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Notte di S. Silvestro al castello
Cose da profondo sud al cimitero
L'ex carcere in agonia
Non ci cambierà nessuno
Favara: indignarsi è un dovere
C'era una volta un casello
Favara che scompare
Costruire comunque e ovunque
Demolita torre del 1897
Demoliamo il Castello Chiaramonte
Favara: uno Stato nello Stato
Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Se non ci cambiamo noi stessi non ci cambierà nessuno

di Massimo Centineo

 

Alla Favara.....disse Pirandello: “se non ci cambiamo noi stessi, nel parlare come un altro per bocca nostra, non ci cambierà nessuno”.

La nostra storia sociale sulla legalità può trarre introduzione dall'evento Chiaramontano sulla fondazione del casale, attorno a cui non riuscirono ad attirare le popolazioni limitrofe; di conseguenza si ricorse all'istituzione del diritto d'asilo, richiamando così gruppi di immigrati che, per lo più fuggiaschi, eterogenei e privi di entità culturale, hanno trasmesso solo l'unico elemento che li accomunava: il culto della violenza. Favara divenne così un covo di briganti di cui i paesi vicini cominciarono a lamentarsi presso il re. Nonostante poi sia stata abolita la “cancrena sociale” della prava consuetudo, a Favara, oramai, si era creata una forma mentis prospettata  ad un tipo di cultura esasperatamente individualistica, con un spiccato “radicamento consolidato” atto a far fortificare la “cultura acivica”. È in questa nuova mescolanza creata tra la comunità onesta ed il latitante, fruttificato dal seme grevio cresciuto senza onesto sacrificio, che nasce un rapporto forzato, portando spesso un rispetto vincolante alla paura con cui si era costretti a convivere. In questa “polla d'acqua” si crea un'immersione nella fonte vitale di uno spazio che sforza il giusto ad una evoluzione positiva, in un contenitore costretto ad accettare l'omertosa esistenza, portando quel concetto quasi religioso del senso di ospitalità. Questo atteggiamento, nella costanza amalgamato negli anni, diventa uno status che in noi favaresi riceve un significante e profondo valore etico-morale, entità che ci siamo tramandati con lemniscato orgoglio. Ed è proprio da questa “catena culturale”  che bisogna partire per far emergere quell'intreccio tra la sacralità morale sfruttata omertosamente e parallelamente quella ospitalità genuina che fa di noi favaresi un popolo dal “cuore grande”.

Bisogna fare emergere la nostra “coscienza dignitosa”, la quale deve farci riprendere quell'onore che la mafia, con la storia, ci ha strappato. Tutto ciò è solamente un punto di principio di un problema molto complesso che non bisogna valutare esclusivamente nella fenomenologia delittuosa, ma in tutte le grandi e piccole cause che la condizionano.

L'soffuscamento economico-culturale, di questo nostro passato da “servi della gleba”, non poteva altro che portare una situazione di miseria, di degrado, di ignoranza, di abbandono, i quali rappresentano, concatenati fra loro, l'indisturbato prosperare della mafia. Questa indisturbata indifferenza, nell'essere-non essere, il nascere, il morire e il rinascere, ha avuto come fine il ripetersi degli eventi e delle stesse contraddizioni, approfittandosi dell'alita “coscienza morale” di una città come Favara, fatta di persone che divengono: “uno, nessuno, centomila”; ma che possono divenire nell'orgoglio del riscatto: “nessuno, uno, centomila”.....contro la mafia per una Favara migliore!

 

 

 

 

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