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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Primavere che non verranno più

(Pensieri intimi estratti dai diari del b.ne A.Mendola a 100 anni dalla morte)

 di Carmelo Antinoro

 

Primavere che non verranno più (1 maggio 1901)

Solevo prima salutare il maggio quando cominciava. Il sorriso generale della natura, l’amore ridestato in tutte le creature. La pompa dei colori e l’orgoglio della vita in tutte le forme e gli organismi mi costringevano quasi a mandar fuori dall’anima mia un inno di lodi. Ora tutto è finito. La vecchiezza mi soffoca, invece della vita vedo la morte. Tutto si ridesta. Solo io e gli altri miei pari in età, lungi di riscaldarci al nuovo acceso fuoco della natura, appassiamo maggiormente e corriamo veloci per il sepolcro. Il maggio, la giovinezza, la forza, la potenza della natura tutta, per noi vecchi segna la decadenza. Ogni giorno più che l’altro scemano le forze, si attutiscono i sensi, mangio e dormo poco e male, sono sordo, la vista si affievolisce, mancano i denti, non posso masticare e parlo male. … La solitudine, l’isolamento assoluto mi opprimono maggiormente. Non sono sordo del tutto, ciò che mi rende noioso agli altri e uggioso a me stesso. Prego Dio che mi chiami al più presto a miglior vita.

 

Mille pensieri nella mia mente (11 maggio 1901)

La malinconia torna ad assalirmi come prima; viene ad ondate, mi soggioga. Mi rimpicciolisce, mi annulla. Negli eccessi di tristezza mi assalgono mille pensieri su svariate cose, ma tutti tetri e pieni di dolore e di paure. Mia sorella ieri sera è stata colpita da dolori ai lombi e alle gambe. Anch’essa risente il grave peso della vecchiaia. Mio fratello da pochi giorni è a letto, debole, impotente e si smagrisce tutti i giorni. La sua salute è minacciata. Egli è invecchiato anzi tempo e benché conti nove anni meno di me, sembra averne dieci di più. Siamo tutti già avanzati negli anni e quindi ammalati o facili ad ammalarci. Chi scomparirà da questa terra, chi scomparirà prima di noi?. Per legge di natura io che sono primo nato avanti a loro, devo pagare il primo tributo alla morte. Desidero che così sia. Avrò meno cordoglio e minori pene. Nell’altro mondo penserò certo diversamente di come penso in questa misera terra d’esilio. Se mancasse mia sorella ne rimarrei afflitto, chissà quali scene, quali vicende, quali mutamenti vedrei in famiglia. Rimarrei nella solitudine più completa. Il mio cuore non avrebbe più palpiti. L’amore e l’affetto per me sarebbero cose morte per sempre.

 

Rimembranze (1 ottobre 1901)

Stanotte è venuto ottobre. Raccolto nella solitudine e sopraffatto dalla melanconia, compagna inseparabile della mia vita ed ora accresciuta per la vecchiaia. Rannicchiato e chiuso nella mia stanza per la malattia che mi affligge, ho guardato il cielo azzurro di cobalto, con certe nuvole biancheggianti. Da un anno, non so perché, sono stato assalito dalle rimembranze e dai ricordi della mia adolescenza. Ho ripensato alla villeggiatura che al real collegio e convitto di Palermo facevo ai Colli, nella cosiddetta Casina Grande in mezzo a quella magnifica campagna rigogliosa di ogni ben di Dio che si chiama Conca d’Oro, con a lato Palermo. Penso alle lunghe passeggiate in quei boschi di ulivi alti e allineati, su per i monti Cuccio e Gallo. Penso alla ridente spiaggia di Mondello. Penso alle belle conchiglie che andavo raccogliendo lungo la riva di quella spiaggia marina. Penso ai piccoli musei che tentavo di metter su. Penso ai miei cari compagni, la maggior parte morti. Penso a tanti altri piccoli particolari di quel tempo beato che più non torna, ne può tornare; di quel tempo di cui si apprezza il pregio quando è perduto. Preso a quell’età di sollazzo e di svaghi innocenti, a cui per un momento mi pare i tornare in ispirito, ma subito casca l’illusione. Non mi è venuta mai una così forte e lunga reminiscenza d’un tempo che relativamente al restante della mia vita si potrebbe dire …. Che cosa è dunque la vita? Una larva, un mistero, un dolore.

 

Melanconia (18 marzo 1902)

Oggi, come gli altri anni, nella ricorrenza della festa di S. Giuseppe penso, ripenso e piango sui miei cari estinti: mio padre e mio figlio Giuseppe. Come si fa nero il mio cuore desolato!, come mi opprime il peso incalcolabile della solitudine. Mi struggo in me stesso. È un altro tormento il dover tacere in faccia agli altri o peggio, il dover fingermi allegro. Chi può misurare lo stato infelice di chi ... dentro il più recondito nascondiglio dell’anima, mentre il mondo attorno trepida e festeggia. Il contrasto della letizia esteriore col più profondo dolore interiore è qualche cosa di orribile che non può descriversi e comprendersi da chi non la prova. Prego Dio che mi dia la pace. Mi conforto pensando che questo baccano terminerà domani notte (festa di S. Giuseppe) e tornerà la calma sepolcrale consueta che non da ristoro, ma fa sentir meno il martirio.

 

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