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Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

FAVARA: città dei vivi e città dei morti

di Carmelo Antinoro

 

La città dei morti nell’antichità classica, fino alle soglie del medioevo, si configurava con la necropoli. Dal V sec. d. C., sotto l’influenza del culto dei martiri, si venne progressivamente affermando l’uso di seppellire i morti nelle chiese, luoghi sacri per eccellenza, per la presenza di sacre reliquie. Le necropoli a poco a poco si estinsero per via di un processo, per certi versi involutivo, generato dal cristianesimo. Tale curiosa promiscuità fra vivi e morti affonda le radici in una profonda ideologia popolare della morte, legata ad un forte desiderio di comunicazione con i defunti ed alla conoscenza del destino dell’anima, connessa alla paura dell’aldilà.

In territorio agrigentino fino alla seconda metà del 1800 i cimiteri si contavano con le dita di una mano e il triste rito di seppellire i cadaveri sotto le chiese era di esclusiva competenza dell’autorità ecclesiastica. Un mondo sotterraneo, per certi versi occulto, a volte di notevole valenza architettonica, purtroppo negata alla visione della gente comune. Vere e proprie opere d’arte: volte, colonne, sacrari, scranni, colatoi, dove i corpi senza vita venivano accomodati per l’essicazione.

La vita dei becchini preposti a quest’orrido lavoro non era per niente facile, se si pensa che le cripte delle chiese spesso erano prive di finestrature ed ospitavano diversi cadaveri al mese. Si può immaginare lo scenario che si apriva agli addetti ai lavori ogni volta che entravano in questi orridi luoghi, con tanti cadaveri in decomposizione. Chi sottostava a questo mesto lavoro non aveva vita lunga, nonostante le rudimentali soluzioni adottate per prevenire infezioni (es. spugne imbevute d’aceto ed altre sostanze alcoliche poste sulle vie respiratorie). La pietà nel ritenere sacri i luoghi di sepoltura all’interno delle chiese col passare degli anni trascese in fanatismo religioso. Avveniva spesso che i micidiali miasmi che fuoriuscivano dalle fosse erano causa di seri inconvenienti igienici e sanitari, soprattutto durante le epidemie.

A Favara vanno ricordate le ondate epidemiche di peste nel 1624 e quelle di colera nel 1837 e 1867. Alla fine del XVIII sec. editti ed ordinanze varie, poi coronati col decreto napoleonico del 1804 hanno cercato di arginare questi fenomeni, ma la sottrazione dei cadaveri alla chiesa non era cosa facile in Italia e soprattutto in Sicilia. Nella nostra isola, nei Comuni dell’agrigentino ed a Favara, nonostante le leggi ministeriali, le imposizioni degli intendenti e poi dei prefetti ai sindaci, ci sono voluti tre quarti di secolo per far capire alla gente ed agli amministratori che ormai era indispensabile fondare cimiteri. Nella seconda metà del 1800 nei Comuni agrigentini, in contrapposizione alle città dei vivi, nascevano le città dei morti, con fosse a terra, con le uniche strutture: la chiesetta ed il ricovero del custode. La gestione dei morti veniva così sottratta totalmente alla chiesa che tanto aveva fatto per le anime, ma poco per i corpi. Da lì a pochi anni, da una parte per paura d’inquinamento di falde freatiche, dall’altra per sete di dimostrazione del ceto sociale da parte di alcuni aristocratici, nascevano le tombe collettive a colombaia e le gentilizie private, attraverso cui, come l’altra faccia della medaglia, si affermava una vera e propria architettura della morte. Città dei vivi e città dei morti, dunque, sono due facce della stessa medaglia e non è casuale il fatto che dove regna il caos urbano regna il disordine al cimitero e Favara, ahimé, di tutto questo è un lodevole esempio.

 

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