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La lapide nel posto sbagliato
La caffetteria Umberto

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

La rinomata caffetteria "Umberto" di piazza Cavour

di Carmelo Antinoro

 

Palazzo AlbergamoFra le dolcerie e caffetterie esistenti a Favara tra la seconda metà del 1800 e la prima metà del 1900, la più rinomata è stata quella di don Cecè (Francesco) Albergamo (n. 1837 – m. 1911) di mastro Vincenzo e Maria Teresa Maniscalco, probabilmente di Caltagirone. Era denominata “Caffè Umberto” ed era ubicata in piazza Cavour, confinante ad est con la chiesa del Purgatorio, ad ovest con la via Belmonte e a sud con con l’antica chiesa di S. Onofrio (o di Maria SS. Del Vullo – o del Gullo, a cui era pure attaccato l’ospizio dei cappuccini. Non era un caso se prima di prendere il toponimo Belmonte, la via era chiamata “dell’Ospizio”.

Sul finire del 1800 a Favara, i negozi, gli spacci pubblici, lentamente andavano risentendo la spinta del progresso; si miglioravano, si vestivano a lusso. Fu così che nel 1899 Cecè Albergamo ha rinnovato la caffetteria oltre che nelle finiture interne, anche nei mobili, grazie all’intervento del cognato falegname mastro Antonio Amico “Duca”.

Nel 1900 Cecè Albergamo, quasi per incanto, ha innalzato per intero il terzo e più alto quartierino sulle sue case in piazza, completando anche la facciata del palazzo sul lato principale prospiciente la piazza, ad opera di mastro Ciccio Russello, genero prediletto di mastro Giuseppe Amico “Passareddu”, che realizzò varie opere in pietra da taglio per diverse cappelle gentilizie nel cimitero di Piana Traversa.

Lo stile e i colori della facciata sono stati scelti dal pittore Vincenzo Indelicato. Gli elementi ornamentali sono quelli ancora esistenti, mentre i colori, ormai sbiaditi dal tempo (ma in alcuni casi ancora visibili) erano come “carne morta” per il fondo e giallo sabbia per gli ornati. Le tinte, poi, delle imposte erano color rosso sporco, mentre gli sportelli che chiudevano i cristalli erano di colore paglierino carico, quasi canarino. Le tinte dei balconi e delle porte, pare siano state dirette dal fotografo Ciccio Maniglia.

Nel 1902 Antonio Parlato ha messo su una bottega di lusso, di dolci e liquori nel corso Vittorio Emanuele o “strada nuova”, al quadrivio, discesa badia, provocando invidia e timore in Cecè Albergamo.

Nel 1903 Cecè Albergamo col figlio Vincenzo hanno messo su anche un ristorante, pubblicizzandolo oltre che con manifesti murali, anche con migliaia di foglietti.

Cecè Albergamo, a forza di vendere dolci e rosoli, nonostante la numerosa famiglia mantenuta piuttosto con lusso, si è arricchito, tanto che ha comprato dal Comune la ex chiesa di S. Onofrio e le susseguenti case di Dejure.

Nel 1907 Cecè ha fatto eseguire altri lavori dentro il suo Caffè “Umberto” e anche all’ingresso con una struttura in legno verniciato nero. Voleva fare un caffè sontuoso e di lusso, grandioso e cittadino, per non farsi vincere dall’altro caffè in testa alla stessa piazza, sotto il casino di compagnia, un tempo del suo emulo rivale caffettiere Luciano Piscopo e da poco da costui ceduto, unitamente all’esercizio dei tabacchi, a Calogero Maniglia. Il caffè elegante sia dentro che fuori lo rese ancora più ricco di assortimenti: liquori, biscotti, confetti, dolci, cioccolati, cacao, rosoli fra i più rinomati italiani ed esteri.

Il Maniglia ha rifatto la facciata, ha messo a nuovo il suo caffè e si è messo a fare ristorante e pure gelati in estate.

