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Demoliamo il Castello Chiaramonte
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Mura e futtitinni
Amministratori ignoranti e senza pietà
Favara: città dei vivi e dei morti

 

 

Carmelo Antinoro © 2008

 

 

Amministratori ignoranti e senza pietà

di Carmelo Antinoro

 

La foto collegata al presente articolo riguarda una lapide, sicuramente anonima per tanti, ma molto significativa per la storia di Favara. Si trovava nel cimitero di Piana traversa, in una sezione a colombaia di particolare pregio artistico, di stile neoclassico (l’unica), in conci di tufo finemente intagliati da abili artisti agli albori del 1900.

Lapide del notaio Gerlando VaccaroIl curioso, lo studioso, chi ha a cuore la storia del nostro paese, non la vada a cercare, non c’è più, così come non c’è più la sezione. La lapide, nonostante le raccomandazioni all’assessore al ramo, assieme alle altre, veniva barbaramente distrutta durante la esumazione dei resti cadaverici nell’estate del 1996. Per la distruzione della sezione (dopo averla lasciata regolarmente in pietoso abbandono) ci hanno pensato le due Amministrazioni successive (che è meglio lasciare nell’oblio). “Ma tanto cosa ne dovevamo fare di queste cose vecchie e inutili”.

La lapide riportava la seguente scritta: GERLANDO VACCARO nato in Favara il 13 febbraio 1831. Cogli atti di probità, di abnegazione, di filantropia, si cattivò la stima, l’omaggio, le simpatie pubbliche. Fu notaio, consigliere, assessore, sindaco. Fu cavaliere mauriziano. La famiglia idolatrò e mortogli anzi tempo l’unico angioletto, affranto, inconsolabile, volle raggiungerlo nella eterna quiete il 31 dicembre 1877. In questa breve frase è racchiusa un pezzo di storia della nostra Favara.

Il notaio Gerlando Vaccaro si è distinto durante il periodo della sua sindacatura per le sue azioni contro il morbo colerico che tra la fine del 1866 e l’inizio del 1867 aveva falciato la vita a diverse centinaia di persone. Le sue azioni sono state tali da procurargli una medaglia al valore civile da parte del Governo italiano. Ma il fatto storico più toccante è la morte del figlio Antonio, “l’unico angioletto” che aveva avuto dalla seconda moglie Anna Dulcetta e che gli era morto il 28 febbraio 1877 all’età di quattro anni.

Con Antonio si spezzava una lunga catena che durava da secoli, cioè la cattiva usanza di seppellire i cadaveri sotto le chiese (luoghi ritenuti sacri per la presenza di sacre reliquie). Antonio fu il primo a dare inizio al triste rito delle sepolture nel cimitero di Piana Traversa (fino all’inizio del 1900 con sole fosse a terra e con l’unico manufatto, cioè la chiesa). Ma “mortogli anzi tempo l’unico angioletto, affranto, inconsolabile, volle raggiungerlo nella eterna quiete il 31 dicembre 1877”. Quando Gerlando Vaccaro raggiunse il suo “unico angioletto” non esistevano ancora sezioni a colombaia e nemmeno gentilizie. Il suo corpo è rimasto sotto terra per circa trent’anni, fino a quando non venne esumato per essere collocato nella pregevole sezione che non c’è più.

Sotto certi aspetti risulta strano e paradossale il fatto che gli stessi amministratori che hanno operano le suddette distruzioni, hanno, nel contempo, parlato di realizzazioni di moschee in Favara ed hanno dato sepoltura (cosa condivisibile) ad extracomunitari.

Come si può rinnegare la propria storia operando distruzioni e nel contempo cercando di porre le basi per una condivisione di civiltà con popolazioni di diversa cultura?.

Cosa dire? la stessa frase che oltre un secolo fa ha detto il barone Antonio Mendola e che è ancora valida: “Faccio voti perché la gioventù si scuota dall’ignavia in cui giace, si desti, pensi al bene di tutti, si unisca ed operi validamente”.

 

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