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Cose da profondo sud al cimitero
L'ex carcere in agonia
Non ci cambierà nessuno
Favara: indignarsi è un dovere
C'era una volta un casello
Favara che scompare
Costruire comunque e ovunque
Demolita torre del 1897
Demoliamo il Castello Chiaramonte
Favara: uno Stato nello Stato
Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Favara: indignarsi è un dovere!

di Pino Sciumè - tratto da perlacittà.it

 

“La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. Questa frase di Leonardo Sciascia,   sintetizza mirabilmente il pensiero di un intellettuale lucido e raffinato che ben conosceva usi e costumi della sua terra, che è anche la nostra. Una gigantografia perfetta, scattata per esempio dalla collina San Francesco a Favara   per immortalare un paese dell’agrigentino, i cui abitanti, chi più chi meno, stanno facendo dell’arte del bisogno una bandiera da offrire a chi mostra una fantasmagorica arte del potere.

Ciò che appare estremamente chiaro, a Favara, è un concetto inconfutabile: da una parte   esiste una incapacità di sintesi nel  realizzare anche  il minimo indispensabile per il bene comune con il conseguente degrado socio-ambientale del territorio. Dall’altra prevale una sorta di dannata rassegnazione,  visto il principio su cui si basa gran parte della nostra   cultura: pensare ai fatti nostri.

Questo modo di pensare in verità nasconde  una falsa diffidenza:  non far sapere agli altri i fatti propri, certi di essere furbi,  pur sapendo che   tornando a casa ci si dovrà accontentare di riempire la pancia con quel che resta della pensione del nonno ultraottantenne o di quanto le nostre donne (tanto loro possono farlo) hanno racimolato in qualche centro di distribuzione viveri.

Tantissimi hanno la speranza di lavorare in qualche cantiere, tanti altri aspettano risposte dal nord o dall’estero, i più fortunati attingono agli antichi risparmi sicuri di rimettere il gruzzoletto al suo posto   in tempi migliori.

L’insicurezza la fa da padrona. Eppure nei crocicchi dei bar, circoli, angoli e viuzze si assiste a dibattiti che  fanno pensare ad una imminente rivoluzione verso la classe dominante, da Roma a scendere. Si parla di tutto: mancanza di lavoro, morte del centro storico, sporcizia per le strade, ville abbandonate, impiegati pubblici mangiapane a tradimento, progetto Hortus che non decolla, la storia infinita del complesso di piazza Giglia, le strade a colabrodo che hanno sostituito il tagadà delle giostre di San Leone, artistici lampioni belli solo di giorno. E ancora un sindaco che “la prossima volta non lo voto”, assessori al servizio di questo o quel consigliere, non parliamo dei dirigenti comunali o dell’Ufficio tecnico sordo e cieco.

Il potere: criticato, vituperato, additato di ogni colpevole responsabilità, invece di aver paura dorme sonni tranquilli perché la sua sicurezza, come diceva Sciascia, si basa sull’insicurezza dei cittadini. Anzi, il bla-bla dei crocicchi paradossalmente lo rafforza. Si può pure permettere il lusso di mettere in crisi una giunta nata appena due mesi fa. E allora ci poniamo tre domande: siamo convinti che la democrazia regna in questo comune? Siamo convinti che è necessario cambiare radicalmente la cultura del diritto di voto? Siamo convinti che il bene pubblico è più importante di quello personale?

La discussione è aperta.

 

 

 

 

 

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