Albergamo lo voleva vincere non solo nei prezzi, nella bontà e quantità delle cose smerciate, ma anche nella sontuosità ed appariscenza del locale.

Calogero Maniglia ha inaugurato, rimettendolo a nuovo, l’ex caffè Piscopo, con facciata color bruno e presso il cantone della piazza Cavour ha collocato una tabella con la scritta “Caffè Savoia”.

Nel 1907 il dolciere Albergamo ha cominciato a demolire la ex chiesa S. Onofrio e su di essa e sull’area dell’antico ospizio dei cappuccini, ha deciso di fabbricare un bello hotel con ristorante e gran sala da pranzo.

Erano miglioramenti che giovavano alla famiglia Albergamo e al paese, ma scompariva un monumento, un pezzo di storia di Favara. La stella della fortuna di Albergamo raggiungeva l’apogeo, mentre quella di Luciano Piscopo si eclissava.

Il paese di Favara già contava oltre 20.000 anime, lamentava la fame: ma poi mangiava tutto.

Uno dei dolci tipici venduti maggiormente in Favara, soprattutto per Carnevale, era il cannolo. Ne faceva e ne vendeva a Favara il dolciere Luciano Piscopo e molte famiglie per uso proprio. Frattanto il solo Albergamo nell’ultimo giorno del carnevale 1901 ne vendette 500 lire di cannoli, a 25 centesimi per ognuno.

Favara, nonostante la lamentata povertà o scarsezza del dio denaro, spendeva e mangiava bene.

Questo consumo di dolci giovava certo all’Albergamo.

Il popolo favarese era festaiolo e prodigo; forse voleva annegare i guai che soffriva nel brio della festa. Anche per le feste tradizionali e popolari, la caffetteria Albergamo veniva presa d’assalto, non ci si poteva accostare. Per la festa di S. Giuseppe si riempiva piena zeppa di persone in piedi dentro e accalcate fuori. Il gelato andava a ruba; ma nei casi di maggiore richiesta non era vero gelato; era più acqua mecherata e densa che quasi strideva tra i denti.

Cecè Albergamo faceva pure molta “cubaita”, parte di mandorla, parte di nocciola e parte mista.

Anche Luciano Piscopo teneva folla, ma non quanto l’Albergamo; forse riceveva il rifiuto del primo. Il popolo, tutto mangiava, tutto prendeva, spensierato, non curante del domani.

Per Natale il dolciere Albergamo faceva la sua grande esposizione di dolci illuminata ad acetilene, tenendo occupata la folla davanti la vetrina, soprattutto i bambini e i fanciulli che guardavano stupefatti e non sapevano distaccarsene. C’era il ben di Dio: dolci d’ogni fattura, forma e colore. Per Natale c’era la cosiddetta cena o frutti di martorana e la collezione di pupi, gettati a stampo di zucchero, leggermente acidulato, vuoto di dentro, di svariate forme.

I frutti di “martorana” hanno preso questo nome perché da secoli, in Palermo erano celebrati e conosciuti quelli che facevano le monache della badia della Martorana.

L’altro dolciere, don Luciano Piscopo aveva pure la sua esposizione, ma modesta, poco frequentata e vendeva i suoi dolci dopo che erano finiti quelli di Albergamo.

La gente, che andava a comprare i dolci nel negozio di Albergamo, formava una continua processione. Albergamo riusciva a vendere quasi tutta la roba che disponeva; anzi, cominciava nel suo laboratorio a fare altri dolci da potere supplire e bastare alle continue domande. Nel suo negozio la gente rigurgitava notte e giorno. La fortuna aveva messo là il suo stallo e don Luciano vedeva con gli occhi propri questi fatti e forse ne gemeva internamente.

 

La chiesa del Purgatorio con ai lati il Palazzo Contino-Fidirichello (a sx) e Albergamo (a dx) da un disegno di Carmelo Antinoro

 

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