quell'uomo elegante, sempre molto educato, che dal balcone del palazzo vedeva di tanto in tanto arrivare o i cui passi sentiva risuonare mentre saliva le scale per raggiungere il salone dove il padre l'attendeva, eppure ti dico che qualcosa doveva avere intuito, non foss'altro per quell'istintivo senso femminile o per certi rapidi e sommessi accenni al suo nome che doveva avere certo colto in mezzo alle conversazioni familiari o anche, chissà, perché il padre non l'avrà più guardata allo stesso modo, come se il fatto che qualcuno l'avesse chiesta in moglie gliela facesse apparire più grande, meno bambina e forse donna.

Lei che nonostante la comprensibile curiosità non avrà ritenuto la cosa riguardarla più di tanto, ma scorrerle accanto estranea, come se non potesse pensare ad una vita diversa, a staccarsi da quell'esistenza, appena solleticata da quella sua intuizione, come una farfalla che presto abbandonerà il fiore ove si è posata.

Così, quando quel giorno lui si presentò in quel modo, sudato e polveroso sopra l'abito scuro, e si fermò davanti al palazzo e non bussò e attese senza neanche guardare se qualcuno avesse già visto o anche solo compreso, subito attratta alla finestra e dai belati e dai grugniti e da ogni altra espressione animale, lei faticò a ritrovarci qualcosa che le appartenesse, un significato riconducibile al suo mondo e, appena scorsa la tenda, rimase subito perplessa, senza nessun pensiero né prospettiva ad aleggiare nel vuoto della sua mente. Eppure lo vide arrivare che era già a metà della piazza e che la risaliva puntando con passo deciso verso il palazzo e a qualche metro da dove si sarebbe fermato lo riconobbe e, per paura che sollevasse lo sguardo, si ritirò veloce lasciando ricadere la tenda e rimanendo immobile dietro di essa, quasi impietrita, e piacere e timore, pur ancora confusi e inconsapevoli, cominciarono a penetrare dentro di lei.

Fu allora che qualcuno informò don Paolo e gli spiegò e gli disse e lui che smise di leggere, rimanendo a guardare davanti a sé, seduto in salone, dov'era in attesa del pranzo, come se un pensiero avesse rapito la sua mente o l'avesse paralizzata, mentre tutti apprendevano e accorrevano attorno a lui e la moglie e i figli e i domestici e vedendolo così, in quella specie di estatica perduta contemplazione, senza ancora avere visto nulla ma soltanto immaginando, gli si misero a cerchio, fors'anche imbarazzati ma silenziosi, a scrutarsi a vicenda, nella comune speranza che qualcosa si muovesse, che il tempo riprendesse il suo battito consueto.

Così quando infine si alzò e si diresse a sua volta verso il balcone mentre i presenti si allargavano al suo passaggio e con sincronica precisione gli si richiudevano subito alle spalle, stava ancora immaginando quell'uomo, che tutta la notte non aveva chiuso occhio girandosi e rigirandosi nel proprio letto e che non c'era ancora un filo di luce quando in sella al proprio cavallo era uscito di corsa dal palazzo e aveva fatto il giro di tutte le sue terre e proprietà e ai suoi uomini aveva dato l'ordine di liberare tutti gli animali e di condurli in un punto preciso all'imbocco del paese e di aspettarlo lì e che era tornato a casa che il sole era ormai alto, per ripulirsi e cambiarsi e che profumato e con un abito nuovo era quindi uscito, sempre a cavallo e da solo, e che poi ne era sceso mettendosi alla guida di quell'esercito infinito e a piedi l'aveva condotto fino a piazza del Carmine attraversando tutto il paese, senza dire una parola, senza che nessuno avesse comunque il coraggio di rivolgersi a lui e vi era giunto, mentre alle spalle la piazza non riusciva più a contenere tutti quegli animali che come un fiume in piena cominciavano a spargersi per le vie adiacenti e laterali, scivolandovi ed inondandole, e lui che si arrestava e si toglieva il cappello ed abbassava il capo, immobile.

Non ebbe quindi bisogno di molto a capire, a confermare l'ipotesi e si volse per questo subito indietro e con un cenno immediato congedò tutti, che riprendessero le loro occupazioni, che tornassero ai loro posti, e trattenne con lo sguardo solo un figlio, ordinandogli di chiamare Vincenzo Dulcetta e di farlo accomodare che lui gli voleva parlare, anche se non subito però, mentre lui rimaneva a pensare in quale modo gli avrebbe detto: "Sì, sarà vostra moglie".

 

 

 

 

 

 

Foto del 1883 della famiglia di Dulcetta Vincenzo (1811-1892) e Giuseppa Fanara (1814-1886) con i 14 figli (da sx a dx), prima fila seduti: Gabriele, Salvatore, Bernardo, Paolo; seconda fila seduti: Rosalia, Vincenzo con la moglie Giuseppa Fanara, Giulia, Anna; terza fila in piedi: Rosa, Carmela, Ludovico, Calogero; quarta e ultima fila in piedi: Angelo, Giuseppe e Stefano. (inviata da Ludovico Dulcetta)

 

 

 

 

 

 

 

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