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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Suppliche di una nobile donzella al padre per il proprio matrimonio

di Carmelo Antinoro

 

Rovistando fra i tanti documenti della nobile famiglia dei baroni Ricca, della quale, un ramo è stato presente a Favara fra la prima metà del 1700 e la seconda metà del 1800, ho trovato un documento tra il serio e il faceto, oggi definibile molto strano dal punto di vista delle consuetudini, anzi, oserei dire inquietante.

Detto documento, chiamato atto di rispetto è stato vergato dal notaio Nicolò Montalbano il 23 novembre 1833 su richiesta della nobile donzella Giuseppa Ricca (nata nel 1812), figlia del cav. Riccardo e Carmela Licata (sorella di Angela, mamma del barone Antonio Mendola).

In cosa consisteva questo atto di rispetto?

Ebbene Giuseppa Ricca, all’età di 21 anni, si è recata dal notaio Montalbano a cui ha spiegato che da diverso tempo progettava il proprio matrimonio con don Nicolò Lombardo di 23 anni, figlio di Francesco e Grazia Chiaramonte Bordonaro di Canicattì, ma che il padre continuava a non volerne sapere.

Già in precedenza, tramite lo stesso notaio, aveva mandato altri due atti al genitore, il primo il 21 settembre e il secondo il 22 ottobre 1833, affinché prestasse il proprio consenso al matrimonio col detto Nicolò, ma niente da fare!

Il notaio Montalbano, con due testimoni, per la terza volta, si è recato al piano della madrice, in casa del cav. Riccardo per notificare la preghiera rispettosa della donzella Giuseppa al cavaliere suo padre, a cui è stata fatta lettura a chiara ed intelligibile voce. Il cav. Ricca ha risposto: << Io sempre persisto e persisterò nella ferma opposizione al matrimonio che invano mi propone mia figlia con don Nicolò Lombardo di Canicattì, anzi perché la stessa disubbidiente ed impertinente ancora nelle sue risposte meriterebbe l’oblio del padre, di quel padre dove dovrebbe fondare le sue speranze, di quel padre che ha avuto l’ardire d’insultare con le controrisposte in piè degli atti impertinenti che le hanno fatto fare quegli sconsigliati che la conducono con la benda sugli occhi al precipizio senza che se ne accorga, non sarebbe stata così la faccenda se fosse stata ubbidiente e consigliarsi con me, suo padre, che oltre d’aver il piacere di vedermi baciate le mani, locché non ha fatto in diciannove anni, l’avrebbe distolta di battere quello spinoso sentiero che un mal consiglio e l’invidia le han fatto intraprendere. Mia figlia, nell’impertinente controrisposta del giorno 22 ottobre ultimo, ebbe l’ardire o, per meglio dire, le suggerirono di dire che tutti siamo figli d’Adamo e che tutti abbiamo un sangue. Io mi sono inorridito nel sentire tali proposizioni: dunque mia figlia vuole confondersi colla moglie, colla figlia del bifolco, del mendico, del beccaio, del vile carnefice? Con queste sole massime, con una tale educazione potrebbe alla cieca sposare chiunque; ma quando la consigliasse suo padre cangerebbe certamente una tale maniera di pensare e non ardirebbe financo a negare la dinastia alla quale appartiene, chiamandola chimerica, quando così non è stata guardata né dalle altezze eminentissime dei Gran Maestri del Sacro Militare Ordine Gerosolimitano, né dagli augusti regnanti Giovanni d’Aragona l’anno 1426 e Filippo V l’anno 1447 che la distinsero dalla classe alla quale vuole appartenere. Dappiù ha avuto la baldanza e la temerarietà bugiarda di dire che io mi arrogo titoli che non mi appartengono; d’una tale bugia ve ne fanno chiara testimonianza le mie firme negli atti notarili. Io sebbene appartengo alla famiglia dei baroni della Scaletta, che tali erano i miei bisavi, e mio nonno di cui ne porto il nome, pur non di meno di tale titolo non ho riempito le minute dei notai. Le dico inoltre che mia figlia scioccamente nega lo stato cronico della salute del signor Lombardo e dice che andò ai bagni di Sclafani non già per curare se stesso, ma per accompagnare suo padre, quando la voce del pubblico, la sua fisionomia, quel tetro e giallo pallore, la fattezza dei suoi denti confermano i veridici detti di quei che da vicino lo conoscono; perciò prevengo mia figlia a non insultare suo padre quando al contrario deve addolcirlo. Infine conchiudo che mia figlia non meriterebbe queste delucidazioni, ma qualunque siano le mie ragioni saranno umiliate a quei magistrati ai quali l’Augusto Sovrano ha dato le facoltà di bene intendermi e compartire giustizia ad un padre che non proverà altro che il solo vantaggio della stessa mia unica figlia >>.

Nonostante le forti riluttanze del cav. Riccardo Ricca, Giuseppa sposò Nicolò Lombardo il 7 gennaio 1834 a Favara, e da questo matrimonio nacquero Grazia nel novembre 1834 (che nel 1850 sposò Giuseppe Sammarco di Canicattì, figlio del notaio Placido e Aurora La Lomia) e Biagio nel 1838 (che nel 1871 sposò Angela Mendola del barone Antonio e Angela Licata di Favara).

Nicolò Lombardo è morto nel 1834, all'età di 36 anni. Si legge in uno scritto canicattinese inedito: Lunedì mattino alle ore 11 e mezza, morì Don Nicolò Lombardo e Bordonaro, figlio del fu dottor Don Francesco Lombardo e la vivente Donna Grazia Bordonaro, dell'età di anni 35, mesi 6 e giorni 22, avendo nato a 14 dicembre 1810. Sezionato il cadavere si è trovato nello stomaco un fungo così detto "ematodes" che interessava tutta la cavità dello stomaco, causa della sua morte.

A 73 anni di distanza da quel sofferto matrimonio, l’ 8 marzo 1906, il barone Antonio Mendola scriveva nel suo diario: << Mi ritorna in mente una splendida serata (il 7 gennaio 1834), quando la mia cuginetta Peppina Ricca figlia di mia zia Carmela e del barone Riccardo Ricca, si sposò in questa camera con Nicolò Lombardo da Canicattì, padre di mio genero Biagio Lombardo. Quante reminiscenze! Che folla di sensazioni e di ricordi mi assalgono! Ripenso che io ero tanto piccino che non mi volevano fare entrare nella stanza della solenne cerimonia nuziale. Io piangevo e strillavo. Allora per contentarmi, a stento mi fecero arrivare fin davanti la sposa che mi amava tanto quando ero bambino e mi dava frutta e dolci e scusava e copriva le mie maccatelle, poiché io bambino ero irrequieto davvero. Ripenso che mi mise vicino a lei, quasi tra le sue gambe e mi diede un gelato, allora per me dono insolito e dolcissimo. E tutto quanto io dico tra me avvenne proprio nella stanza in cui mi trovo vecchio, solo con mia sorella. Rimangono muti e fedeli testimoni, le pareti, i dipinti della volta, i mattoni del pavimento e null’altro. Tutto è svanito. Non c’è più nessuno >>.

 

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