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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

La vera storia dei linticchieddri

di Carmelo Antinoro

 

Premessa

Qualche anno fa sul quotidiano "L'amico del popolo" comparve un articolo  dal titolo Etnologia della stirpe dei Linticchieddi, scritto (come lo stesso riporta) secondo un’accuratissima ricerca etnologica effettuata dai più rinomati studiosi regionali. Detti studiosi  (di cui si sconoscono i nomi)concentravano la provenienza di questa etnia nella regiore di Ohrid, in Macedonia, a confine con l’Albania. Sempre secondo l'articolo, alcune famiglie della zona per sfuggire alle persecuzioni turche, si spinsero oltre l’Adriatico, stabilendosi nel territorio calabrese, nei pressi di Vibo Valenzia e più precisamente negli attuali Comuni di Ionadi e Nao. Queste famiglie che vivevano essenzialmente di pastorizia, anche se non disdegnavano certe attività illecite e ladresche a discapito degli autoctoni, successivamente furono costrette ad abbandonare il territorio, su sollecitazione degli abitanti che mal tolleravano i loro costumi e i loro arrangiamenti. Così intorno al 1548-1550 giunsero con le loro modernissime attrezzature di viaggio nella costa agrigentina, distribuendosi lungo le aree geografiche di Eraclea Minoa, Siculiana e Realmonte.

In verità (continua l’articolo) queste pseudo-famiglie non erano così numerose, basta pensare che l’intero gruppo di emigranti era formato complessivamente da 35 individui: 12 donne, 8 anziani e 15 maschi già in età adulta. Mancavano solo i bambini, ma quello non era assolutamente un problema; infatti i nostri nomadi non dimostrarono alcuna titubanza nell’adattarsi al nuovo luogo e nel popolarlo di nuove creature. Questa etnia perseverò ostinatamente nelle solite attività di arrangiamento poco gradite alle popolazioni del luogo, le quali reagirono isolandola ai margini della società.

In seguito, intorno al 1572 si stabilirono definitivamente nelle grotte di S. Rocco, a circa 700 metri dal casale di Favara e dal castello di Chiaramonte. Circoscritti all’interno di tali grotte, conducevano un’esistenza ancora tribale, regolata da proprie norme e consuetudini, spesso aliene ad ogni logica di legalità.

Si racconta che una sera, saccheggiando i magazzini del castello, adibiti a depositi di cereali, riuscirono con grande astuzia e maestria ad impadronirsi di decine e decine di sacchi di lenticchie. Dal momento che i sacchi furono ritrovati nelle grotte di S. Rocco, tutte le accuse caddero sui nuovi arrivati, i quali ricevettero dispregiativamente l’attributo di linticchieddi.

Nel 1602 una famiglia di girovaghi e saltimbanchi di origine irlandese, durante un viaggio di lavoro, lungo le coste meridionali della Sicilia fu sorpresa da una terribile tempesta, che causò il naufragio. Questi girovaghi vennero miracolosamente salvati dai linticchieddi, accorsi prontamente alle grida di aiuto e vennero ospitati nelle loro grotte. L’occasione fu colta al volo dai nostri linticchieddi che mescolarono i loro caratteri genetici con quelli tipici irlandesi, anche se alla fine il carattere dominante fu sempre quello lenticchio.

Interessante storia quella riportata nel giornale, precisa e ricca di dettagli, di date, di luoghi, di avvenimenti, che accende nuova luce sull’etnia dei linticchieddi; c’è solo un piccolo difetto: è falsa.

 

La famiglia Stagno

Fermo restando che la storia si ricostruisce principalmente attraverso i manoscritti e negli archivi, lo scrivente ha voluto dare una svolta sull’identità di questa presunta etnia, partendo da un dato base inconfutabile: dalla famiglia Stagno, ovvero, quella famiglia di cui, è risaputo, fanno parte alcuni di questi benedetti linticchieddi, i cui caratteri somatici sono riconducibili a quelli irlandesi e che nell'albero genealogico rappresenta il portainnesti.

