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Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Esequie al Cimitero di Piana Traversa

fra sacro e profano, fra caos e folklore

di Carmelo Antinoro

 

 Diceva il barone Antonio Mendola (diari intimi): "Il senno umano è misero e cerca sempre il meraviglioso, l’appariscente, quando meno si dovrebbe cercare". E ricordava le stranezze sugli usi delle pompe funebri e l'ostentazione sulla differenza di classe: carro funebre di primissima classe tirato a lucido, con angeli, pennacchi, corone mortuarie, festoni, fiori e un profluvio di nastri, un magnifico mausoleo mobile, con lumi e candele in gran quantità, per il ricco defunto con, al seguito, diverse carrozze, quasi sempre vuote, banda musicale in gran tenuta e una fiumara di gente! Sui balconi e dietro le finestre tanta gente accalcata per godere delle funebri scene teatrali. Già - come diceva il nostro compianto barone - "Un vero spettacolo! I vivi esercita la loro curiosità sui morti e quasi ridono su di loro! ... Ogni volta che vedo queste strabilianti scenate di lusso accanto agli avelli e sulle ossa spente senza anima, mi muovo a sdegno, a indignazione. ... In Favara le grandi scenate mortuarie si fanno per i grandi birboni o per i grandi ricchi". I corpi inermi dei defunti venivano prelevati da casa, messi dentro i feretri, e portati nella madrice per le esequie solenni, con messa cantata dalle orfanelle del boccone del povero e banda musicale in uniforme, coi soliti discorsi ed elogi ampollosi, e spesso bugiardi sulle qualità umane dei defunti. La chiesa stipata soprattutto di donne, bambini e anche di uomini; già, anche di uomini, perché nei giorni feriali il grosso degli uomini, per forza di cose, stava in campagna o nelle zolfare per portare un tozzo di pane a casa, fino a quando i signori Miccichè, che avevano sotto di loro molti contadini e una caterva di zolfatai, per le esequie della madre Carmela Giudice, hanno inflitto il castigo dell’ozio, del non lavoro a tutti i loro dipendenti (chiaramente senza retribuzione). Un andirivieni di donne, ragazzi e bimbi parati a festa, un accorrere di gente verso le 4 p.m. del 5 marzo 1906 al largo madrice; una vera baccanalità!

Terminati gli elogi funebri, ai defunti si concedeva l’ultima passeggiata in carrozza, d'estate sotto il battere del sole, per essere deposti, dopo qualche ora, sotto terra, abbandonati nella solitudine e nel silenzio del camposanto e, per ultimi compagni, i vermi distruttori.

Nel colmo della prova effettiva della miseria e della vanità umana, si profondevano tesori per orgoglio e superbia fuori tempo e luogo.

Se per i ricchi e benestanti le pompe funebri era un lusso, altra cosa, invece, era per la povera gente; una per tutte, si cita il triste evento accaduto alle 5 di mattina del 7 dicembre 1902, quando è morta l’orfanella Indelicato, abbandonata dal padre, più bestia che uomo, spenta dalla tisi (tubercolosi) all'età di 15 anni. Questa infelice progenie d’un ubriacone, nelle notti di crudele inverno stava a dormire, o meglio, a giacere sotto un ponte qualunque, nelle vicinanze dell'abitato di Favara, esposta a tutte le intemperie. Cimitero "Nuovo"Le orfanelle e le suore l’hanno assistita nell’agonia, le hanno reso le migliori onoranze, che potevano disimpegnare, accompagnandola fino al camposanto “Nuovo” (v. foto a dx), in c.da Sanfilippo-Scorsone. Invitati i preti di Favara all’assistenza della solenne messa funebre cantata, si sono tutti rifiutati. Le povere suore hanno dovuto pregare i frati minori del vicino convento, che cortesemente hanno fatto l’atto misericordioso. È morta povera, trascurata, dimenticata e per nulla compianta. Come nacque, visse e morì: senza ampollosità, senza codazzo di popolo, senza schiere di carrozze ed apparati vari.

Il rito funebre era un modo estremo per estrinsecare la condizione sociale ed economica di una famiglia e la nascita del camposanto “Nuovo” ha ulteriormente marcato la differenziazione sociale tra ricchi e poveri. In questo sacro luogo, dove costava meno seppellire i cadaveri nella nuda terra, per un cinquantennio, fra gli anni 1835-1884, hanno trovato dimora circa 4.600 cadaveri.

