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Alessio Di Giovanni malopagatore

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Il poeta dialettale Alessio Di Giovanni malopagatore

di Carmelo Antinoro

(tratto dai diari intimi del barone Antonio Mendola)

 

Alessio Di GiovanniAll’inizio del mese di luglio 1899 Alessio Di Giovanni, figlio del letterato, storico e regio notaio in Noto, Gaetano, mi ha mandato molte sue stampe con una lunga lettera. Io l’ho ringraziato ed ho aggiunto che sarebbe stato un piacere ed un onore per me fare la sua personale conoscenza.

Nel marzo 1900 mi ha mandato un libro di letteratura popolare intitolato Sull’aia.

Il 14 maggio 1900 mi ha mandato un suo opuscoletto poetico siciliano di sue poesie  intitolato Lu fattu di Bbissana, con la dedica autografa.

Con la posta del 13 gennaio 1901 Alessio Di Giovanni mi ha fatto arrivare una cartolina con un opuscoletto di sonetti dal titolo: Fattuzzi rraziusi. Li ho letti quasi tutti, alcuni li ho trovati veramente graziosi, altri una mediocrità. Non lodavo la soverchia scrupolosità, spinta fino agli eccessi, di voler rendere la pronuncia dialettale di ogni singolo luogo. Il Di Giovanni con la sua ortografia snaturava le parole, le loro radici e secondo me scriveva in barbaro gergo per il solo fatto dell’alterazione delle lettere alfabetiche. Io ero più per le cose utili, queste poesie, senza scopo di bene e senza esercizio o richiamo di virtù, mi sembravano versi inutili. Il solo diletto materiale dell’orecchio, nel suono delle rime o nel cadenzare gli accenti non era sufficiente alle lettere amene, che dovevano migliorare le menti e i cuori. Il titolo non rispondeva al contenuto del libro. Fattuzzi rraziusi significava fatticelli, novellette, raccontini graziosi. Niente fatti, niente novelle o conti. Si leggevano le solite frasi.

Dopo lunghissimo silenzio, Alessio Di Giovanni, nel novembre 1901 mi ha mandato un letterone dolce di tre pagine. Usava un linguaggio malato, come di un intimo amico. Tutto in una volta sentì riscaldarsi il cuore nel petto per me, finendo col chiedermi 55 lire in prestito per poter stampare le ultime sue poesie A lu passu di Giurgenti. I denari mandati a costui sarebbero stati denari perduti. Che cosa dovevo fare? Ho voluto pensarci bene per qualche giorno. Ho pensato di fargli una proposta, mettendo a perdita 50 lire, non 55, quante me ne aveva chieste. Gli ho inviato 50 lire con una lunga lettera raccomandata, pregandolo di mandarmi una cambiale con scadenza a tre mesi, cioè a fine febbraio 1902. L’ho pregato di non mancare al pagamento puntuale, perché ero gravatissimo di spese.

Con lettera del 3 dicembre, il Di Giovanni, con parola d’onore, mi assicurava di restituire le 50 lire come stabilito.

Arrivati al 18 marzo nessuno si faceva vivo. Non meritavo di essere trattato i cotal maniera. Ho mandato una lettera dicendo di pensarci bene.

Il 22 marzo Di Giovanni mi ha inviato un suo nuovo libretto poetico dialettale intitolato A lu passu di Giurgenti, con una dedica autografa un poco larga di elogi. Mi è arrivata, altresì una sua lettera con cui si doleva del mio rimprovero. Non aveva ragione a dolersi, perché io lasciai trascorrere circa un mese ed egli si era fatto muto. Poteva, invece del denaro, mandare una parola di scusa, in quanto, poi, alla cartolina, l’avevo vergata in modo che, chi l’avrebbe letta, nulla avrebbe capito in danno del Di Giovanni. Mi ha chiesto un altro mese di tempo. Ho dovuto accordarglielo, ma temevo per il pagamento.

Il denaro, quando scappa dalla propria borsa, diviene una bestia selvatica e non vuole più ridursi al posto suo.

Nel n. 87 del giornale Il Sole, 28-29 marzo 1902, in prima pagina si leggeva un articolo critico laudativo di Tommaso Nediani intorno alle poesie dialettali di Alessio Di Giovanni. L’articolo era intitolato Un poeta delle miniere parla del Maiu sicilianu. Dell’altro componimento Lu passu di Giurgenti niente è stato pubblicato.

Il Mediani ebbe comunicati alcuni brani e non essendo siciliano non poteva comprendere la finezza del dialetto. Se lo faceva spiegare, o, meglio, tradurre, e poi non giudicava l’insieme della composizione. Uno che non conosceva il dialetto, che non era padrone di tutto il contesto, non credo poteva essere stimato un critico degno veramente di tal nome. Erano solo sfarzi e nulla più. Potevano essere compiacenze e incoraggiamenti.

Nei primi di maggio ho scritto una lettera ad Alessio Di Giovanni, pregandolo di non darmi dispiacere e adempiere al dovere, non dico da amico, ma da gentiluomo, come io fui pronto e fiducioso a dargli il denaro. Ci vedevo male, almeno i segni precursori erano brutti.

Nella seconda metà di maggio ho riscritto un’altra lettera al padre di Alessio per una risposta chiara, senza ambiguità e che, se non avessi ricevuto risposta entro dodici giorni, mi sarei visto costretto ad agire nel mio interesse. Ormai credevo che il Di Giovanni non aveva più intenzione di pagare. L’uomo è sempre lo stesso: nel chieder denaro, dolce; nel restituirlo, velenoso e ingrato.

Passavano i giorni e brutto era il silenzio di Alessio di Giovanni e di suo padre. Erano bravi letterati e cattivi pagatori e cittadini.

Il 22 giugno ho scritto nuovamente ai Di Giovanni padre e figlio, lamentando il silenzio profondo e che non meritavo di essere trattato nel modo come loro mi trattavano. Il silenzio e lo sprezzo non erano da adoperarsi contro di me gentiluomo ed amico. Chiedevo di parlare chiaro ed evitarmi ulteriori dispiaceri. Non avrei mai creduto che i signori Di Giovanni avessero potuto agire nel modo per come hanno agito.

Il 19 luglio ho scritto una lettera a mons. Blandini, vescovo di Noto, dicendo di commettere un atto assai indiscreto, e forse impertinente, nell’abusare della sua cortesia, la prima volta dopo che ci separammo. Ho chiesto di indicarmi un onesto difensore in Noto cui rivolgermi.

Mons. Giovanni Blandini ha risposto con lunga e gentile lettera, ma non mi ha dato nomi di avvocati. Mi ha detto di non avere nessuna conoscenza con i Di Giovanni; che il notaio Gaetano, dopo il colpo, credo paralitico, non usciva più di casa e il figlio Alessio aveva trasportato le sue tende a Siracusa.

 

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