Orbene, dopo avere individuato qualche recente cellula familiare, attraverso gli Atti parrocchiali e i Riveli dei beni e delle anime degli Archivi di Stato di Agrigento e di Palermo ho ricomposto l’albero genealogico, via via, fino ad arrivare al capostipite, alla sua provenienza, ma anche ai luoghi di abitazione delle varie famiglie, ai possedimenti ed ai figli procreati.

Occorre evidenziare che in Sicilia i Riveli venivano compilati dalle singole amministrazioni comunali (Università) per conto della Magna Curia dei Maestri Razionali (dal 1569 Tribunale del Real Patrimonio) che era il supremo organo di controllo e di giurisdizione in materia finanziaria e dal 1682 di competenza della Deputazione del Regno. E siccome i Riveli rappresentavano uno strumento di controllo e di giurisdizione in materia finanziaria, in essi, oltre lo stato delle anime di ogni nucleo familiare, venivano annotati anche i beni immobili e mobili posseduti, compresa la casa di abitazione e relativo luogo d'ubicazione. Questi dati, interpolati con le nascite, i matrimoni e i decessi, hanno completato il grande collage dei linticchieddi (o forse sarebbe il caso di scrivere linticchieddri, secondo il nostro lessico).

Dalla ricostruzione è emerso un mosaico di oltre 140 nuclei familiari dagli inizi degli anni “50 dello scorso secolo fino al capostipite, con un totale di oltre 500 componenti, con esclusione delle ramificazioni originate dalle componenti Stagno femminili.

Per la verità, prima di partire dal nucleo familiare certo, il mio orientamento sulla provenienza si era soffermato su Pantelleria. Detta motivazione era suffragata dal fatto che nel 1829 a Favara la diciassettenne Francesca Sicurella aveva sposato il pescivendolo Diego Stagno, domiciliato nel Molo di Girgenti, ma proveniente da Pantelleria. Sempre a Favara, poi, si sono sposati i figli di Diego: Giuseppe, Raimondo e Alfonso, nati nel Molo di Girgenti, anch’essi pescivendoli. Dei tre Stagno, però, nessuna discendenza è stata più rilevata a Favara, probabilmente perché trasferitisi definitivamente altrove. La mia attenzione si era rivolta su questa provenienza perché a Pantelleria sono rinomate le piccole lenticchie rosse di antica importazione araba.

A questo punto mi sono deciso di partire da dati certi, cioè da nuclei familiari vissuti tra la prima e la seconda metà del 1900. Questo lavoro mi ha condotto ad un percorso a ritroso per oltre tredici generazioni, fino al capostipite, in un arco temporale di circa mezzo millennio.

Dalla ricerca emerge che il capostipite degli Stagno in argomento fu un certo Giovanni di Pietraperzia (EN), nato intorno al 1547 da Natale, che sposò Caterina Calì, da cui nacquero:

Antonino (n. 1581 ca.);

Natale (n. 1585 ca.);

Matteo (n. 1589 ca.);

Vincenzo (n. 1592);

Francesca (n. 1596);

Eufemia (n. 1602).

Di questi, solo gli ultimi tre sono nati con certezza a Favara.

Dai Riveli risulta che nel 1607 la famiglia abitava nel quartiere S. Nicolò, in quattro case terrane confinanti con Giacomo Reale (alcune famiglie Reale vissero a Favara nel XVI sec. e fino alla metà del secolo successivo, a cui si rifà l'omonima via che sfocia a valle della via Umberto).

Da un primo esame non sarebbe da escludere la presenza, a Favara, degli ascendenti di Giovanni, dato che i registri parrocchiali (istituiti col Concilio di Trento), hanno inizio nel 1565, però, il fatto che viene citata la provenienza, il fatto che i primi tre figli non risultano nati a Favara e che dai registri non si evincono altre famiglie Stagno prima e durante il periodo in cui vissero Giovanni e il figlio Matteo, tutto fa supporre che si tratti del capostipite, ovvero del primo Stagno venuto a Favara.

Dei sei figli di Giovanni solo Matteo sposò (atto di matrimonio non trovato a Favara) una certa Giovanna, i quali ebbero dodici figli, tutti a Favara, tranne il primogenito Domenico nato nel 1617 circa.

