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Favara: uno Stato nello Stato
Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Cose da profondo sud al cimitero di Piana Traversa

di Carmelo Antinoro

 

Spesso, entrando al cimitero di Piana Traversa di Favara, dopo avere attraversato il primo tratto del viale principale, osservando le due tettoie in ferro e rame ai lati dell'antico ingresso mi sono chiesto: Cosa penserà un forestiero vedendo queste due tettoie per la prima volta?.

 

Tettoie al Cimitero di Piana Traversa

 

Nella seconda metà del 1800 nei Comuni agrigentini, in contrapposizione alle città dei vivi, nascevano le città dei morti: piccoli cimiteri con fosse a terra, con all'interno una semplice chiesetta e una casetta del custode.

Dopo secoli di gestione delle sepolture, a pagamento, per diritto di stola nera da parte dell'autorità ecclesiastica, il pietoso rito di seppellire all'interno dei sacri templi veniva sottratto totalmente alla Chiesa che tanto aveva fatto per le anime, ma poco o niente per i corpi.

A Favara dalla seconda metà degli anni "60 dello scorso secolo in poi, come l'altra faccia della medaglia, parallelamente alla moderna e spontanea architettura urbana della vita si affermava una vera e propria architettura della morte. Ma come più volte detto: Favara non è un paese ricco, quindi se deve essere povero è giusto che lo sia in misura totale. Se l'architettura urbana della vita deve essere povera nelle forme, nei contenuti, nei materiali e nei colori, figuriamoci quella della morte! I lungimiranti amministratori e i bravissimi tecnici comunali, per non venire meno a questa massima, bene hanno pensato di non imporre tipologie specifiche da rispettare nella costruzione delle gentilizie dei nuovi quartieri della morte. Al cimitero c'è di tutto: dallo stile neoclassico a quello egizio, dal moderno all'informale più sfrenato; da una cappella all'altra si passa dalla estrema semplicità alla palese ostentazione. Paradossalmente però, se approfondissimo l'argomento, scopriremmo che chi maggiormente ostenta l'architettura della morte al cimitero non si cura affatto dell'architettura della vita.

Oggi al cimitero fanno bella mostra anche le foto dei defunti a colori, ma anche lastre tombali di onice o granito, vasi in graniglia di cemento, palme, asfalto, buche, rattoppi e, roba da guinness dei primati: la tau realizzata con mattoni di cemento colorato rosso durante l'ultima pavimentazione, avente per braccia i viali principali del cimitero.

L'ultima ciliegina è senza dubbio la collocazione delle due tettoie a ridosso della casa mortuaria e di quella del custode.

Ma torniamo al forestiero - Cosa penserà un forestiero vedendo queste due tettoie per la prima volta?

Forse i lungimiranti amministratori (sindaco in testa) e relativi tecnici che hanno consentito simili aborti, incosciamente si sono ispirati all'architettura industriale che richiama le tettoie artistiche in ghisa stampata, ma di certo non si sono fatti guidare dall'istinto estetico. D'altronde che senso ha parlare di estetica, di statica e di eternità quando ogni giorno cresce sempre più la febbre per la trasformazione, per le  rapide comunicazioni e costruzioni e, nel nostro caso, in un cimitero dove le estumulazioni selvagge e la distruzione di ogni testimonianza funeraria sono una normalità? Amministratori e tecnici si sono guardati bene dal nobilitare le materie costruttive e rapide per eccellenza (ferro e rame) mantenendo vive le loro caratteristiche con il puro e semplice concetto di economia + utilità + rapidità. Forti di questo concetto sarebbe stato un errore il mascherare queste materie con mattoni, intonaci, stucchi, marmi ed altre simili volgarità dispendiose e inutili.

Amministratori e tecnici si sono guardati bene pure dal non perpetuare la becera tradizione del triste rito del ringraziamento funebre suddiviso per sesso: a nord la tettoia per le donne, a sud quella per gli uomini. Mah!, cose del profondo sud!

 

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