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Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Viollet Le Duc a Favara nel 1836

di Carmelo Antinoro

(Tratto da: Le voyage d’Italie d’Eugèn Viollet le Duc 1836-1837, Parigi, II ediz., 1987)

 

Eugène Viollet Le DucErano trascorsi tre anni dalla morte di Stefano Cafisi (9 maggio 1833), ultimo arrendatario dello Stato di Favara e primo possessore del castello (1829) dopo i marchesi di Favara, quando il giovanissimo francese Eugène Viollet Le Duc (Parigi, 27 gennaio 1814 – Losanna, 17 settembre 1879) venne in Sicilia e trovandosi a Girgenti, il 27 maggio 1836, volle fare tappa a Favara per visitare il castello chiaramontano.

Durante la sua carriera Eugène Viollet Le Duc prese appunti, realizzò schizzi e tavole, non solo per le costruzioni per cui lavorava ma, anche degli antichi edifici che presto avrebbero dovuto essere demoliti. I suoi studi sul medioevo e rinascimento non si limitarono all’architettura ma, si interessò anche ai mobili, all’abbigliamento, agli strumenti musicali, agli armamenti ed altri aspetti. Il suo punto di vista sul restauro è notevole. Si oppose alla semplice conservazione: «Restaurare un edificio, non è solo mantenerlo, ripararlo, o ricostruirlo, è riportarlo ad una condizione completa che potrebbe non essere mai esistita». In applicazione a questi principi, l'architetto Le Duc rimaneggiò irrimediabilmente molti monumenti, ma permise anche di salvarli, il che spiega perché la sua opera era così controversa.

Da grande studioso e assertore del gotico, trovandosi a Girgenti, non poteva non visitare il castello di Favara, così quando dall’affascinante valle di Girgenti, vera oasi su questa parte della costa, si addentrò nelle terre verso nord-est, arrivò subito a Favara, villaggio (come dallo stesso scritto) triste, polveroso, coronato da un castello arabo restaurato dai normanni. Il proprietario del posto dopo averci fatto educatamente gli onori del palazzo, ci pregò di dargli qualche moneta per il suo disturbo. Bisogna dire che il povero diavolo non aveva un pezzo di pane a casa sua. Toccati da questa miseria, gli chiedemmo come mai, con un castello, un giardino, poteva essersi ridotto in questo stato. -Che volete?- ci rispose, -i fichidindia non sono ancora maturi, e se coltiviamo la terra, dobbiamo pur  pagare così tanta gente, che non ha pane da mangiare. Risulta evidente che la persona spacciatasi per proprietario non poteva essere Giuseppe Cafisi, erede testamentario di Stefano, nella fattispecie del castello, uno dei maggiori possidenti di Favara, ma qualche persona di servizio.

Occorre dire che Le Duc ha scritto sui suoi viaggi 24 anni dopo aver cavalcato la terra di Sicilia e risulta, quindi, probabile che abbia fatto confusione nel ricordare l’avvenimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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