Dai Riveli risulta che nel 1623 la famiglia dimorava in una casa terrana di un corpo, nel quartiere Madrice. Matteo possedeva otto tumoli di terreno in territorio di Girgenti, che coltivava a vigneto ed un’altra chiusa di terre nel feudo Pioppitello. Possedeva, anche, tre somari e un mulo.

Occorre precisare che da tempi immemorabili Favara comprendeva due grossi quartieri: Madrice e S. Antonio. La via Lunga (poi denominata Umberto), che da piazza Libertà arriva al calvario, divide i due grossi quartieri. Il quartiere Madrice comprendeva altri sottoquartieri (detti anche quartieri o contrade), fra cui: S. Nicolò, Madrice, Croce (calvario).

Dei figli di Matteo si sposarono due femmine e tre maschi. I maschi furono:

Domenico (n. 1617 ca.) che nel 1654 sposò Agata, da cui ebbe tre figli;

Bartolomeo (n. 1633) che nel 1662 sposò Antonia Russo, da cui ebbe sette figli;

Giovanni (n. 1637) che nel 1657 sposò Rosaria Crapanzano, da cui ebbe undici figli.

Dei tre figli maschi suddetti, solo Giovanni ebbe la discendenza arrivata ai nostri tempi. Nel 1682 Giovanni possedeva un appezzamento di terra in contrada Falsirotta con 1500 viti, una balduina e una giumenta. La famiglia abitava in due corpi di case, nel quartiere S. Nicolò.

Degli undici figli di Giovanni si sposarono tre femmine e tre maschi e di questi ultimi solo l'ultimogenito Francesco (n. 1688) continuò la discendenza; infatti dal matrimonio, avvenuto nell’anno 1715, con Angela D’Anna  nacquero quattro figli. Un’altra figlia nacque da un secondo matrimonio con Onofria Renda.

Dei primi quattro figli si sposarono solamente due maschi:

Giovanni (n. 1716);

Calogero (n. 1727).

Giovanni nei Riveli del 1748 dichiarò di essere povero e  la sua discendenza, meno nutrita rispetto a quella di  Calogero, si estinse nella seconda metà del 1900.

Calogero, contadino, nel 1756, sposò Antonina Mazza, da cui nacquero cinque figli, fra cui, gli unici che si sposarono:

Giovanni Angelo (n. 1765), contadino);

Stefano (n. 1768), zolfataio).

Il primo sposò Francesca Russello, nel 1787, da cui ebbe dieci figli; il secondo sposò Rosa Ursola Sicilia, nel 1787, da cui ebbe sette figli e, in seconde nozze, Angela Spina, nel 1819, da cui nacquero altri tre figli, ma senza ulteriore discendenza.

Dai suddetti Giovanni Angelo e Stefano hanno avuto origine due rami, gli unici, in parte arrivati ai nostri giorni.

 

Discendenza di Giovanni Angelo Stagno e Francesca Russello

Dei dieci figli nati si sposarono una femmina e quattro maschi, ma l'unico ad avere discendenza fino ai nostri giorni fu Giuseppe (n. 1804), contadino, che nel 1829 sposò Anna Salvaggio, da cui nacquero cinque figli, ma senza discendenza. In seconde nozze, nel 1842, Giuseppe sposò Rosalia Presti, da cui ebbe altri quattro figli, fra cui, gli unici ad avere discendenza fino ai nostri giorni:

Calogero (n. 1843);

Giuseppe  (n. 1848).

Nel ramo di Calogero dalla fine del 1800 alla prima metà del 1900 hanno confluito le famiglie: Pirri, Pagano, Campione, Castellana, Pecoraro, Maria, Fanara, Alcamisi e Arnone.

Nel ramo di Giuseppe nella prima metà del 1900 hanno confluito le famiglie Airò Farulla, Barzasi, Alì, Roveda, Milioti, Fallea.

 

Discendenza di Stefano Stagno e Rosa Ursola Sicilia

Dei sette figli nati e fra i quattro maschi sposati, solamente Calogero diede continuità alla discendenza fino ai nostri giorni.

Calogero (n. 1790), contadino, nel 1813 sposò Francesca Costa, da cui nacquero sette figli e, fra quelli sposati, l'unico ad avere discendenza fu Antonio.