Tutte le pompe funebri si svolgevano alla madrice, forse per la pomposità del monumento, perché la madre delle chiese, ma sicuramente perché fino alla prima metà del 1900 era l'unica parrocchia dove si svolgevano i riti legati ai battesimi, matrimoni e morti. Nonostante la nascita delle prime parrocchie, negli anni "30 del XX sec., le esequie dei defunti continuarono a svolgersi nella madrice.

Chiesa del cimitero di Piana TraversaIl 28 febbraio 1877, giorno in cui il cimitero di Piana Traversa riceveva la prima sepoltura (tutte con fosse a terra), la chiesa (v. foto a sx) – a parte la casa mortuaria e del custode - era l'unica struttura esistente.

Negli anni "30 del XX sec., probabilmente per assenza di loculi, all'interno della chiesa furono realizzate, in via provvisoria, alcune tombe collettive (il 30% circa dei defunti sono del 1933) che hanno ristretto l'aula. Ma conosciamo tutti i tempi della provvisorietà a Favara! Quei cadaveri sono ancora lì.

Nel 1973, con lettera prot. 14451 del 20 ottobre l’Amministrazione Comunale, Assessorato alla P. U. e Annona, a firma del dott. Pietro La Russa, faceva notare la necessità di risolvere il problema dei funerali della chiesa madre che gravava non solo sulla parrocchia e sui parroci, ma sull'intera città. Un elemento che ci fa capire quanto il problema fosse avvertito in quel periodo è il manifesto fatto affiggere qualche giorno prima dall’arciprete Gariboli, in data 18 ottobre, in cui stabiliva che a partire dal primo novembre, per i funerali, non si sarebbero più accettati defunti di altre parrocchie in madrice e che, anzi, quelli della madrice si sarebbero spostati nella chiesa del Purgatorio. L’Amministrazione Comunale finalmente portava alla ribalta una questione annosa ufficialmente rilevata dall'arciprete, su cui una fascia di cittadini e di fedeli considerati tradizionalisti, ad ogni costo non voleva nemmeno discutere. La lettera riportava: “…assistiamo tutti impotenti allo spettacolo deprimente, degno solo di un popolo primitivo, che ci si presenta in occasione di funerali in tutte le parrocchie…che si trasformano periodicamente in tristi depositi di cadaveri, non di rado esalanti inevitabili odori di putrefazione; alla confusione e al disordine che hanno origine dalla affannosa ricerca di una stretta di mano ai congiunti del morto, e poi alla sfilata di quel numero di macchine (più o meno elevato a seconda dell’importanza del morto e della sua famiglia) ognuna delle quali deve essere necessariamente caricata di spettacolare corona…..il disagio che deriva da tutto questo alla cittadinanza tutta, all’operaio, al commerciante, al professionista, alla donna di casa, è risaputo e non ha bisogno di particolari commenti….”

Il 25 ottobre 1973, con ordinanza sindacale n. 116, il Consiglio Comunale di Favara vietava le esequie nella madrice e ne imponeva lo svolgimento nella chiesa del cimitero di Piana Traversa. Questa usanza iniziata nel 1973 è durata fino al 2 Novembre del 2012. Cosa è successo in proposito? Una nota del presidente della CEI Cardinale Angelo Bagnasco, la n. 725 del 2 novembre 2011, riaprì la questione da decenni assopita a Favara. Secondo detta nota, dal 2 novembre 2012 doveva essere proibita in tutta l’Italia la celebrazione del funerale nelle chiese cimitariali.

La situazione pastorale favarese venne definita fuori dalla normalità dall'arciprete pro-tempore don Mimmo Zambito; secondo don Mimmo la consuetudine - normale per tutta l’Italia ma disattesa nella nostra città - prevede il funerale e la celebrazione della messa nella chiesa parrocchiale, dove il fedele defunto risiedeva. Diceva don Mimmo: "Nella parrocchia si è generati alla fede; nella parrocchia, ogni domenica, si è nutriti del sacramento pasquale; nella parrocchia, si prega per il defunto e la famiglia con la comunità celebra in Gesù morto e risorto” e aggiungeva “Della disobbedienza alla legge della Chiesa di celebrare i funerali nella parrocchia, perpetrata da quasi quarant’anni, siamo stati artefici soprattutto noi presbiteri: ne chiediamo perdono a Dio e a tutti i fedeli. Per amore di verità, alla errata decisione concorse anche l’insistenza del popolo favarese che voleva celebrare i funerali esclusivamente in madrice.”.

