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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Provenzani: vite d'artisti strampalati

di Carmelo Antinoro

 

Così ha scritto la storica dell'arte Maria Accascina (NA 1898 - † PA 1979): << Ammiriamo anche noi quel dimenticato artista che fu Domenico Provenzani di Palma di Montechiaro (20 settembre 1736 - † PA 29 gennaio 1794), capostipite di una famiglia di pittori che estese le propaggini fino al tardo Ottocento; maestro che sta di mezzo tra la plastica sinuosità di un Borremans, maestro patetico, a volte sgargiante, a volte leggiadrissimo, ora improvvisamente capace di creare un autentico capolavoro degno di un epigono liberiano che lo ritrovi in tutti gli affreschi, sempre gagliardo e fantasioso nel comporre, rappresentante non ultimo, non indegno della pittura decorativa siciliana>>.

Domenico Provenzani nacque da modesta famiglia, suo padre Calogero, scultore di legno, gli ha insegnato i primi rudimenti dell'arte.

A 12 anni gli morì il padre, ma don Ferdinando Tomasi si prese cura di lui. A 13 anni eseguì i primi lavori di pittura e fu chiamato da tutti "maestro".

Nel 1750 si trasferì a Palermo dove fu alunno prima del Serenario e poi di Vito D'Anna.

A 20 anni sposò Filippa Scicolone dalla quale ebbe sette figli.

Morì a Palma il 29 gennaio 1794 nella casa del padre. La sua tomba si trova nella cappella addossata al muro est della madrice. Anche i figli Vincenzo e Calogero, quest'ultimo prete, collaborarono col padre in alcuni lavori.

Tra i discendenti di Domenico troviamo a Favara il Pronipote Vincenzo (don Zulu, detto il Pitturicchio - nato nel 1814 a Palma di Montechiaro da Domenico e donna Angela De Bennardis), dove, il 5 maggio 1837, ha sposato Anna Garraffo (nata nel 1815 a Favara, da mastro Michelangelo Garraffo e donna Perpetua Schifano), anche lui pittore.

Da questo matrimonio sono nati a Favara: Domenico il 27 agosto 1838 e Michelangelo il 17 giugno 1841, anche questi pittori, ma professionalmente mediocri rispetto all'avo Domenico.

La famiglia abitava a Favara in un appartamentino al n.138, sul lato nord della via Lunga (ora via Umberto).

Ha scritto il barone Antonio Mendola nei suoi diari intimi che il giorno di giovedì 11 gennaio 1900 è andato a visitarlo in biblioteca il pittore Domenico Provenzani, figlio di Vincenzo Pinturicchio. Era in compagnia della giovane moglie che ha sposato in seconde nozze, dopo 10 anni di vedovanza, con nero mustaccio dipinto. In tale circostanza il barone ha commentato: <<Quando vedo uomini che fanno queste cose mi metto a pensare sulla stranissima natura del nostro genere. Siamo animali che non seguiamo la condotta degli altri animali che quasi obbediscono tutti alle stesse leggi, agli stessi istinti>>. Il Provenzani era a Canicattì, chiamatovi dal barone La Lomia per dipingere quattro quadroni per una chiesa, ma saputo della morte dello zio Garraffo, inteso Giannino, è venuto a Favara a raccogliere la sua particina di eredità.

La sera del 20 dicembre 1901 si è presentato al barone Mendola, con certe pretese, Vincenzo Provenzani, figlio discolo del pittore Domenico e nipote di Pinturicchio, con una letteraccia ampollosa, per chiedere denaro. Già una prima volta, il 2 febbraio 1896, aveva ricevuto dal barone 10 lire e lo aveva segnato nel suo diario con brutte note e qualificazioni. Ha detto di non poterlo ricevere perché occupato d’affari con altre persone.

Il 9 aprile 1906 Domenico Provenzani figlio del Pinturicchio è andato a visitare il barone e in un paio d'ore gli ha raccontato i tratti principali della sua vita e dei suoi dispiaceri: il figlio grande Vincenzo, processato, etc.; il mezzano scappato; il piccolo, studente di pittura, con un occhio perso e con l'altro in pericolo, al punto che i medici gli hanno proibito di continuare l'esercizio della pittura.

 

 

 

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