Antonio (n. 1817), zolfataio, nel 1840 sposò Concetta Bennardo, da cui nacquero nove figli e fra questi, l'unico ad avere discendenza fino ai nostri giorni fu Gaspare.

Gaspare (n. 1855) nel 1873 sposò Rosalia Costa. Tra i figli si sposarono una femmina e sette maschi.

Nel ramo di Gaspare dalla fine del 1800 alla prima metà del 1900 hanno confluito le famiglie: Sanfilippo, Miceli, Terranova, Paletto, Morreale, Cervello, Craparo, Di Benedetto, Crapa, Cipolla, Minolfo, Vassallo Todaro, Stagno, Montalbano, Di Salvo, La Manna, Butticè, Schifano, Russello, Bello, Alba, Maglio.

 

Considerazioni conclusive

Dai documenti citati, estremamente sintetizzati nella ricostruzione sopra descritta, è stato possibile estrapolare interessanti indicatori sull'albero genealogico della famiglia Stagno:

- la confluenza di un congruo numero di figli di genitori ignoti, provenienti da famiglie indigenti e con trascorsi di estremo degrado sociale;

- la confluenza di diverse famiglie dello stesso ceppo, con conseguenti intrecci fra componenti caratterizzati da forti legami di consanguineità.

Giova evidenziare che questi indicatori di degrado si sono manifestati nella prima metà del 1800 e man mano si sono accentuati nel corso del "900.

Anche se i mestieri svolti dagli Stagno a Favara, sin dall'arrivo, sono stati fra i più umili (contadino e zolfataio), non va dimenticato che questi erano quelli più comuni. Non va tralasciato il fatto che nel 1607 il primo nucleo della famiglia Stagno abitava in quattro case terrane e possedeva dei terreni. Una famiglia modesta viveva solitamente in un corpo terrano di case: u catoju, secondo l'antico dialetto favarese, che indicava una stanza terrana o interrata.

Non va tralasciato neanche il fatto che nel 1682 Giovanni di Matteo possedeva un appezzamento di terra e abitava in due corpi di case con la sua famiglia.

Altra nota che merita attenzione, perché in controtendenza, riguarda il ceppo dei coniugi Giuseppe Stagno (di Giuseppe e Presti Rosalia) e Rosa Giudice, i cui figli Giuseppe e Francesco (dopo la morte del fratello), hanno sposato Luigia Airò Farulla. Dal primo matrimonio è nato Giuseppe, guardia di finanza, che è andato a vivere in Lombardia, dove si è sposato; dei figli nati dal secondo matrimonio di Luigia: Gaetano, impiegato è andato pure lui a vivere in Lombardia, dove si è sposato.

In conclusione, la famiglia Stagno, sin dal suo arrivo a Favara (1590 ca.) e fino alla prima metà del 1700 viveva una vita piuttosto agiata.

Nella prima metà del 1700 iniziava il decadimento. Giovanni Stagno (n. 1716) figlio di Francesco e Angela D'Anna, nei Riveli del 1748 si dichiarava povero.

Detto decadimento si accentuava nel corso del XIX secolo e si acuiva nel  XX, con ripercussioni di carattere sociale sia per il portainnesti (Stagno) che per le varie componenti che vi sono confluite. Queste riecheggiamenti, legati spesso a un basso, in certi casi inesistente, livello di istruzione, associato ad un lavoro precario e/o inesistente, ha relegato diversi componenti e nuclei familiari ad una sorta di emarginazione o, per meglio dire, ghettizzazione sociale e ambientale. Il divario venutosi a creare con la fascia sociale media della comunità favarese ha relegato questi nuclei familiari in luoghi del centro storico in stato di parziale o totale abbandono, in aree urbanizzate e abitazioni caratterizzate da situazioni evidenti di degrado fisico e ambientale.

L'epiteto linticchieddru è verosimilmente attribuibile (come raccontato da un componente Stagno) ad un fatto avvenuto nella prima metà del 1900, allorquando uno dei figli di Giuseppe Stagno (di Gaspare e Rosalia Costa) e di Antonia Miceli, bassi di statura, durante un litigio estrasse un coltello. In quella occasione uno della parte avversa lo etichettò linticchieddru.

 

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