Don Diego Acquisto (parroco della chiesa di S. Vito) ha scritto sulla questione:

"Bisogna giudicare cercando sempre di calarsi nelle particolari situazioni socio-ambientali del tempo, perché le scelte si fanno sempre in situazione, puntando al maggior bene o al minor male;  bisogna avere il coraggio di riconoscere eventuali limiti, fragilità ed errori commessi, ognuno per la sua parte e nel suo ruolo, tutti, laici e chierici. Certamente la situazione di Favara non è più quella di 40 anni fa e quella decisione, pur discutibile, ha sicuramente favorito, oltre all’eliminazione di tanti abusi, anche la maturazione di una nuova sensibilità umana e culturale verso la gestione dei funerali…una maturazione che adesso può anche consentire una diversa impostazione pastorale “uniforme” anche a Favara. Ma bisogna essere molto attenti e vigilanti ... perché alcuni gravi problemi potrebbero riproporsi ed altri anche, per le mutate situazioni, aggiungersi ... non esclusi alcuni privilegi e disparità di trattamento ... e poi il tracciato dei vari percorsi funebri ... con le criticità proprie di oggi ... in cui le strade sono meno percorribili di allora e gli autoveicoli più che raddoppiati ... .

Giova sottolineare che buona parte delle chiese sono all'interno del centro storico, luogo di difficile accesso e su cui, per ragioni di abbandono e degrado, soprattutto dal 2010 si è abbattuta la scure dei crolli e delle demolizioni, con conseguenti chiusure di importanti arterie stradali e stravolgimento della viabilità.

Favara è forse l’unico paese del circondario in cui il defunto da casa veniva trasportato direttamente al cimitero, dove esiste una chiesa dentro il cimitero adibita al funerale uguale per tutti, perché tutti gli esseri umani sono uguali di fronte a Dio e la stragrande maggioranza della gente lo considera un fatto di grande dignità umana, religiosa e civile.

A Favara ci sono circa 250 funerali all’anno; immaginarci cosa succederebbe alle attività commerciali e agli automobilisti lungo le strade senza vigili urbani non è cosa difficile.

Ma il passato a volte ritorna! Con ordinanza sindacale il 2 Novembre 2012 cessava la consuetudine di “dari a mani o mortu”. Dal 3 Novembre 2012, quindi, i funerali a Favara cominciarono a celebrarsi nelle parrocchie.

Ma cosa ha fatto l'Amministrazione per scongiurare il ritorno al passato? Si è parlato di revocare la delibera del 1973 e rispolverare quella del 2009 dell'ex sindaco Russello con la quale si vietava, per ragioni igienico-sanitarie, di esternare le condoglianze con strette di mano, abbracci e baci, per evitare gli effetti della diffusione dell’influenza H1N1, temuta all’epoca dei fatti. In quella occasione Mimmo Russello aveva previsto l’utilizzo del registro dove i partecipanti alla cerimonia funebre potevano lasciare, firmando, il segno della loro presenza. In quella occasione il sindaco ordinò di omettere nell’annuncio necrologico l’orario di partenza del corteo dall’abitazione della famiglia del defunto, vietando “a mani o mortu” sotto la casa e al cimitero.

Dopo mesi che l'arciprete di Favara, sulle esequie gliele cantava e gliele suonava, fu così che lo squadrone formato dal sindaco Rosario Manganella, dal Consiglio Comunale Leonardo Pitruzzella e da rappresentanti di agenzie funebri di Favara, hanno chiesto e ottenuto l’incontro con l’Arcivescovo di Agrigento. Avranno voluto, forse, convincerlo a soprassedere, a smentire l’arciprete che agiva in obbedienza alle gerarchie ecclesiastiche. “Abbiamo – ha detto il sindaco – rappresentato a S. E. le difficoltà cui va incontro la nostra comunità soprattutto riguardo alle pesanti ricadute sul traffico che si verrebbero a creare in caso di contemporaneità di due o più cerimonie funebri. Il rituale delle esequie è un momento particolarmente sentito e vissuto dalla comunità favarese che si ritrova in gran numero a parteciparvi e questo determina rilevanti ricadute sul traffico e sulla viabilità e sugli altri aspetti connessi al cambiamento relativi ai vari aspetti del rituale”. Pur manifestando comprensione in ordine alle perplessità esposte l'arcivescovo ha comunicato l’impossibilità di apportare modifiche a quanto disposto dalla C. E. I.

