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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Suppliche al Duce per confinati

di Carmelo Antinoro

 

Gli anni "20 dello scorso secolo, in generale, a Favara, passarono insolitamente calmi se paragonati alla furia violenta della criminalità che aveva investito la Comunità durante gli anni precedenti. Questa ventata d'aria veniva a coincidere con fatti politici nuovi, che mutarono quasi bruscamente la vita e le abitudini di tante persone.

Prefetto Cesare MoriQuando Mussolini salì al potere, trovandosi ad affrontare il problema del brigandaggio e della mafia siciliana, mandò nell'Isola il prefetto Cesare Mori (Pavia, 22 dicembre 1871 – Udine, 6 luglio 1942). Con un telegramma Mussolini faceva sapere a Mori: ... vostra Eccellenza ha carta bianca, l'autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi ... .

In Sicilia Mori arruolò uomini, guardie giurate e truppe regolari per le sue battaglie campali, compì numerosi arresti, sfuggendo, nel contempo, a vari attentati. Nessuno come lui arrivò ad umiliare tanto la mafia.

Mori si oppose anche alle rappresaglie violente e alle spedizioni punitive dei fascisti, inviando contro di loro la polizia, e fu per questo ampiamente contestato.

Con l'ascesa al potere del Fascismo, Mori cadde in disgrazia e fu dispensato dal servizio attivo. Si ritirò in pensione nel 1922 a Firenze. Per la sua fama di uomo energico e di conoscitore della Sicilia, fu richiamato in servizio all'inizio di giugno del 1924 dal ministro dell'Interno e inviato come prefetto a Trapani e successivamente a Palermo, con compiti speciali per la Sicilia. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita, colpendo pure bande di briganti e signorotti locali, anche attraverso metodi extralegali fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto.

Con l'esplicito appoggio di Mussolini, ottenne significativi risultati e la sua azione continuò per tutto il biennio 1926-1927. Il 1º gennaio 1926 compì quella che fu probabilmente la sua più famosa azione, e cioè l'occupazione di Gangi, paese roccaforte di numerosi gruppi criminali.

Per la durezza dei metodi utilizzati Mori venne soprannominato Prefetto di Ferro.

Nel 1929 Mussolini decise di porre a riposo il prefetto, facendolo cooptare dal Senato del Regno. Purtroppo l'attività di Mori aveva avuto drastici effetti soltanto su figure di secondo piano, lasciando in parte intatta la cosiddetta cupola. Mori non si era occupato solo degli strati più bassi della mafia, ma anche delle sue connessioni con la politica e non si fece problemi nemmeno a perseguire Alfredo Cucco, l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia, nonché l'ex ministro della Guerra, il potente generale Antonino Di Giorgio. Molti mafiosi dovettero emigrare negli Stati Uniti dove diedero origine alla Cosa Nostra americana.

Se Mori non riuscì fino in fondo nel suo intento, ciò dipese dal potere politico, che fermò la sua azione quando stava per travolgere le più alte e vitali strutture della onorata società.

Col ritorno alla normalità, i gaglioffi mafiosi poterono, così, nuovamenteAgostino Crocchiolo dedicarsi ai loro loschi affari, senza più correre il rischio di essere colpiti dagli imprevedibili fulmini dell'intransigente prefetto.

Quasi contestualmente alla venuta in Sicilia del prefetto di ferro, a Favara veniva trasferito il vice commissario di Pubblica Sicurezza Mario Caso e rimpiazzato alla fine di agosto 1922, con Agostino Crocchiolo di Salaparuta (TP) (v. foto).

I predecessori più immediati di Crocchiolo: Francesco Franco e successivamente Montalbano, di origine favarese, non avevano mai trescato con nessuno e gettato ombre oscure sopra i doveri inerenti alla loro funzione. Costoro si erano affidati alle informazioni delle varie spie, senza curarsi se questa gente, spesso senza scrupoli, come accadeva, oltre che ignorante la realtà era pronta a riferire il falso laddove nutrivano un pizzico di livore contro qualcuno.

Il Crocchiolo era uomo dalla corporatura alta e robusta; i suoi occhi penetravano dentro quelli di ogni individuo che gli stava innanzi, e facilmente vi scoprivano quello che giaceva nella mente. La sua indole ed il suo temperamento erano veramente strani, qualità che accrescevano coerenza e fermezza al suo carattere. Egli seppe afferrare subito l’ambiente di Favara con tutte le persone di vario ceto che vi si muovevano. Poco dopo l’insediamento nel suo ufficio, la prima cosa da lui presa in considerazione fu di non dare credito alle spesso fallaci informazioni delle spie o informatori che dir si voglia. Di costoro accettava solo le indicazioni relative alla conoscenza fisica dei mafiosi, tralasciando perfino ogni giudizio formulato nei riguardi degli individui sospetti dai suoi predecessori. Persino i precedenti penali erano per lui di poco conto. Non teneva in serio conto il contenuto dei fascicoli compilati dal suo predecessore Mario Caso. Crocchiola era più propenso a seguire ciascun mafioso, o sospettato tale, in ogni sua mossa imponendogli di astenersi dall’unirsi per le vie del paese con altri della stessa risma, o semplicemente sospetti.

Quando si imbatteva in un gruppo di amici, secondo il suo giudizio poco puliti, li obbligava a separarsi, indicando loro la via da seguire ciascuno, ingiungendogli di non farsi vedere più insieme.

Il più delle volte camminava solo e, nonostante ciò, se gli capitava, non si asteneva dal menare le mani o, cosa anche questa frequente, di fare uso di forbici per tagliare il ciuffo a qualche giovanotto capellone.

Non stava mai fermo e nell’ufficio sostava il tempo indispensabile per sbrigare la posta. La sua presenza non era limitata al solo abitato, ma era egualmente attivo in tutte le campagne del territorio di Favara.

Contrariamente al comportamento di Caso, Crocchiolo non avvicinò mai un mafioso se non per rimproverarlo e/o per mettergli le mani addosso. I suoi metodi gli conferirono una fama intensa e diffusa; il suo nome diventò ben presto l’argomento del giorno e di lui, e del suo rigore, si parlava dappertutto, anche a distanza di anni.

Durante l'ascesa del fascismo, uno degli strumenti deterrenti adottati contro alcune forme di criminalità (o presunte tali) fu il confino, di cui si fece largo uso, anche nei confronti di persone ritenute sospette e svolgenti attività politica contraria a quella del regime. Il confino si traduceva nell'allontanamento dell'individuo e nel suo relegamento coatto (da uno a cinque anni rinnovabili) in luogo lontano da quello di residenza, principalmente isole come Linosa, Lampedusa, Ustica, etc., con obbligo di lavoro e l'osservanza delle prescrizioni stabilite dalla legge e dall'autorità competente. In questo contesto non mancarono le suppliche, soprattutto da parte di mogli e madri di confinati, al duce Mussolini a Edda Ciano, al re Vittorio Emanuele, alla regina Elena, etc.

La sottostante immagine riguarda una delle suppliche riportate nel libro "Eccellenza vi supplico" di Calogero Castronovo, di cui si può vedere anche la copertina.

 

 

 

 

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