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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Ciccio Piscopo suicida per amore o per spavalderia?

di Carmelo Antinoro

(tratto dai diari intimi del barone Antonio Mendola)

 

Ritratto di Francesco Piscopo..... Il 21 luglio 1902 Ciccio Piscopo è venuto in casa mia, raccontandomi una sua avventura amorosa a Roma con una ragazza di nome Adelia. Essa lo rifiutava; lui minacciava e montava nella furia della gelosia. Adelia scriveva al padre di Ciccio, ponendolo a giorno di tutti questi intrighi amorosi.

Io gli ho consigliato di non pensarci più, di vincere, di abbandonare per sempre il pensiero di una prostituta ingannatrice, di non dare dispiaceri alla famiglia, di non dare martiri a se medesimo, di cambiare strada. Egli mi ha risposto che io discorrevo logicamente; ma che, ciononostante, il suo amore per Adelia lo tormentava, lo rendeva cieco, smanioso, involto nella noia più tremenda ed annichilente.

Il 28 luglio la gnora Antonia Piscopo, portandomi la neve mi ha detto che Ciccio si era avvelenato.

Povero sciagurato! È rimasto vittima occasionale di una puttana dell’ex stato romano. I medici studiavano di fargli vomitare il veleno, o non so quale sostanza tossica aveva preso nella farmacia paterna. Era nevrastenico, aveva una tendenza decisa per il suicidio e lo ripeteva spesso nelle lettere e nella conversazione. Verso le 11,30 a.m. era già cadavere. Povero lui! Nel fiore della giovinezza, delle speranze dell’avvenire davanti a sé, amante e cultore delle lettere, con ingegno piuttosto buono, ha dovuto soccombere.

Anche se egli non avesse Dio nella mente e nel cuore, pur mi destava pietà profonda. Il suicidio di un giovane è rumoroso, lascia un’eredità di dolore e cordoglio alla sua povera famiglia. Si è perduto per un’Adelia! Misera umanità! Gli ho augurato pace, se poteva averne.

Il giorno dopo mi sono recato per visitare la desolata famiglia. Vedevo un certo non so che di insolito, una specie di esitazione mista a freddezza e riservatezza. Era un movimento forzato di gente, che non voleva muoversi. Si apparecchiava la condotta funebre del feretro. Non è stato ammesso in chiesa; è stato messo in deposito in una stanzetta, dietro le segrete del Carmine, con ingresso dalla porta dove abitavano i carabinieri.

L’avanzo infelice del misero giovane è stato reietto dal tempio, non è stato confortato dai sacramenti, dall’olio santo, dal perdono del pane eucaristico prima di morire, e nemmeno dopo. Le campane restarono mute e non emisero il loro suono a mortorio.

Fu accompagnato al campo santo con carrozza mortuaria di gran gala, parata a festa, dai gonfaloni di lusso dei casini della Società del mutuo soccorso, degli zolfatai, con la banda musicale in grande uniforme e un seguito poco numeroso di persone, con un senso di pietà misto a commiserazione e stupore.

Una forza d’ingegno, mentre si evolveva speranzosa e promettente, è rimasta infranta e annichilita dalla sua stessa forza, lasciando lutto, cordoglio, lacrime e penosa sorpresa alla famiglia e un non so che di pubblica indignazione, mista a meraviglia, nel paese.

Com’era brutto il feretro del povero giovane suicida! Come appariva deserta e nera la bara senza la croce e senza l’odore degli incensi sacri e delle sacre preghiere!

L’avv. Giuseppe Lentini, sui primi gradini della scala del pretorio (l’antica casa comunale in piazza Cavour) ha parlato per circa mezz’ora, con le turbe silenti. Non sentivo cosa diceva, per la distanza che accentuava la difficoltà del mio udito. Un oratore, non so con quanta buona vena, poteva spendere sincera eloquenza sopra un giovane morto come Piscopo. L’addio alla bara del suicida non poteva essere bello ma solo rattristante.

Ciccio Piscopo aveva ottime disposizioni naturali per le belle lettere e per la poesia specialmente, ma era bisbetico, nemico dello studio, della persistenza, leggicchiava i poetucoli moderni, sconosceva i classici antichi.

Che diamine di elogi si potevano proferire ad uno sciagurato pazzotico? Più della pace e silenzio sul suo avello non si poteva ragionevolmente pretendere.

Il Piscopo, fino al giorno prima del suicidio, parlava nel casino sul suo prossimo avvelenamento; pigliava conto dai suoi amici medici sulla velenosità della stricnina, in quanta dose e in quanto tempo distruggeva l’uomo.

Ciccio diceva a Giuseppe Lentini: “Patto fatto; se io muoio prima di te, tu mi reciterai una commemorazione in pubblico sul cataletto dove giaceranno le mie ossa. Se morrai tu, io sarò il tuo laudatore”. Il fato volle che, dopo poche ore, quella specie di scherzo divenisse un’amara realtà.

Egli prendeva per cura un poco di stricnina. Invece dei millesimi di grammo, ne inghiottì dei grammi interi e si procacciò tosto la morte. Chiamati i medici somministrarono i controveleni e soprattutto la morfina. Ma la stricnina irrimediabilmente fece il suo corso è trascinò la vittima, già pentita, negli abissi della morte mentre diceva a suo padre: “Papà non voglio morire; salvami; non ho preso il tossico per morire, non lo credevo micidiale; salvami ed in tutti i casi perdonami del grande dolore che ti do”.

Poche persone, per lo più giovani, formavano il corteo, molti zolfatai tirati fuori a forza dalle zolfare dei Piscopo e dai rapporti clientelari di famiglia, dell’avv. Martino e del farmacista Piscopo, dello zio cav. Felice Bennardo, etc. Lacrime e commozione vera non mi è parso di vederne. Solo il dolore d’un caso miserando e nulla più. In poche ore non si sarebbe parlato più di lui. I giornali dissero qualche cosa con la penna dei corrispondenti, giovani fra loro solidali, se non amici, e tutto poi è finito. .....

 

Sopra il ritratto di Francesco Piscopo (5 ottobre 1878 - 28 luglio 1902) di Salvatore e Angela Bellavia.

 

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