Dal 3 Novembre 2012 i funerali ritornarono nelle parrocchie e la secolare consuetudine veniva soppressa dall’ordinanza dallo stesso sindaco nella mattinata del 27 ottobre 2012. Si poneva fine ad un’usanza odiata e rispettata, nello stesso tempo, da tutti, che ha costretto i familiari addolorati alla stretta di mano, abbracci e baci, con interminabili file di parenti, amici e conoscenti. A mani o mortu un si detti cchiù.

“L’Amministrazione comunale – si legge nell’ordinanza – fa divieto del saluto e delle strette di mano ai familiari del defunto nelle pubbliche vie e davanti alla chiesa. Si auspica che i cittadini, fedeli e Comunità ecclesiale trovino forme per l’espressione delle condoglianze (come ad esempio un registro delle firme) che manifestano civiltà e rispetto per il dolore dei parenti e dei luoghi”. I parroci dovevano offrire la possibilità di posare nell’ingresso delle chiese un registro, in modo da poter lasciare, con la firma, un segno della presenza al funerale da parte dei partecipanti. Per maggiore chiarezza, la civile ordinanza sindacale faceva divieto di esternare le condoglianze al termine, del funerale, all'interno e all’esterno delle chiese, nelle pubbliche vie e nel cimitero.

È stato un errore riportare l'usanza dei funerali all'interno delle chiese parrocchiali?

Diffusi malumori cominciarono a serpeggiare in città, al punto che consiglieri comunali e cittadini cominciarono a lamentare al sindaco l'opportunità di trovare una soluzione tale da contemperare le esigenze della chiesa con la tradizione, in modo da poter continuare a manifestare al cimitero le condoglianze ai familiari del defunto.

A pochi giorni dall’ordinanza a Favara si è cominciato a registrare il caos. I favaresi non accettavano il divieto sulla esternazione delle condoglianze con la stretta di mano e, disattendendo le nuove regole, cominciarono le difficoltà per i titolari delle agenzie funebri, tenuti (secondo il regolamento) a fare rispettare l’ordinanza. Ma i malumori cominciarono a serpeggiare anche per altre ragioni. Per ordine del primo cittadino, la salma, trasportata con la macchina all'inizio del viale del cimitero, come si usava nella maggior parte dei casi, da lì veniva prelevata dagli amici e portata a spalla fino alla casa mortuaria; con la nuova ordinanza doveva invece essere trasportata a spalla da personale addetto, in divisa, e dietro lauto pagamento da parte della famiglia del defunto. Usciti dalla sala mortuaria i familiari spesso si trovavano in difficoltà (stessa cosa succedeva anche all'uscita della chiesa), perché si ritrovano a corrispondere alla stretta di mano che l'amico e il parente si apprestava a dare, in barba all'ordinanza. Ecco subito piombare tra i familiari il vigile urbano mandato sul posto dal primo cittadino per sorvegliare, ad elevare la contravvenzione. Tutto era caos, folklore fra sacro e profano. Questi fatti, e come succede in queste occasioni, per le dicerie sull'innalzamento del costo delle celebrazioni da parte dei parroci, la polemica, com'era prevedibile, si è inasprita ancora di più.

Ci sono voluti due mese affinché il sindaco capisse che l'ordinanza del 27 ottobre 2012 era inadeguata. Il 7 gennaio 2013, con una nuova ordinanza, il sindaco Rosario Manganella dava il via libera alle espressioni di condoglianze all’interno del cimitero di Piana Traversa. Finivano così alcune forme di “clandestinità” e di "persecuzioni"; terminava questa sorta di proibizionismo folklorico tutto favarese, che aveva posto una barriera invisibile tra i familiari del defunto e i partecipanti al funerale, che si guardavano a distanza e non sapevano come comportarsi. Ritornava a mani o mortu.

A questo punto è lecito dire: e le due tettoie in rame sotto cui i familiari dei defunti (una per i maschi e un'altra per le femmine) si disponevano per dispensare strette di mano, abbracci e baci, che fine hanno fatto?

Diceva il barone Mendola: Io ho una maniera di pensare così diversa ed opposta a quella comune, che, chiunque leggerà questo mio diario, forse mi affibbierà il titolo di eccentrico e pazzo. La diversità, l'eccentricità, o addirittura la pazzia, cosa sono se non azioni fuori dagli stereotipi comuni, dal tradizionalismo becero e ingiustificato. Ma quando dette azioni hanno come fine il bene comune ed il miglioramento della qualità della vita possono definirsi diverse, forse eccentriche, non sicuramente pazze!

 

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