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Cose da profondo sud al cimitero
L'ex carcere in agonia
Non ci cambierà nessuno
Favara: indignarsi è un dovere
C'era una volta un casello
Favara che scompare
Costruire comunque e ovunque
Demolita torre del 1897
Demoliamo il Castello Chiaramonte
Favara: uno Stato nello Stato
Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

FAVARA: uno Stato nello Stato

di Carmelo Antinoro

 

Durante il regime feudale, quando Favara (come gli altri Comuni siciliani) era Università, il territorio, con il suo centro urbano ed il suo potere amministrativo era “Stato”. Questa peculiarità è caduta con la legge eversiva del 1812 che formalmente ha segnato la fine del feudalesimo in Sicilia, non per Favara. Scherzi a parte, per Favara, meglio ancora, per i Favaresi (senza voler generalizzare), il senso di “Stato” è rimasto tale e quale quello che era durante il feudalesimo o, peggio ancora, sotto i Chiaramonte.

Il senso di “Stato” per i favaresi si può riepilogare con semplici aforismi del tipo “ciò che mio è mio”, “ciò che è di tutti è di nessuno” o, peggio ancora “ciò che è di tutti è solo mio”. Queste massime sono il succo di beceri e deviati retaggi sociali e culturali che purtroppo da sempre hanno relegato Favara negli ultimi posti tra i Comuni d’Italia; un cancro che ha sempre ostacolato la crescita di questa città. Il “ciò che è di tutti è di nessuno”, purtroppo, è verificabile e constatabile ormai dappertutto. Facciamo qualche esempio? l’Amministrazione pubblica mette a dimora delle piante e durante la notte spariscono; l’Amm.ne pianta dei cartelli, delle panche, dei giochi per bambini od altri elementi d’arredo e vengono svelliti; l’Amm.ne pubblica asfalta e pavimenta spazi aperti, dopo poco tempo gli stessi spazi vengono recintati o chiusi con cancelli e diventano proprietà privata.

Nel centro storico di Favara oggi risultano chiusi da cancelli perfino cortili. Tutto questo perché accade, per il semplice motto “ciò che è di tutti è di nessuno, quindi può diventare solo mio”.

Qualcuno si è mai chiesto perché gran parte delle costruzioni abitate a Favara sono con i prospetti senza intonaco?; semplice, i prospetti rappresentato un aspetto essenziale della città, con i loro materiali ed i colori definiscono gli spazi pubblici, al punto da attribuire agli stessi particolari identità, al punto da assumere un ruolo psicologico importante per la gente che fruisce quotidianamente quegli spazi. Ma questi spazi (strade e piazze) sono pubblici, quindi (secondo la logica becera) di nessuno; ma allora, se sono di nessuno a cosa servono gli intonaci?.

Qualcuno si è mai chiesto perché in molte case di Favara oltre che i prospetti, in svariati casi non vengono completate neanche le scale?, ma naturalmente sempre per la stessa logica; se la città rappresenta il macrocosmo, la singola costruzione rappresenta il microcosmo, all’interno del quale la scala assume una funzione comune, quasi pubblica, quindi di nessuno, e allora perché completarla?.

Qualcuno ha mai varcato “la sogliola” di un appartamento di una costruzione incompleta nei prospetti, nella copertura e nella scala?; ebbene si, all’interno troviamo un microcosmo nel microcosmo, dove si fa sfoggio di tutto, dai pavimenti in granito alle vasche con idromassaggio e rifiniture in onice, all’arredamento in stile inglese o rococò, alle maniglie rivestite in oro, c’e di tutto, magari di cattivo gusto, ma costoso, perché?; ovviamente sempre per la stessa logica “ciò che è mio è mio”. Non parliamo poi delle coperture che in questi ultimi tempi hanno preso piede od i recipienti in polietilene di colore ceruleo che fanno sfoggio sui terrazzi. Qualcuno si è mai fermato ad osservare il panorama urbano dalla collina S. Francesco o dal quartiere “Luna”?, la visione non è per nulla edificante, gli stimoli luminosi, le forme ed i colori che arrivano alla retina dell’occhio di chi osserva vengono decodificati dal cervello in maniera confusa e amorfa.

Questa, purtroppo, è la nostra città, una realtà confusa e amorfa, nata povera e con materiali poveri, sviluppatasi senza strumenti di pianificazione, con lottizzazioni decise da chi amministrava il pubblico in forma pubblica di mattina e in forma privata di pomeriggio.

Questa è la nostra città, dove i 18 mq. di spazi pubblici pro capite per abitante imposti da un decreto ministeriale del 1968 sono una chimera; dove il centro storico rappresenta una palla al piede per gli amministratori; dove le strade sono trazzere; dove completare i prospetti non ha senso; dove la promozione di centri culturali e aggregativi è superflua; dove per costruire una scuola per forza di cose si deve distruggere un sito di notevole valenza ambientale; dove per fare un municipio per forza si deve rovinare un castello del XIII sec.; dove per allargare uno spazio pubblico da asfaltare si demolisce un bevaio del XIX sec.; dove al cimitero si distruggono sezioni cimiteriali di particolare pregio neoclassico per sostituirli con colombaie in cemento armato e tufo di Sabucina; dove i pochi spazi pubblici rimasti vengono alterati da ignobili interventi; dove le attinenze del castello, di proprietà comunale, continuano ad essere utilizzate abusivamente da privati col bene placido dell'Amministrazione; dove se qualcuno fatica per costruire, qualche altro studia per distruggere;

 

Vista della collina S. Francesco

Favara: scorcio di uno scempio senza forme e colori

 

QUESTA È FAVARA!!!

 

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